Q [03-2009]

E neanche la band è male. I Killers hanno percorso un viaggio senza sforzi verso la vetta del rock’n’roll ed è qui che li troviamo, mentre mangiano budino ghiacciato, assediano un bar per il karaoke e adocchiano il modo per isolare il loro loft.

Papà! Hai sentito? Due dischi di platino!” urla Ronnie Vannucci nel fracasso serale di un ristorante di Seattle. Alcuni tavoli più in là, Vannucci Senior alza le braccia. “Due dischi di platino!” urla gioiosamente. “Che significa esattamente?“.
Pubblicato a Novembre, il terzo album dei Killers, Day & Age, ha debuttato al primo posto nel Regno Unito, al sesto negli Stati Uniti, e all’inizio di Dicembre in Gran Bretagna aveva già venduto le 600 mila copie necessarie per conquistare il doppio disco di platino. Questa primavera la band comincerà il tour inglese, e lo scorso Ottobre i concerti hanno registrato il tutto esaurito nel giro di poche ore.
Ma ciò significa, per rispondere al signor Vannucci, qualcosa di più sorprendente del successo eclatante di un unico album: con sette anni di carriera e tre album all’attivo, i Killers hanno superato molti dei loro contemporanei – Razorlight, Kaiser Chiefs – per affermarsi come una delle band più importanti del mondo.
Questa ascesa è stata accompagnata dall’evoluzione del frontman Brandon Flowers, che ha preso il volo come pop star – e indossa piume da volatile per provarlo. Lui è, per ammissione generale, una pop star non ortodossa – secondo la tradizione, Flowers dovrebbe farsi il bagno nel Jack Daniel’s e uscire con una sfilza di super modelle. E invece, ha la reputazione di ragazzo puritano e carino, un mormone sposato e padre di un bambino, con una passione per il synth pop degli anni ’80 e un desiderio struggente di essere come Morrissey.
Tutto ciò non gli ha sempre permesso di conquistarsi la simpatia del pubblico, quindi è una piccola sorpresa scoprire stasera che è una persona di buona compagnia, che racconta amabilmente curiosità sui Modern Lovers e sui Cars, e parla di quanto gli piacerebbe invecchiare bene come Paul Newman. E mentre sono stati dedicati interi articoli su ciò che Flowers odia, si rivela uno sconfinato entusiasta, che parla della sua “cosa preferita al mondo” (le fajitas), “la serata più emozionante della mia vita” (la prima volta che ha visto Morrissey in concerto) e la “cosa migliore che mi sia mai successa” (riuscire ad entrare all’interno del ‘cuore’ dell’Elevation tour degli U2), per non parlare della passione senza limiti che dimostra per il cibo spazzatura.
È Sabato sera a Las Vegas, e Flowers mi sta facendo fare un tour della sua città natale. Siamo già andati nel negozio di cd dove comprava i singoli dei Depeche Mode, e il Golden Nugget, dove sua nonna incontrò Muhammad Alì. Nella sua macchina sportiva grigia siamo passati davanti a fontane illuminate e maxi schermo giganteschi, luci abbaglianti e raggi laser, e branchi di turisti che sorseggiano i loro margaritas mentre vagabondano tra i casinò.
Hai mai assaggiato uno Slurpee?” Flowers entra bruscamente nel piazzale di un negozio 7-Eleven, abbassa il volume della radio e ride nervosamente. Ha un aspetto diverso ora, la grazia timida e ordinata dei Killers dei primi tempi ha lasciato il posto ad un look più controllato e curato; eppure la compostezza esteriore nasconde un certo nervosismo che emergerà inaspettatamente con una risata tremula o irrequietezza fisica. “Ok“, dice. “Devi provarne uno! Ti farò assaggiare uno Slurpee!“.
Flowers vive a meno di un miglio dal posto in cui è nato, a Henderson, una città alle porte di Las Vegas. Quando aveva otto anni, la sua famiglia – genitori e cinque fratelli più grandi – ha chiuso baracca e burattini per trasferirsi nel rurale stato dello Utah. “Non c’era nemmeno un semaforo nella città in cui vivevo“, ricorda. A 16 anni è tornato a Las Vegas, e ha vissuto con sua zia. “È stato il periodo più divertente che abbia mai vissuto!” ridacchia. “A sedici anni in questa città? È un sogno!“.
Quella è la casa in cui ho vissuto“, mi indica mentre passiamo nel suo vecchio quartiere. “Una volta uccisero un tizio e lasciarono il cadavere lì“. Indica il lato opposto della strada. “E mio cugino Bobby ci ha fatti andare a sbirciare“. Passiamo davanti il suo liceo, situato di fronte a un seminario Mormone, e Flowers richiama alla mente alcune sue ribellioni adolescenziali – scappare via durante la pausa pranzo, andare in giro nella sua piccola Geo Metro con suo cugino “che era alto 2,15 m e pesava 136 kg“. Fa una piccola risatina. “Abbiamo scatenato l’inferno in quella macchina…“.
Alla richiesta di ulteriori dettagli, Flowers non si sbilancia. “Mmmpff“, borbotta. Ad ogni modo, è disposto ad indicarmi il negozio in cui una volta si fece il piercing all’orecchio (“Non so che diamine mi fosse preso. Stavo per farmi un tatuaggio degli Oasis…“), e il circolo di golf dove lavorava quando era adolescente. “La prima volta che ho bevuto alcolici fu in quel posto“, dice. “Avevo sedici anni“, aggiunge, per guadagnare altri punti. “Si chiamava Aftershock“.
E sempre al circolo di golf Flowers conobbe il suo amico Trevor, che sarebbe diventato una delle sue maggiori influenze dal punto di vista dei suoi gusti musicali. “A Trevor piaceva tutto ciò che piaceva a me, da Morrissey ai New Order“, ricorda. “E sapeva tutte le cose inutili, come la data di nascita di Morrissey, come me“. Nonostante Trevor fosse nove anni più grande di Flowers i due cominciarono a frequentarsi. “Ci tingevamo sempre i capelli di nero e andavamo in giro in macchina, pianificando la nostra vendetta nei confronti della gente – ad esempio dicevamo che il giorno in cui saremmo finiti sulla copertina di Q avremmo lanciato una catasta di giornali davanti alle loro porte di casa“.
È stato Trevor a fargli conoscere Lou Reed, facendogli ascoltare Perfect Day, di cui prima conosceva solo la versione più pop dei Duran Duran.
Prima di conoscere Trevor non sapevo di essere creativo“, spiega Flowers. “Non che lui mi abbia detto che lo ero, ma fu lui a convincermi che dovevo entrare in una band“.
Flowers spiega come ascoltare Is This It degli Strokes lo spinse a scartare tutte le canzoni che aveva scritto tranne una, Mr Brightside, che capì da subito che era buona. Guidando per la città mi indica un pub chiamato The Crown and Anchor. “Lì è dove… Oh, non vorrei sembrare..“, si zittisce, imbarazzato. “Mr Brightside è nata lì“, dice, dopo qualche lusinga. “Stavo dormendo e sapevo che c’era qualcosa che non andava; spesso ho queste sensazioni. Sono andato al Crown and Anchor e la mia ragazza era lì con un altro“.
Mr Brightside faceva parte di quella manciata di canzoni che suonò con il chitarrista Dave Keuning al loro primo concerto in assoluto, una sessione acustica in una caffetteria del centro. Rallenta mentre passiamo davanti al locale. “È la caffetteria di cui parlo in Glamorous Indie Rock & Roll“, aggiunge Flowers, riferendosi ad una canzone presente in Hot Fuss che ha infastidito la comunità degli hipster. “La canzone è stata fraintesa molto, specialmente in America“, dice. “Pensano che stessimo cercando di fare gli indie…“. Sembra esasperato. “Non ho mai speso neanche un momento della mia vita a cercare di essere indie. È imbarazzante pensarlo. Sento come se avessi bisogno di scrivere una nota: Leggete il testo! È ironico!“.
Quali altri malintesi ti danno fastidio? “Che cerchiamo di essere grandi“, risponde velocemente. “Quando scriviamo non decidiamo a tavolino di scrivere canzoni importanti. È una cosa spontanea. Puoi associare ogni singolo momento, ogni singola nota di sintetizzatore, ogni suono di percussioni, ogni cosa che c’è nelle canzoni, a qualcosa che fa parte della mia vita e della vita della band“.
Oggi Flowers è un interprete molto più sicuro di sé rispetto a quello che era i primi tempi, quelli di Hot Fuss, quando stava immobile sul palco, piccolo e delicato, con un atteggiamento leggermente apologetico. Si è trasformato in una vera e propria star; più padrone di sé, più snello e audace. Dice di guardare su Youtube dei video delle sue stesse performance. “Non sono così sciolto come vorrei“, è il suo verdetto, “ad esempio come Mick Jagger“.
Nonostante tutto il successo della band, Flowers è ancora un mix impressionante di convinzione e insicurezza: dice che non scrive canzoni da abbastanza tempo per poter parlare con sicurezza del modo in cui scrive, e dice che potrebbe suonare davanti a 15 mila persone al Madison Square Garden e “avere ancora qualcosa di cui lamentarmi“. Ride improvvisamente. “Probabilmente è una cosa che deriva dalle caffetterie. Ho bisogno che qualcuno mi ricordi che il pubblico ha pagato il biglietto perché vuole vederci suonare
Nel suo ristorante Messicano preferito sorseggia una Coca Cola alla ciliegia e cavallerescamente tira fuori il discorso del Mormonismo; dopotutto la maggior parte delle interviste in questi anni sembra essersi soffermata molto sull’argomento, sul fatto che le credenze della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, che disapprova alcol, tabacco, tatuaggi e piercing e promuove la castità pre-matrimoniale, non vanno molto d’accordo con la promiscuità del rock’n’roll. Forse è un po’ stufo delle domande sul mormonismo? “No“, dice gentilmente. “Anche se effettivamente mi chiedo se la gente si sarebbe interessata allo stesso modo se fossi stato di un’altra religione. Probabilmente no. Decisamente no“.
Flowers si è sempre dato pena di non rovinare la questione del mormonismo. Di certo la musica pop non sembra in contrasto con la sua religione – parla della passione di suo padre per Johnny Cash ed Elton John, e di sua madre che soprappensiero fischiettava Unhappy Birthday degli Smiths mentre lavava i piatti. Beve moderatamente, nonostante provi a non farlo (e poi mi delizia con storie su vomitate nella vasca da bagno del Columbia Hotel di Londra e cadute dal palco del Barfly Camden un tantino ubriaco).
La manifestazione più tangibile della sua fede sono sicuramente i suoi testi. Le canzoni dei Killers sono piene di riferimenti a “Gesù”, “il Padre” e il “Paradiso”, e del contrasto tra i suoi valori religiosi e quelli del mondo moderno; Human, il primo singolo di Day & Age, contiene alcuni versi sul dire addio “alla grazia e alla virtù” e alla “dedizione”.
È una questione delicata per Flowers lo scrivere canzoni. Riconosce che il singolo di beneficenza pubblicato lo scorso Natale, Joseph, Better You Than Me, si è rivelato una sorta di flop. Sospetta che fosse troppo apertamente religioso. “È strano perchè giro il mondo e mi rendo conto del modo in cui la gente vede la religione oggi“, spiega, “e la direzione che sta prendendo. Ma non mi viene mai in mente che la gente deve pensare che sono fottutamente pazzo, che penso che Joseph sia davvero esistito…capisci che intendo? Ci penso troppo tardi a quelle cose“.
Tornando in macchina, mette su l’ultimo album dei Razorlight. “Lo adoro“, dice “i Razorlight hanno qualcosa che mi ricorda i Dire Straits e i Police. Quando ascolto i Dire Straits mi viene in mente il deserto, e ho sempre pensato la stessa cosa dei Razorlight sin dalla prima volta che li ho sentiti“.
Il deserto è la sua parte preferita di Las Vegas. “È un posto magico per me“, dice. “C’è qualcosa di cui parlava sempre mia madre, ovvero i tramonti. Adoro quando si fa notte. Non potrei vivere da nessuna altra parte“.
Non molto tempo fa ha comprato un pezzo di deserto, dove un giorno vi costruirà una casa, e ora possiede anche la vecchia insegna del Frontier, che pensa di posizionare su quel terreno. Ci passiamo davanti guidando sulla Strip. È gigantesca. “Mi costerà molto“, aggiunge ansiosamente, e poi ride, squittendo.
Oddio!” sbotta, improvvisamente esaltato. “È il posto dove fanno il budino! Hai mai provato il nostro budino? Budino ghiacciato? Devi assaggiarlo!“.
Per qualche minuto ci soffermiamo davanti alla vetrina di Luv-it, il bar del budino ghiacciato, tremando nel freddo serale del deserto, e tenendo le nostre coppette di budino di cioccolata Mr Luv-it ci offre una dettagliata lezione sulla differenza cruciale tra il budino ghiacciato e il gelato – il budino ha una temperatura di circa -7° C, e il gelato è più freddo. Flowers annuisce attentamente, allo stesso modo in cui farà da qui a un paio di giorni mentre ascolterà educatamente i fan che incontrerà nel backstage a Seattle. Capisco che l’arte dell’esibirsi che si è insegnato da solo in maniera zelante non si ferma quando scende dal palco; il ruolo di frontman dei Killers si estende ad ogni parte della sua vita pubblica, a partire dal budino ghiacciato.

Dave Keuning, sbronzo di Red Bull e Jaegermeister si aggira barcollando all’esterno del Palms Casino, danzando, gridando e mettendosi in posa per le fotografie dei fans mentre aspettiamo un passaggio per un Karaoke bar in centro – proprio con la vettura di Keuning, una muscle car (un tipo di automobile ad alte prestazioni, ndt.) truccata e con un uccello di fuoco blu dipinto sul cofano. Teste si girano, ragazze si danno colpetti di gomito, sono senza fiato e ridacchiano quando Keuning, tutto capelli ‘labradoodle’ (una razza ottenuta dall’incrocio tra un labrador retriver e un barboncino, ndt.) ma con un fisico più simile ad un lurcher (tipo di cane ottenuto incrociando levrieri con cani da pastore o terrier, ndt.) fa le piroette nel parcheggio. “Guarda, c’è uno degli Oasis“, grida un passante, “È degli Oasis, vero?“.
Il bar Karaoke Dino non ha idea di cosa si sia abbattuto nel locale. I clienti regolari osservano con uno sguardo a metà tra il divertimento e l’orrore mentre Keuning ed un suo amico cantano a squarciagola Shout dei Tears for Fears. Con il microfono in mano, Dave se ne va in giro piroettando, scalciando e cacciandosi in bocca delle decorazioni Natalizie, prima di rifilare qualche dollaro al presentatore per farli restare ancora per cantare Everybody Wants to Rule the World.
La sera successiva Keuning apre la porta con indosso un paio di pantofole con Bart Simpson e un aspetto leggermente pallido. La combinazione di eccessi della sera precedente e dell’odierno servizio fotografico per Q si stanno facendo sentire, anche i suoi ricci sembrano afflosciarsi. L’appartamento di Keuning è di quelli del tipo dello scapolo incallito, situato nella parte alta di un lussuoso isolato di una comunità residenziale con campi da tennis, piscine ed una vista sulla città. Ci sono spade laser sul muro del salotto, una stampa di Ronnie Wood appesa alla porta ed un enorme tavolo da biliardo rivestito in tessuto di lana verde in pendant con le pareti grigio chiaro. Ci sono dei poster della band, un tapis roulant ed un frigorifero rifornito solamente di bottiglie di champagne, tequila ed i resti della cena takeaway di stasera. Apre una credenza della cucina per rivelarne il contenuto, nient’altro che due pacchi di maccheroni al formaggio istantanei.
Fallo accomodare per un’intervista formale e Keuning sembra un po’ a disagio, come lo studente che si contorce per andar via dalla lezione. I suoi occhi si allontanano malinconicamente verso il video-game da sala giochi appostato al muro. In seconda media, nel rurale Iowa, era “il mago del Nintendo della città…la gente mi telefonava a casa per chiedermi come passare al livello successivo di SuperMario ed io neanche sapevo chi fosse quella gente“. A 14 anni, sempre più innamorato della musica, ha venduto i suoi video giochi e comprato la sua prima chitarra. Una decina di anni dopo ha abbandonato il college e si è trasferito a Las Vegas, attratto dal clima e dal basso costo della vita. Anche oggi riesce ancora vedere l’assurdità di questa città con l’obiettività di uno straniero: “Gli altri 3 ragazzi sono di qui e li sento dire nelle interviste, quando gli chiedono come è venire da Las Vegas, dicono ‘È normale’“. Scuote la testa. “Mi scoccia, penso, No, non lo è! È tutto tranne che normale qui! Lo Iowa, quello è normale!“.
È più a suo agio nel farti visitare il suo appartamento e nel mostrarti cosa c’è nel suo armadio. “Colleziono oggetti di Guerre Stellari“, spiega. Si dice che Keuning voglia andare nello spazio. “Lo farò, ma non voglio solo andarci“, indica una breve distanza nell’aria. “Mi piacerebbe andare oltre, vorrei andare sulla luna o abbastanza lontano per guardare la terra senza di me“. Si dovrà allenare per farlo? “Solo un paio di giorni“, risponde impassibile.
Su un ripiano Keuning tiene alcune chincaglierie prese durante i suoi viaggi, “non compro molta roba quando sono in tour, ma una volta ogni tanto lo faccio perché altrimenti vai in tutti questi posti e non hai nulla che te li ricordi“. Tiene in mano un modello della Liberty Bell di Philadelphia ed un piccola roccia lasciata vicino al suo letto d’albergo a Toronto. “Non sapevo cosa fosse ma l’ho presa per ricordarmi di un periodo in cui ero molto felice“. Indica una foto di suo figlio che vive a San Diego dove Keuning ha un anche un’altra casa (con un tavolo da biliardo identico a quello della casa di Las Vegas). Vicino c’è un ritratto famiglia che ritrae anche la madre, la cui morte di cancro lo scorso marzo ha inspirato la canzone più toccante di Day & Age, la canzone conclusiva del disco Good Night, Travel Well. Mentre lasciamo l’armadio, con il capo fa un cenno verso un vecchio registratore a quattro piste. “Ci ho fatto il nostro primo demo su quello“, dice. “E quando ho liberato il mio spazio in magazzino – e non volevo più saperne di quella roba – ho notato quel nastro sotto una pila di polvere, era la prima versione di Mr Brightside“.
Keuning sembra, come il suo appartamento, un’accozzaglia dell’adulto e dell’immaturo, il musicista serio abbinato all’entusiasmo infantile, un ragazzo cresciuto con comportamenti tipicamente mascolini. Ma cosa viene fuori più di tutto è un sentimentalismo verso persone e posti, registratori a quattro piste, Pac-Man e Liberty Bell, che sembrano in qualche modo in contrasto con la sua persona d’acciaio di quando è sul palco.
Nell’autunno del 2003, dopo aver goduto i primi successi in UK, i Killers sono andati alla CMJ Music Marathon di New York con la speranza di firmare un contratto discografico. Per Keuning il concerto di quella serata è stato spaventoso: in una sala piena di manager di case discografiche, i pedali della sua chitarra hanno vacillato e sono morti alla prima canzone. Sicuro di aver mandato a monte ogni possibilità per la band, Keuning ha abbandonato tumultuosamente il palco alla fine del concerto e se ne è andato per la città. “Ho solamente camminato dritto“, ricorda. Aveva anche deciso di ignorare i continui squilli del suo telefono cellulare, era perciò completamente all’oscuro che la band aveva appena firmato con la Island Records e che stavano celebrando il successo sul tetto del Tribeca Grand Hotel. È stato solo quando era troppo infreddolito per continuare a camminare che ha chiamato ed ha saputo la notizia. “Dave è un ragazzo forte“, dice Vannucci di quella serata “ma ha anche delle emozioni. Non pensi che stia accusando il colpo, ma lo sta accusando. Penso che quella sia stata la prima volta che abbiamo visto uno della band essere emotivo“.

Mark Stoermer solleva la coperta con attenzione. Sotto c’è la Rolls Royce che ha acquistato su eBay e che adesso vive nel suo garage, tra lo studio di registrazione e la piscina. La guarda con dolcezza. “Non è stato così costosa come potresti pensare“, dice, rimettendo lentamente al suo posto la copertura. “Ma non ho mai l’occasione di guidarla“.
All’interno della casa, il soggiorno è stato dipinto con i colori che ha scelto ispirandosi a un quadro di Picasso, ci sono orologi a cucù appesi al muro, e sulla porta del frigorifero c’è una foto della band con Bill Clinton, scattata al rally per Barack Obama. Stoermer mette un album delle Lijadu Sisters che ha comprato in Francia per 70$ dopo aver visto un documentario sul pop nigeriano. “Ascolta, è come una linea di basso sbagliata” mi fa notare, e aggrotta le sopracciglia. “La parte vocale è su un tono diverso“. Proprio sopra alla sua fila di vinili è appeso un calendario su cui spicca una citazione del’’esperto di mitologia Joseph Campbell. “Lui è una delle mie più grandi influenze“, spiega. “Mi ha trasmesso l’interesse per il simbolismo religioso,e l’idea che paradiso e inferno siano sperimentabili anche qui, che la religione arriva dallo stesso posto da cui arrivano sogni e arte, l’inconscio, ed è il riflesso di una profonda verità fisica. Credo in un potere più alto“, dice mentre cambia disco, “ma non in una vita dopo la morte“.
Ci dirigiamo verso una stanza che accoglie la sua vasta collezione di cd, libri e dvd, e che è decorata con muri rossi e sontuose tende rosse, per le quali Stoermer dice di essersi ispirato a David Lynch. “Non l’ho ancora finita“, aggiunge. “Devo fare ancora qualcosa in questa stanza“. Ti serve un nano, gli dico. “Sto pensando che potrebbe essere un’altra tenda“, replica lui.
Alto, sguardo serio, Stoermer ha una specie di raffinata staticità che ti fa venire in mente una statua dell’Isola di Pasqua. C’è una gentilezza in lui, e una sorta di auto-contenimento. “Quando vedo interviste con Bob Dylan e i Beatles, non ho da dire tanto quanto loro“, dice poco dopo che ci siamo seduti. “Non sono bravo a parlare. Ma non bisogna farlo per forza. Alla fine è la musica che conta“.
Stoermer è cresciuto a uno sputo di distanza da questa casa, un ragazzo amante del rap, fan dei Beatles, che suonava in segreto la tromba e che ha passato un anno risparmiando i soldi del pranzo per comprare uno skateboard, per poi immediatamente capire di essere negato per lo sport, ha venduto lo skateboard e ha comprato un basso. “Era strano“, dice vagamente, “lo lasciavo a casa di un amico, e i miei genitori per 4 anni non hanno saputo che avevo un basso. È difficile spiegare il motivo…ero riservato su questa cosa“.
Stoermer era appena tornato al college per studiare filosofia quando i Killers hanno iniziato a decollare, ispirato dalla letture di ‘Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta’, libro del 1974 di Robert M Pirsig che segue l’avventura metafisica dell’autore che si intreccia con un viaggio in motocicletta attraverso l’America. “Stavo andando bene, prendevo buoni voti, poi abbiamo cominciato a suonare in città, e dopo uno show ero seduto in aula annoiato e ho pensato ‘non voglio essere qui, perché non è dove devo essere in questo momento’.Il giorno dopo mi sono ritirato“. Se messa in relazione con la calma di Stoermer, con i suoi toni equilibrati, sembra una decisione perfettamente logica. Ma in retrospettiva riconosce che forse è stato un po’ avventato. “Forse è stata una cosa presuntuosa da pensare“, annuisce. “Non avevamo ancora nemmeno un contratto. Ma Ma sapevo che sarebbe arrivato“.
Ricorda che nei primi tempi i concerti dei Killers attiravano una folla esclusivamente indie, ma che entro la fine del tour di Hot Fuss il pubblico era cambiato e ad ogni serata poteva esserci “la dodicenne, un ragazzo con la maglietta dei Metallica, un uomo di 40 anni“. Non vuole complicare troppo il motivo del loro esteso successo. “Si spera che sia ovvio quando una canzone è buona“, dice francamente.
Ma Stoermer, e la cosa non sorprende, si pone in modo filosofico nei confronti del fatto che un tale successo potrebbe affievolirsi. Scrolla le spalle e sostiene che l’industria della musica ha attualmente bisogno di una “breve, tagliente scossa, qualcosa di fresco“. Ma dove questo potrebbe lasciare i Killers? “Il mondo cambierà intorno a noi e o ci adatteremo oppure no“, dice, forse ritornando ai suoi studi zen. “Ma questo non mi preoccupa. È per un caso su un milione che noi siamo dove siamo; e se durasse anche solo altri cinque anni, beh, avremmo avuto questo“. Rimane silenzioso per un momento. “Potrebbe finire molto in fretta“, giunge la sua conclusione finale. “Ma stiamo andando bene in un periodo in cui è difficile andare bene, e abbiamo un pubblico che penso resterà per un po’. Penso che siamo quanto più possibile al sicuro“.
Stoermer è consapevole che la sua vecchia vita è scivolata via con l’aumentare del loro successo. “Non siamo mai a casa“, dice. “Abbiamo viaggiato più di quanto facciano molte persone nella loro intera esistenza. E non amo essere in giro tutto il tempo, ma mi piace il fatto di essere stato in tutti quei posti e di avere una cornice di riferimento. Il mondo non sembra così grande come sembrava prima“.
Ma ci sono anche i lati negativi. “Lo svantaggio più grande è essere sempre via, non essere mai in grado di avere una base dove puoi sia mantenere le relazioni che crearne di nuove“, dice. “È difficile farsi nuovi amici“. E quando incontra nuove persone si trova sempre più spesso a chiedersi perché vogliano conoscerlo. “Più passa il tempo e più le persone che ti girano attorno hanno secondi fini“, spiega. “Non l’avrei sospettato prima, e questo in qualche modo ti indurisce un po’“.
E con questo tempo che passa, arriva una certa distanza dagli amici che lasci indietro, e un sottile cambiamento nella dinamica delle tue relazioni. “I nostri amici adesso sono nel pieno dei loro 30 anni e stanno vivendo una vita normale, ed è come se noi fossimo in una sorta di distorsione temporale“. Sembra piuttosto abbattuto. “Ti senti come se fossi rimasto incastrato nei tuoi 20 anni facendo questo”.
“Quando finisci il tour è difficile non parlarne“, continua, “e le persone non possono capire. Pensano che tu voglia solo parlare di te stesso, ma questa è la tua vita. E in generale ciò crea questa separazione tra le persone che fanno quello che fai tu, e quelle che non lo fanno, e le sole persone che conosciamo che fanno ciò che facciamo noi siamo noi stessi. E questo potrebbe essere il legame tra di noi: l’esperienza comune che solo noi conosciamo“.

A Ronnie Vannucci è sempre piaciuto colpire gli oggetti. Da bambino sua zia gli regalò un piano malconcio che la famiglia teneva nel garage, di fianco alla lava-asciuga. “E quello è stato il mio strumento di percussione“, sorride. “Restavo lì per ore“. Batte un ritmo sul tavolo del ristorante per illustrare. “E facevo dei nastri. Li ho ancora da qualche parte. Avevo una bella canzone intitolata Creatures in the Night, che in pratica era un plagio della canzone di Donna Summer She Works Hard for the Money“. La faccia di Vannucci, soffice, ispida, con un’aria leggermente abbattuta, improvvisamente si adombra. “Ero sempre imbarazzato, perché stavo sempre boom boom” batte sul tavolo, le posate sussultano, “in concerto, sai? E poi mia madre e mio padre arrivavano e mi spaventavano a morte. È qualcosa che non ho mai superato, divento veramente timido. Mi piace essere ‘nella zona’, alla batteria, ma è veramente difficile per me cantare di fronte a qualcuno. Addirittura a volte è anche difficile farlo da solo, cantare veramente a squarciagola. Mi ha veramente rovinato” . Lancia un’occhiata all’altro lato del ristorante dove suo padre sta cenando con alcuni ex colleghi dell’esercito. “Mi ricordo di quando ero sul camion di mio padre, tiravo giù il finestrino e la fiancata era di acciaio ed aveva un buon colpo secco quando la colpivi. Ed io facevo…“, suona ancora la batteria sul tavolo, “…Papà! Che ne pensi di questa? Avevo circa sei anni ed i miei genitori pensavano ‘Dobbiamo prendere a questo ragazzino una dannata batteria, non fa altro che picchiare tutto“. Non è stato difficile trovare un buon insegnante privato di batteria: “A Las Vegas potevi entrare in contatto con un sacco di vecchi musicisti, tipi che suonavano durante il periodo del Ratpack, batteristi da lounge“.
I genitori di Vannucci hanno coltivato le inclinazioni musicali di Ronnie sin dall’infanzia. “Ero il loro primogenito, quindi per loro era un ‘Non so cosa fare! Mettigli delle cuffie!’ Mi piacevano i suoni. Tutto, dal processo di tirare fuori un vinile e metterlo su, all’osservare il vinile per vedere dove iniziava la canzone successiva. Ero un bambino strano“.
Si può afferrare uno sprazzo di quella passione per i suoni e dello spettatore del vinile quando comincia a parlare della sua nuova unità di registrazione mobile specificamente commissionata da lui che, se tutto va bene, permetterà alla band di registrare un album di cover mentre sono in tour. La premessa, spiega, è che ognuno di loro sceglierà tre brani di cui fare le cover – attualmente, dice orgogliosamente, sta sostenendo una canzone di Tom Waits, un pezzo dei Genesis ed una versione di Young Turks di Rod Stewart.
Oggi Vannucci è forse il più tranquillo dei Killers. C’è un atteggiamento un po’ alla cowboy nel suo modo di parlare e mostra lo stesso fascino bonario e humor, sia che stia parlando del whisky di malto, sia che ti stia facendo i complimenti per i tuoi capelli o che stia indossando una maglietta con la scritta ‘I Love Seattle’ nella parte finale di un concerto. Sposato da molti anni con la sua fidanzata dai tempi della scuola, Lisa, la coppia sta ora costruendo una casa ecologica a poca distanza dalla casa dei genitori di Ronnie. Di conseguenza, molto del suo entusiasmo è riversato su discussioni di pannelli solari, l’isolamento della soffitta e sul legname recuperato dalla ferrovia che utilizzerà per rivestire il pavimento.
Non è sempre stato così, la prima volta che ha incontrato Keuning e Flowers, Vannucci era per sua stessa ammissione un ‘Nazista della Musica’, con l’attenzione focalizzata sul mondo accademico – all’epoca frequentava il college di musica con l’intenzione di andare ad insegnare musica in una università. All’inizio lo avevano arruolato solamente per aiutare e nell’assisterli nella loro ricerca di un batterista. Ridacchia. “Poi un giorno ho ricevuto una telefonata da Dave e Brandon, una di quelle conversazioni strane delle 3 del mattino e Brandon disse, ‘Beh, perché non lo fai tu?’. La mancanza di tatto di Brandon a volte è proprio forte“.

È passata la mezzanotte a Seattle e Flowers siede nel bagagliaio di una monovolume mentre mangia una cioccolata a forma di topo. Poco prima, i Killers sono stati headliner in un concerto di Natale di una stazione radio locale. C’erano anche il padre ed il fratello di Flowers, e adesso stanno tornando in albergo mentre il resto della band si sta dirigendo verso un bar di poco conto dall’altra parte della città. Flowers ha il luccichio di chi sa che la sua band ha suonato un grande concerto; la prova sta nelle facce luminose ed eccitate del pubblico pressato contro le transenne del WaMu Theatre che canta in coro con piacere.
Dopo due canzoni, ho guardato in alto ed ho visto Flowers in piedi con la sua giacca nera con le spalline piumate ed ho ripensato a qualcosa che mi aveva detto mentre guidavamo lungo le strade di Las Vegas l’altra notte. Stava cercando di spiegare come si sente nei momenti prima che la band salga sul palco. “Quel senso di preparazione, il sapere che le porte sono aperte, è quasi euforico” ha detto. “Perché ricordo l’aspettare in fila per andare ad un concerto, il correre per andare in prima fila. Ed amo guardare accadere la stessa cosa ora; non se ne rendono conto ma probabilmente li sto guardando da qualche parte. Fissa l’umore. Ed è quello il momento in cui mi rendo conto che ho veramente un lavoro da fare“.

La verità è là fuori

L’esperto di UFO Roy Lake si esprime sul testo del nuovo singolo dei Killers, Spaceman. “Cavolate“, apparentemente.

I testi non fanno onore a quello che accade a chi suppone di essere stato rapito dagli alieni. Ho parlato con molti di loro sotto ipnosi per scoprire le loro esperienze e questa canzone è una marea di cavolate. Brandon Flowers deve essere proprio uno sciocco o un pazzo – non ha fatto le sue ricerche.
C’è il verso, ‘They ripped me from my bed’, ma possono prendere una persona in qualsiasi momento e di solito li rilasciano nel giardino o in un’altra stanza della loro casa. Ho conosciuto gente che è stata presa dalla sua auto e poi è stata rimessa in un’altra auto, ma non ho mai sentito di gente che è stata riportata nel proprio letto.
Anche questa roba di tagliare la gente e di prendere il sangue è immondizia – non è mai stata menzionata negli oltre 200 casi di rapimento che ho trattato. La cosa più somigliante che abbia sentito è stato di una rapita che è stata messa in un qualcosa che può essere descritto al meglio come un tavolo di sala operatoria ed aveva un ago inserito nell’ombelico, ma serviva per estrarre le uova dalle ovaie. Crediamo stiano creando una razza ibrida, perché per loro è comune anche estrarre dello sperma dagli uomini.
Le parti in cui l’uomo dallo spazio gli parla è anche spazzatura. La gente non sente voci – gli alieni gli appaiono davanti e basta. Molta gente non vuole parlare di questi rapimenti perché ha paura di venire ridicolizzata e canzoni come questa non aiutano. Ho visto abbastanza prove per sapere che c’è della verità dietro le storie dei rapimenti alieni, ma non come vengono riportate in questa stupida canzone“.

Ray Lake è il Presidente della London UFO Studies.

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