DIY [10-2012]

Sara Jamieson parla con i Killers del loro ritorno e del nuovo album Battle Born.

Immaginate di trovarvi sul bordo di un enorme palco e, in qualsiasi direzione rivolgiate lo sguardo, vediate facce che vi stanno fissando.
Ci sono migliaia di corpi che arrivano fino all’orizzonte, confondendosi con l’oscurità della notte.
Forse ci sono stelle sopra la tua testa, forse un vento freddo ti sferza il viso. Toglie il respiro, è impressionante, e soprattutto è completamente surreale. La marea di persone che sta di fronte a te ripete con convinzione le tue parole come un’eco. C’è euforia nell’aria e tu ti trovi proprio nel mezzo. Sei il comandante di questo mare di persone e la tua musica, le tue melodie, le parole delle tue canzoni le unisce tutte.

Ora, non possiamo essere totalmente sicuri di questa immagine ma è così – più o meno – che ci piace immaginare come possa essere la vita per i Killers.

Dopotutto sono una band che non richiede nessun tipo di introduzione. Dopo aver pubblicato il loro album di debutto, Hot Fuss, quasi dieci anni fa, il quartetto di Las Vegas è stato catapultato al successo. Quando è stato lanciato il secondo album, Sam’s Town, stavano già facendo il tutto esaurito nelle arene in pochi minuti, e stavano facendo da headliner nei festival di tutto il mondo. Infatti tutti gli album fin qui pubblicati hanno trovato casa al primo posto della classifica in UK. E anche se preferite solo una tra Mr Brightside, When You Were Young o Human, sappiamo tutti che le loro melodie sono impresse nella vostra mente.

Per un po’, però, è sembrato che il sipario fosse calato per sempre. Dopo la pubblicazione del terzo album in studio, Day & Age, l’impegnativo tour ha portato la band a fermarsi con la fine del 2009. Centrotrentasette concerti dicono che non è stata un’impresa da poco, ma il tour, che li ha visti visitare sei continenti, li ha completamente sfiniti, lasciando i quattro nostalgici delle proprie famiglie e completamente scarichi. Con l’arrivo del 2010 sembrava che la porta si fosse chiusa del tutto almeno nel futuro prossimo.

Bisogna dire che i quattro non stati del tutto silenziosi. Infatti solo uno di loro non ha pubblicato un album solista durante la pausa; il cantante Brandon Flowers ha svelato Flamingo alla fine del 2010, Ronnie Vannucci Jr. ha pubblicato Big Talk nel Giugno del 2011, mentre Mark Stoermer ha fatto uscire Another Life più tardi nello stesso anno. Poi, prima di rendersene conto, erano di nuovo tutti assieme in studio, e i Killers erano tornati in gioco. Più o meno.

“Credo che il primo paio di giorni di pratica”, esordisce il chitarrista Dave Keuning, mentre siamo seduti in un caffè nella zona Nord di Londra e chiedo come è stato trovarsi di nuovo in studio assieme, “per non si sa bene che motivo sembrava come se non creassimo la magia. Ma non so..magari si è trattato solo di sfortuna, non so. Poi è arrivate qualche idee. Appena comincia a crearsi un’idea di solito ne nascono altre da lì. Ci sono stati giorni più produttivi di altri, ma credo sia una cosa normale”.
“Non siamo compiacenti”, si inserisce il loro frontman Flowers, che mette insieme le parole con una deliberata premura. “È uno dei motivi per cui è stato così difficile. Siamo tutti così..dobbiamo sempre controllare quello che facciamo e porci delle domande: ‘È abbastanza buona? È pronta?’ Abbiamo lavorato sodo a questo album. Ogni volta che si pubblica un album alcuni mesi dopo ci sono già rimpianti, e questa volta – credo – sarà quella in cui con più probabilità non ne avremo neanche uno”. Ride, autorassicurandosi.

Sembra quindi che la loro quarta pubblicazione, Battle Born, abbia avuto una nascita difficoltosa, e quando si inizia a capirne la logistica, la cosa non sorprende. Non solo il processo di scrittura e registrazione li ha visti ritrovarsi nel loro studio, Battle Born, per la prima volta dalla pausa, con il lavoro che ha occupato la maggior parte dell’anno (“È servito molto tempo, dall’inizio alla fine”, dice Keuning), ma il gruppo non è riuscito a fermare un solo produttore per un periodo di tempo utile ad andare a Las Vegas e seguire l’intero progetto. Così al posto di aspettare per un grosso nome, hanno utilizzato l’aiuto di cinque: Stuart Price, Steve Lillywhite, Damian Taylor, Brendan O’Brien e Daniel Lanois.

“È stata una cosa complicata quella con i produttori. Non è stata molto organizzata!” spiega il chitarrista. “Non c’erano mai tutti nello stesso momento. Era più, lui può lavorare questo mese, l’altro questa settimana. Ogni tanto Damian Taylor e Steve Lillywhite lavoravano assieme ma di solito era solo uno alla volta. Occasionalmente c’eravamo solo noi a lavorare a qualche idea”. Non è stato un compito scoraggiante? “Bisogna essere coraggiosi. L’ho imparato da Stuart Price”, dice Flowers parlando dell’uomo con cui ha lavorato per il suo debutto solista. “È così veloce, e abbiamo fatto alcuni dei nostri lavori migliori nell’arco di qualche ora con Stuart. Quindi una settimana con qualcuno, al giorno d’oggi, può voler dire avere a disposizione un sacco di tempo. Quello che si può ottenere è fantastico”.

Comunque non tutto si può fare in breve tempo, un fattore che senza dubbio si riflette sul tempo totale di registrazione. Una lista di canzoni costantemente fluttuante ha significato che alcune canzoni che non esistevano all’inizio sono state riscrittte, ri-registrate e sono rientrate nel mix in numerose occasioni; una cosa che viene dimostrata bene dal glorioso singolo di apertura, Runaways: “Esiste da un bel po’ di tempo”, spiega Flowers. “È nata quando eravamo in tour per Day & Age. Ci sono cose che devono essere rielaborate e sai, messe da parte e poi ritrovate e solo in quel momento sono finite”.

Ovviamente, però, per un album con così tanti produttori, non ci si potrebbe trovare di fronte al caso in cui troppi cuochi che cucinano rovinano il sugo? Con uomini così influenti al lavoro, è mai passato per la mente alla band che forse ognuno di loro avrebbe lasciato un marchio troppo personale e che l’album avrebbe quindi perso un po’ dell’essenza dei Killers? “Credo che un po’ si possa dire..” Keuning sembra leggermente incerto. “Sappiamo come ogni produttore ha influenzato una certa canzone. Dan Lanois aveva uno stile e Stuart Price un altro e Brendan O’Brien aveva il suo, ma in mezzo a tutto questo siamo sempre stati noi ad avere le idee per le canzoni”.
Flowers è più sicuro della forza della band: “Potete metterci in una stanza assieme a chi volete e suonerà come una canzone dei Killers. È un testamento al nostro lavoro, credo. La nostra identità è forte”.

Non c’è assolutamente dubbio, Battle Born è l’album che più lo dimostra. Con il loro debutto, Hot Fuss, etichettato come troppo anglofilo, Sam’s Town come troppo americano e Day & Age semplicemente definito come troppo pop dalla stampa, è attraverso il loro quarto lavoro che si ha la sensazione che i quattro abbiano trovato finalmente il passo giusto. “Ci sono sempre state nuove strade o nuove svolte che abbiamo preso”, dice Flowers, “e abbiamo solo pensato che era giunto il momento di fare un bel respiro e capire cosa siamo più bravi a fare. Con ogni album si tratta di quale strada stavamo percorrendo e su cosa si focalizzava la stampa…” fa una pausa. “In questo album siamo noi stessi. Nei testi mi sono spinto dove non ero mai arrivato. Volevo davvero sentirmi completamente realizzato. Prima avevamo sempre scadenze e finivo col compromettere un paio di cose, che poi dovevo suonare ogni sera…Questo album è molto diverso da questo punto di vista. Queste storie sono complete. Ogni canzone lo è”.
“Di solito dico alle persone”, dice Keuning, “che ha un po’ di tutti gli altri album – Hot Fuss, Sam’s Town, Day & Age – perché è esattamente quello che siamo. Non ci siamo mai completamente allontanati da quegli album perché sono parte di noi. Credo sia una cosa naturale. È quello che ognuno si aspetterebbe: un po’ di tutti gli altri tre album, più un po’ di sound nuovo e moderno dei Killers”.

“Non imporci scadenze all’inizio ci ha aiutati”, aggiunge, quando chiediamo se tutto il tempo che hanno avuto a disposizione abbia dato loro maggior libertà per definire esattamente quello che volevano, prima che Flowers approvi dicendo “Abbiamo sicuramente avuto più tempo per capire le canzoni e metterci il nostro segno distintivo”.
“Stavamo quasi per finire il tempo”, aggiunge il chitarrista. “Abbiamo fatte le cose un po’ più in fretta solo alla fine e un paio di canzoni sono finite nell’album per questo motivo”.
Senza dubbio, però, tutta quella libertà poteva anche far si che non si sentissero mai completamente sicuri del prodotto finale. “È il pericolo che si corre quando si ha un proprio studio e la libertà che abbiamo avuto noi”, inizia a dire Flowers, prima di sorridere, “ma si sta risolvendo tutto. Stiamo bene”.

E ascoltando il quarto album non potrete che essere d’accordo. Con cori altisonanti e pittoresche vignette sulla vita di Las Vegas, questo è un album che segna il ritorno di una delle più grandi rock band contemporanee, e allo stesso tempo non risparmia colpi nell’incapsulare quello che ha reso i Killers così grandi la prima, la seconda e la terza volta. Una fusione apparentemente perfetta dei loro precedenti lavori, ancora stretti dalle stesse melodie piene di nostalgia che hanno catturato all’inizio la vostra attenzione, sembra già che le nuove canzoni troveranno facilmente il loro spazio fra quelle più vecchie. In tutta verità si potrebbe dire che più che “nati da una battaglia” si tratta di “una battaglia vinta”.

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