The Irish Times [14-09-2012]

I Killers sono tornati con un altro album di inni riempi-stadio. Allora cosa c’è di nuovo? Questa volta è personale, raccontano a Lauren Murphy.

Descrivere Brandon Flowers come la “vostra ordinaria rock star” non sarebbe del tutto veritiero. Seduta di fronte al frontman dei Killers e al suo compagno di band scarmigliato Dave Keuning, è impossibile smascherare cosa Flowers sta davvero pensando. Appare chiaro che non è un fan delle interviste; lancia continuamente sguardi verso la porta del camerino (pensando a una via di fuga, forse?), risponde bruscamente alla maggior parte delle domande e sembra generalmente circospetto e alquanto riservato. Sembra più giovane dei suoi 31 anni, la sua voce mantiene la pronuncia derivante dall’essere cresciuto in Nevada, la sua risata è più che altro un risolino acuto e nervoso. Mentre i leader di molte rock band trasudano carisma, la personalità cauta e riservata di Flowers sembra in contrasto con l’uomo che, un’ora dopo, entra in scena all’Electric Picnic per fornire un set da headliner in modo assolutamente disinvolto.

Eppure mentre il magro, abbronzato cantante con abbaglianti denti bianco-perla potrebbe essere cambiato rispetto al 20enne con l’eyeliner che rispose all’annuncio “cercasi musicisti” di Keuning pubblicato su un giornale una decina di anni fa, la musica della sua band non è cambiata. Beh, non più di tanto, comunque. I Killers sono tornati dopo una pausa di 18 mesi che è stata auto-prescritta dopo il pedaggio che il quartetto ha pagato per sei anni di tour e tre album. Battle Born li vede scivolare indietro ai loro ruoli di fornitori di inni che riempiono gli stadi, con canzoni come Flesh And Bone e Deadlines And Commitments che ripartono da dove Day & Age del 2008 li aveva lasciati. Dopo una così lunga pausa – durante la quale Flowers, il bassista Mark Stoermer e il batterista Ronnie Vannucci hanno pubblicato degli album solisti – è stato difficile tornare nella mentalità di scrivere come band?

“No”, tira su col naso Flowers. “Beh, voglio dire, siamo gli stessi ragazzi, lo stesso ordine del giorno…tutti hanno lo stesso lavoro”.
“Io non la penso così”, aggiunge il leggermente più affabile Keuning. “Penso che gli altri ragazzi abbiano pensato che fosse più strano perché hanno suonato con altre persone, ma alla fine del giorno, sei solo a caccia di una buona melodia, un buon accordo per l’arrangiamento, queste cose, sai? Abbiamo detto che ci saremmo presi un tot di tempo e che avremmo cominciato a scrivere insieme alla fine di maggio, ed è quello che abbiamo fatto. Ci sembrava di aver avuto abbastanza tempo. A volte era difficile, ma altre volte invece sembrava facile”.

Un elemento che rende Battle Born diverso dai suoi predecessori è il fatto che stavolta sono stati coinvolti alcuni dei maggiori produttori del rock. Brendan O’Brien, Daniel Lanois (che hanno curato anche l’album solista di Flowers, Flamingo) e Steve Lillywhite fanno parte del set di grandi nomi legati a queste canzoni.
“Idealmente sarebbe meglio lavorare con una persona sola”, dice Keuning riguardo alla girandola di produttori, “ma tutti avevano programmi diversi. Avremmo voluto lavorare con ognuno di loro, un album alla volta, ma in questo modo abbiamo avuto modo di farlo in un album solo e affidarne una parte a ciascuno di loro. Avevamo già lavorato con Stuart (Price) prima, ma non con gli altri, davvero. Così questo è stato una buona parte di tutto il processo. Adesso so com’è lavorare con Daniel Lanois, Steve Lillywhite e Damian Taylor”.

Aver lavorato con produttori così particolari potrebbe spiegare perché Battle Born spesso sembra come due album differenti. Mentre loro hanno le loro solenni basi coperte con un grappolo di brani roboanti, ci sono anche canzoni che si rifanno al cuore del rock di Sam’s Town, come Rising Tide e From Here On Out, piena di armonia. È stata una decisione consapevole quella di bilanciare entrambi gli elementi?

“No, no, no”, ridacchia Flowers. “L’idea non è quella di deviare il percorso. È solo di scrivere buone canzoni”.

“Penso che è proprio quello che siamo”, aggiunge Keuning. “Quando le persone ci hanno chiesto cosa stavamo cercando di fare con questo album, abbiamo detto che stavamo solo cercando di scrivere le migliori canzoni possibili. Ci siamo sforzati un po’ per includere alcune canzoni rock, credo…non tutte sono canzoni rock, chiaramente, ma ce ne sono alcune. A parte questo, è solo quello che è venuto fuori da noi. È molto diverso, e io ne sono molto orgoglioso. Va in tutte le direzioni”.

Flowers è finito nel mirino in passato per i suoi testi talvolta astratti (provate a pensare a “Are we human, or are we dancer?” per credere), ma Battle Born contiene alcune delle canzoni più personali che ha scritto fino ad oggi. Ricorrenti riferimenti alle luci al neon di Las Vegas e il fatto che l’album prende il nome dallo studio dei Killers in Nevada (che a sua volta prende il nome dalle parole scritte sulla bandiera di stato del Nevada) suggerisce una connessione duratura con la loro terra d’origine. Forse questa connessione diventa più importante man mano che la band diventa una delle più grandi del mondo?

“Forse vale di più per alcuni di noi rispetto agli altri”, ridacchia Flowers, dopo una pausa imbarazzata. “Continua a piacermi questo posto. Per quanto mi riguarda, non riesco a immaginare di vivere altrove. Sono stato in tutto il mondo, e ci sono posti bellissimi, ma mi sento come se appartenessi a questo luogo”.

Altre canzoni, come Heart Of A Girl e Miss Atomic Bomb suonano come se il cantante avesse assunto il ruolo di raccontare una storia, mentre il ritornello di Be Still (“Non uscire dal ruolo, hai un sacco di cuore / Sorgi come il sole, impegnati finché il lavoro è finito”) suona come potrebbero essere le parole di un genitore ad un figlio (Flowers è padre di tre figli). Ma quanto di quel sentimento deriva dall’esperienza personale?

“Penso che siamo tutti più a nostro agio nella nostra pelle, e ci sentiamo come se fossimo ad un punto in cui è possibile impartire qualche conoscenza – e un po’ di questo emerge in una canzone come Be Still”, annuisce. “C’è un po’ di realtà in tutto, ma si tratta di fare del mio meglio per fare osservazioni. Hai solo quattro minuti in una canzone per finire il lavoro, e sono orgoglioso di quello che sono stato in grado di fare in questo album. Penso che sia l’album più coeso e pienamente realizzato che abbiamo mai fatto. Anche dal punto di vista dei testi. Volevo solo fare del mio meglio e non incasinare tutto”.

L’importanza di non incasinare tutto sembra una priorità per Flowers, che descrive il suo ruolo nella band come frontman e scrittore di testi come il suo “lavoro”, e in interviste passate ha dichiarato che la band è un “business”. Quando gli chiedo se pensa che i Killers erediteranno il mantello di “dio del rock da stadio” da una band come gli U2, ride maniacalmente, sostenendo che i Coldplay li hanno già battuti in questo.

Eppure poco più di 10 anni dopo la formazione, con 15 milioni di album venduti in tutto il mondo e un buon quarto album destinato ad aumentare questo bottino, ci dev’essere qualcosa che mantiene i Killers affamati e in gioco?

“Non abbiamo ancora battuto The Joshua Tree”, dice Flowers, che finalmente si sta scaldando, proprio mentre la tour manager della band batte sul suo orologio per indicare che il tempo è scaduto. “Ho visto un grande articolo – un articolo triste, in realtà – ma diceva che da quel disco in poi, ogni band vive nella sua ombra. E io vivo letteralmente nella cazzo di ombra degli alberi di Joshua. Li vedo ogni giorno, e mi ricordano ogni giorno che io non sono così bravo”, dice con un’altra di quelle acute risatine. “E non so se questo mi rende migliore, o se mi farà sentire insoddisfatto per il resto della mia vita. Ma vuoi fare questo tipo di album. Ti dà qualcosa a cui puntare, credo”.

Fonte // The Irish Times

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