Rolling Stone Francia [03-2005]

Galvanizzati dal successo di “Hot Fuss”, il loro primo album, sognano di iscrivere la loro carriera ai ranghi delle più lunghe della storia del rock. Ma in tour devono fare i conti con il tempo.

Lunedì 7 febbraio 2005, i Killers sono di passaggio a Parigi per la loro prima prova francese: ci si potrebbe aspettare una giornata elettrica, intensa, con l’adrenalina che sale fino all’esplosione del concerto. Dopo tutto, il quartetto è uno dei gruppi più di tendenza del momento: il loro album, “Hot Fuss”, uscito l’anno scorso, ha fatto loro conoscere un successo folgorante. Non c’è da stupirsene quando si accumulano buoni punteggi: i quattro ragazzi sono giovani, belli, distinti; vengono dalla esplosiva Las Vegas, ma hanno il sapore di un cocktail inglese: la loro serie di successi tormentoni evoca U2, Cure, Smith, Duran Duran. Ma ecco, è da un anno che i Killers sono per strada: le giornate passano e si assomigliano. Prove, promozioni, concerti, riposo. Le stelle del rock sono delle persone come le altre.

14.30 I Killers arrivano all’Elysée Montmartre per le prove. Brandon Flowers, il cantante, con grande velocità si installa dietro una coppia di tastiere ricoperte di ninnoli di vetro glam-rock. Il gruppo ne approfitta per provare una nuova canzone. Il tour non impedisce loro di scrivere nuovi titoli. Potrebbero anche cominciare a lavorare al loro prossimo album dal prossimo rientro e sentire già alcuni possibili produttori. Questa settimana incontrano quello dei primi album degli U2, Steve Lillywhite. Gli irlandesi sono dei modelli per i Killers, che sognano una carriera altrettanto duratura.

15.55 Ronnie Vannucci, il batterista, prova a fare la sua prima crepe in un baretto di Boulevard Rochechouart.

16.00 Partenza precipitosa verso Europe 2: i Killers sono attesi da Arthur e i suoi pirati. Evidentemente non sono stati ben istruiti sull’animatore, che si preparava senza dubbio a ricevere quattro giovani scalmanati. I ragazzi, che si aspettavano un’intervista tradizionale, non capiscono il suo humour e si chiudono nel silenzio. Indispettito, Arthur li bersaglia di frecciatine. Una fan venuta da Montpellier improvvisa un’intervista in un inglese più che corretto. Arthur si chiede dove sono finite le groupie di una volta: nei suoi ricordi si trattava di ragazze carine e non di “pesce spada” (probabile traduzione nel linguaggio arthuriano di “grosso tonno”). Presa alla sprovvista, la ragazza non parla più. I Killers invece si chiedono se questa volta hanno capito bene.

17.30 Cena. Seduti a tavola in un grande ristorante parigino, i Killers hanno gli occhi fissi sui loro Blackberry, questi nuovi telefoni in grado di mandare email, indispensabili per mantenere i contatti: in un anno di concerti, non hanno trascorso che una settimana a casa. Ricordi del tour: il paese che Ronnie ha preferito? “L’Australia. È incredibile come assomigli all’America. E laggiù in dicembre è estate“. Dimentichiamo i cliché “sesso, droga e rock’n’roll”, i Killers non sono dei festaioli e passano le serate durante la settimana “come delle persone normali“. Non hanno groupie al loro seguito. “C’è qualche fans che ci segue ma niente di più. È lusinghiero, perché amano veramente il gruppo, non sono attirate da un semplice effetto di moda“. Si felicita candidamente Mark Stoermer, il loro gigantesco bassista dal viso affilato.

19.00 Nei camerini Brandon scopre i vestiti di Dior che ha fatto pervenire loro Heidi Slimane, sarta e fotografa che avevamo potuto vedere gravitare attorno agli Air e ai Phoenix. Ronnie prova un superbo paio di stivaletti neri col tacco e si lancia in un’imitazione degli Scissor Sisters che imitano Fred Astair.

20.00 A un’ora dal concerto, la tensione sale poco: “Abbiamo aperto un concerto di Morrissey. Non ho mai avuto tanta tremarella come quella volta. C’era stata in precedenza la volta in cui Bowie è venuto a farci i complimenti dopo uno dei nostri concerti. Accostato a questi fatti, lo stress di una semplice data non è niente“. Racconta Brandon. Vorremmo ben vedere.

21.00 Un rituale prima di entrare in scena? “Ci abbracciamo, poi sgozziamo un gatto e qualche pollo” scherza Ronnie. A parte l’abbraccio.

21.10 I Killers cominciano con “Smile Like You Mean It”. Dopo una programmazione condivisa allo Zenith con i Kills, gli Zutons e i Franz Ferdinand, questo concerto è un autentico incontro con il loro pubblico francese. La reazione è immediata: nella sala i fan conoscono le parole, anticipano le pause della batteria e gli whoooo di “Somebody Told Me”. Ronnie, vero spettacolo anche preso singolarmente, passa la metà del concerto in piedi. Brandon con un vestito nero e cravatta bianca illustra a meraviglia una certa rigidezza new wave non priva di eleganza. Ai suoi lati, il disinvolto Dave Keuning riprende le pose dello stile di Keith Richards o di Hendrix, anche se il suono della sua chitarra ricorda piuttosto The Edge. Mark, immenso e sapientemente inespressivo, è un miracolo di precisione ritmica. I Killers suonano un’eccellente nuova canzone: “Where Is She?”. Sono efficaci, forse un po’ troppo! Manca loro ancora quel gusto del rischio, l’abbandono impetuoso che verrà forse col tempo. Nell’attesa, la loro classe così british, che prende energia da una forza dal tocco tipicamente americano, rende bene. Jackpot, come si dice da loro.

22.00 I Killers sono fradici. Il loto camerino è pieno fino a scoppiare di rappresentanti della loro casa discografica affrettatisi per venire a congratularsi con loro. Ronnie che si è dato molto da fare per il CV del titolare dell’etichetta francese, riconosce in Santi “the man who was in the ska band” (la Mano Negra).

22.20 Miracolo, una breccia si apre finalmente durante il lavoro di questo periodo. Il loro manager, Braden, non ha mai visto Parigi! Mark improvvisa dunque un giro della capitale in auto per lui. Prima fermata: la Torre Eiffel. La fuga ha degli aspetti di parentesi incantata: lontano dall’effervescenza accuratamente inquadrata della giornata, Mark parla più di tutti gli altri insieme in un giorno intero. Insiste per fare qualche passo sul piazzale di Notre-Dame con Braden. Mark è affascinato da questi secoli di storia che non ha conosciuto. La conversazione alla fine si umanizza, per concludersi su un soggetto ancora più universale della musica: il cuccare, o piuttosto lo studio comparativo dei metodi francesi e americani. Conclusione. Il fatto di essere innamorati sembra, oltre Atlantico, essere un affare di stato (“si ha l’impressione che ciò implichi automaticamente l’idea di matrimonio“, brontola il bassista). Si spiega loro che qui questo evento viene vissuto felicemente (senza troppi pensieri). Risultato: Braden e Mark vanno a informarsi sulle formalità burocratiche per l’immigrazione.

23.00 Il gruppo scende nel seminterrato pieno come un uovo, buio e fumoso di un bar parigino per il dopo-show. La parentesi è terminata. Bisogna ridiventare un gruppo rock, sorridere alle ragazze con la frangia e le ciglia pesantemente truccate. I Killers, docili, eseguono.

1.00 Il tour bus è un po’ come uno squalo, obbliga a essere in perpetuo movimento per sopravvivere. “Non abbiamo il tempo di visitare le città in cui ci troviamo. Quando il materiale finisce di essere sistemato, bisogna ripartire” spiega Mark. Domani i Killers suonano a Cardiff. Bisognerà ricominciare la stessa identica giornata sotto un cielo giusto un po’ più nuvoloso. In seguito ci saranno 3 date a Londra, già tutte complete. Messo da parte un possibile premio ai British Awards mercoledì, niente dovrà sconvolgere la routine. La strada del successo assomiglia talvolta a un lungo fiume tranquillo.

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