Q Magazine [07-2005]

Il successo dei Killers, arrivato da un giorno all’altro, non ha sorpreso Brandon Flowers. Lui è un mormone con un’ossessione per la crema per le mani che non vedeva l’ora di essere adorato da milioni di persone.

Brandon Flowers sta camminando nervosamente all’interno di un camper a noleggio. Un servizio fotografico è imminente e lui è pronto per andare, con brillantini sulle tempie, eyeliner sulle palpebre, e un po’ di lucidalabbra sulla bocca, ma c’è un problema. Mentre gli altri membri della band Dave Keuning (chitarra) e Ronnie Vannucci (batteria) sono pronti per farsi fare i loro primi piani (anche se non con tanto entusiasmo quanto il loro cantante), manca il bassista Mark Stoermer. Questo è un tipico comportamento di Stoermer. Oggi, spiega Flowers, è perché è “malato”, parola che pronuncia con molto scetticismo.

“Bronchite, penso che abbia detto”, dice impassibile. “O forse tonsillite”.

È mezzogiorno, e il servizio di questo pomeriggio si svolgerà nel deserto del Nevada, a un’ora dal centro di Las Vegas, e sotto un sole implacabile. Solitamente, i servizi fotografici sono la rovina della vita di ogni band, e pochi ne sopportano uno senza lamentarsi, ma Brandon Flowers li considera di vitale importanza. È un uomo che sa come gestire i mezzi di comunicazione, il che spiega il motivo per cui è attualmente vestito come un metrosexual de Le Iene, pronto a lanciarsi in una serie di pose da Vogue fino a notte.

“È importante apparire bene”, dice sinceramente. “La grande musica è grande musica, ma l’immagine non ha prezzo. Non sto dicendo che sono in questa posizione perché sono bello, ma la cosa certamente aiuta”.

L’assenza di Stoermer è pertanto un importante fattore di irritazione, e così Flowers esce a fumare una sigaretta. Fumare gli si addice, fa apparire più pronunciati i suoi zigomi.

Un’ora più tardi la berlina bianca del bassista finalmente si avvicina avvolta in una nuvola di polvere del deserto. Parcheggia, fa emergere lentamente i suoi 1,98 metri dal posto di guida, e si dirige verso il fresco dell’aria condizionata del camper. Ha un aspetto terribile, pallido e con la barba lunga, in una giacca della taglia sbagliata, le labbra coperte di piaghe, e non si scusa per il ritardo, ma invece borbotta qualcosa a proposito di un medico, antibiotici e una probabile necessità di esami del sangue. Flowers, che di solito non beve, fa un respiro profondo.

“Ho bisogno di una birra”, dice. “Qualcuno può portarmi una birra?”

I Killers sono, senza dubbio, la più grande nuova band nel mondo in questo momento. L’album di debutto, Hot Fuss, è stato premiato con nomination ai Grammy e ai Brit, e ha venduto uno e due milioni di copie nel Regno Unito e negli Stati Uniti, rispettivamente. I Killers possono essere stati stroncati da Germaine Greer su Late Review di BBC2 – li chiamò “uggiosi, falliti [e] aridi” – ma sono stati sostenuti da dei Golia come Elton John e David Bowie. Il Regno Unito ha adottato i Killers come se fossero suoi in molti modi. Hot Fuss è un punto fermo della top 10 da gennaio, ed è previsto che i loro set al Glastonbury e al Reading questa estate saranno il i momenti salienti della stagione dei festival.

Brandon Flowers è, ovviamente, elettrizzato da tutto questo. Ha trascorso gran parte della sua vita sognando di diventare una pop star, modellando se stesso principalmente su Morrissey – “Ho letto ogni intervista che abbia mai fatto, più o meno”, dice – e così ora, a soli 23 anni, la sua ambizione è stata raggiunta.

I suoi compagni, nel frattempo, si stanno ancora adattando – alla vita sotto i riflettori, ad una tournée erculea (hanno fatto quasi 200 concerti l’anno scorso), e polemiche semi-regolari con il loro cantante. “L’ego di Brandon è sicuramente aumentato, devo dirlo”, afferma Dave Keuning. “E ama quello che ci sta succedendo. Lo amiamo tutti, naturalmente, ma Brandon, beh, Brandon di più”.

Keuning, che ha la reputazione di essere difficile (Vannucci lo chiama “lamentoso”), può anche essere timido e imbarazzato. Oggi è un modello di minimizzazione, che parla solo quando gli si rivolge la parola. Tornato a casa a Las Vegas per un mese di prove, ammette sussurrando di avere “problemi di relazione” con la sua ragazza di nove mesi, e conferma che la fama ha sicuramente comportato un prezzo da pagare.

“Ho avuto un paio di…un paio di crisi”, mormora.

Davvero?

“Beh, sì, occasionalmente ho perso il controllo. Sai, se ad esempio abbiamo discusso per un soundcheck, o se un concerto non è andato bene, o ci sono giorni in cui sento che nessuno vuole la mia opinione, che non conto più…è in quel momento che scatto”.

Gli chiedo di spiegare “scatto” e, a malincuore, lo fa.

“Grido, urlo, me ne vado infuriato. Ma non è mai nulla di grave”. Sorride malinconicamente. “Non è che impazzisco completamente o qualcosa del genere”.

Mark Stoermer dice che una parte di lui sarebbe molto felice se i Killers non arrivassero mai ad avere più successo di quello che hanno adesso. Questo uomo introverso, che indossa questo orologio digitale-con-calcolatrice visto l’ultima volta ai polsi della gente nel 1982, vuole solo fare musica. Tutto il resto è un peso inutile.

E Ronnie Vannucci? Il batterista, che sembra Krist Novoselic dei Nirvana a 17 anni, è l’unico atleta della band, un uomo che scherza in continuazione e flirta con ogni donna che incontra, anche se innocuamente (è felicemente sposato). Quando gli chiedo un’intervista a tu per tu, suggerisce di incontrarci presso la diga di Hoover, un’ora fuori da Las Vegas, alle 3 del mattino.

“Vieni da solo”, avverte.

Si sta comportando in modo evasivo. È chiaro che non ha intenzione di esserci e non si presenterà nemmeno alla nostra cena programmata in anticipo per la sera dopo.

“Questo è tipico di Ronnie”, mi dirà poi Flowers.

I Killers si sono formati nella loro città, Las Vegas, nel 2002, dopo che Dave Keuning aveva messo un annuncio su un giornale locale dicendo di cercare musicisti “a cui piacessero gli Oasis” (e non ce ne sono molti in Nevada). Utilizzando il garage di Keuning come base, si sono trovati bene immediatamente. La prima canzone che hanno scritto insieme è stata Mr Brightside, una futura hit da top 10. È venuta così facilmente da lasciare di sorpresa i tre quarti della band. Chitarrista, bassista e batterista, ora tutti alla fine dei loro 20 anni, avevano tutti trascorso la parte migliore di un decennio in band destinate a non andare da nessuna parte, ed erano pieni di disillusione. Keuning, originario di Pella, Iowa, aveva abbandonato l’università, ed era finito in Nevada perché non poteva permettersi né New York né Los Angeles. Vannucci, che aveva studiato percussioni a livello universitario, era un fotografo alla Little Chapel Of Flowers, mentre Stoermer, che non aveva realizzato il sogno di diventare “un avvocato o un professore di college o qualcosa di legato al mondo accademico”, era un corriere di campioni di urina dei pugili per un laboratorio locale.

“Penso che ci siamo trovati bene”, dice Stoermer, “perché noi tre abbiamo portato una certa saggezza nella band, la saggezza dell’esperienza, immagino, mentre Brandon ha portato la convinzione che avremmo davvero potuto andare da qualche parte; il ragazzo non ha mai affrontato un rifiuto in tutta la sua vita”.

Brandon Flowers è una combinazione intrigante di contraddizioni, in gran parte con consapevole intenzione. Dopo il diploma di scuola superiore, l’allora 18enne ha lavorato in un susseguirsi di alberghi di Las Vegas come fattorino, mentre sognava la celebrità. La sua prima band, i Blush Response, prendeva ispirazione dai Pet Shop Boy, ma è stato solo quando ha incontrato Keuning anni dopo che ha iniziato a realizzare il suo pieno potenziale.

Oggi, il suo desiderio di diventare la pop star perfetta del 21° secolo è palpabile, e così è, come convinzione impone, lunatico, enigmatico e controverso. Inizialmente diffidente nei confronti delle persone nuove, necessita di ricevere dei complimenti prima che possa sentirsi in grado di concedere fiducia, e così il nostro primo incontro è squisitamente imbarazzante. Ci incontriamo al suo ristorante messicano preferito, Chapalas, a 20 minuti dal centro, ma mentre la conversazione tra i membri della band procede a ruota libera, Flowers è silenzioso, fuma copiosamente mentre mi lancia sguardi nervosi. Spesso, per nessun motivo particolare, produce una finta risata serpentina – “Ss-ss-ss” – che esce ammantata della forte ironia alla Boy George.

È solo dopo due interi giorni in sua compagnia che comincia ad ammorbidirsi, e quando ci incontriamo a cena due sere dopo, al Palms, in un ristorante alla moda all’interno del porticato imponente del casinò del Caesar’s Palace, è, finalmente, rilassato. Ordina un’enorme bistecca e una coca-cola, e convince il cameriere, un fan dei Killers, a lasciargli accendere una sigaretta nella nostra sezione non fumatori.

“Sono insicuro?” comincia. “Non direi così, no, ma forse sto cercando di negarlo…? E se lo sono, è più o meno perché quando ero più giovane ero cicciottello. Ne ho ricavato una terribile immagine di me stesso, e credo di portarmela ancora in giro con me”.

Oggi è snello come un levriero.

“Non è anoressia, però”, dice, in risposta ad una domanda inespressa. “Ma sto attento al peso, assolutamente”.

La sua giovinezza per il resto è stata relativamente priva di stress. Flowers era il figlio più giovane di una grande famiglia (un fratello, quattro sorelle), e la religione è arrivata a formare il centro della loro vita. Quando aveva otto anni, i suoi genitori trasferirono la famiglia a Payson, Utah, “per uscire dalla routine della vita di corsa per un po’”. Come mormoni, si erano effettivamente stabiliti nella città per loro equivalente di Gerusalemme (circa l’80 per cento della popolazione dello Utah è mormone), e quando sono tornati a Las Vegas sei anni più tardi, dove il padre di Flowers continua a lavorare come fattorino presso l’hotel Treasure Island , la loro fede è rimasta intatta. Ma questo è qualcosa di cui il cantante preferisce non parlare. Perché?

“Perché la band non vuole che lo faccia”.

Di nuovo, perché?

“Beh, guarda, non è un grosso problema, ma la religione non ha nulla a che fare con i Killers Inoltre, mi sono reso conto che, mentre va bene credere in Dio in America – praticamente tutti qui lo fanno – nel Regno Unito ti fa sembrare un po’ strano. Sono mormone, certo, e sono fiero di esserlo, ma non è un grosso problema, giusto?”

La cosa che è stata davvero importante crescendo, dice, era vivere all’ombra del fratello, Shane, di 12 anni più vecchio di lui. “Lui era il più figo e molto bello, il tipo di ragazzo che poteva andare al ballo di fine superiori con Miss Nevada. Era il motivo per cui mi sono dedicato al golf, e poi alla musica. Ogni cosa che ha fatto lui ho voluto farla anch’io”.

Come suo fratello, Flowers era abbastanza bravo a golf da prendere in considerazione l’idea di passare al professionismo, ma la sua ossessione per la musica – in particolare le canzoni di Duran Duran, New Order e Smiths – è diventata ben presto onnicomprensiva.

“C’è una canzone Pet Shop Boys chiamata Being Boring in cui Neil Tennant canta, ‘Non ho mai pensato che avrei potuto essere / La creatura che ero destinato ad essere’. È sempre stata la mia strofa preferita mentre crescevo, e ora è diventata incredibilmente importante per me, per quello che sono diventato”.

Mentre le interviste lo innervosivano all’inizio, ora se la gode e ama prendere in giro. Quando mi dice questo: “La crema per le mani è la cosa che preferisco al mondo, oceani di crema”, probabilmente è perché sa che lo renderà una curiosità e, forse, sessualmente ambivalente à la Morrissey e Michael Stipe. Quando cantava Andy, You’re A Star (da Hot Fuss), una storia di complimenti ad un bel ragazzo delle superiori, molti credevano che fosse una confessione di amore gay.

“Sì, ma come fai a sapere che Andy non è, in realtà, una ragazza?” dice, piuttosto irritato.

Lo è?

“No, ma questo non significa che sia una canzone gay…o certamente non gay come Michael dei Franz Ferdinand. Senti, io scrivo solo storie, bizzarre, strane, storie divertenti, e solo qualche volta sono autobiografiche”.

Flowers si prende molto sul serio, e vuole che lo facciano anche tutti gli altri.

“Mi da fastidio che per certe persone sarei più credibile se avessi problemi di droga”, dice. “Perché? Stronzate. Io non sono interessato alle droghe perché ho ​​visto cosa possono fare. Prendete Brian Wilson. Non voglio essere come lui. Cosa importa oggi se ha scritto Good Vibrations? Adesso va in giro parlando da solo”.

Ma forse direttamente perché la sua band è così lontana dagli eccessi del rock’n’roll – Flowers, per esempio, presto sposerà quella che è la sua fidanzata da quattro anni, Tana Mundkowsky – è felice di perpetuare qualsiasi altro mito che gli capita. Quando racconto un pettegolezzo che ho letto on line che lascia intendere che il loro recente tour in Giappone sia culminato in una notte di bagordi ubriachi, l’esposizione pubblica del pene e rapporti sessuali con groupie minorenni, praticamente rimane sbigottito con orgoglio.

“Questa non l’avevo mai sentita prima, ed è ovviamente una sciocchezza. Ma una storia del genere non ci farà alcun male. La polemica”, mormora, “non è mai una brutta cosa”.

E la maggior parte delle polemiche è lanciata da Flowers in persona. È stato difficile tenere il conto del numero di band che ha attaccato a parole l’anno scorso, ma ci sono i Secret Machines, progressive-rocker di Dallas (“idioti totali”) e i canadesi The Stills (“stronzi e pretenziosi”). Le sue più recenti vittime sono i newyorkesi The Bravery, che hanno influenze britanniche simili alle sue.

“Non ho mai effettivamente detto nulla di male su qualcuno che non lo meritava”, dice maliziosamente, “ma, di tanto in tanto, è causato tutto dalla gelosia. Quando sento una buona canzone, mi fa davvero incazzare. Ma per quanto riguarda i Bravery…” Qui vacilla. “Guarda, non dovrei più farlo ma, beh, mi stai stuzzicando e quindi dovrò dire questo: per me i Bravery non sono reali. Ho sentito dire che le parti di tastiera sono tutte pre-programmate, e che il cantante non riesce a raggiungere le note alte su (recente singolo) An Honest Mistake. Io riesco a raggiungere quelle note alte”.

In risposta, i Bravery hanno accusato Flowers di averli cacciati dalla continuazione del tour in Regno Unito perché si sente minacciato.

“Hanno detto questo?” dice Flowers, con un tic nervoso alle sopracciglia. “È divertente, molto divertente”.

Forse sì, ma mentre gli piace sicuramente lanciare sfide, non è particolarmente bravo a riceverle. L’anno scorso, la sua band è stata invitata a fare da supporter a Morrissey a Los Angeles. Flowers è rimasto basito quando ha notato l’ex Smith in piedi a lato del palco durante il soundcheck, ma quando poi si sono passati accanto nel corridoio, Morrissey l’ha palesemente ignorato.

“E io ero devastato”, dice. “Mi ricordo di aver letto una sua intervista in cui ha detto che Marc Bolan, il suo idolo, ha fatto la stessa cosa a lui anni prima, e lo ha distrutto. Allora perché lo ha fatto a me?”

A questo punto, la nostra conversazione viene interrotta da Elvis Presley. Rivolge il suo sorriso falso verso di noi, scuote Flowers per la mano, e gli dice che suo figlio è un grande fan. Quando Presley se ne ritorna alla toilette del ristorante dove lavora come guardiano, Flowers si accende un’altra sigaretta.

“È bello essere riconosciuto”, dice.

Più tardi, dietro uno strip bar sul lato sbagliato della città, la band si è riunita nella nuova sala prove – una piccola stanza piena di attrezzatura da studio e, inaspettatamente, un paio di mutande abbandonate – per suonarmi nove canzoni dal loro secondo album, che uscirà nei primi mesi del 2006. Le prime cinque sono cupe e ricordano gli Stranglers. Una si intitola Where Is She?, è un inquietante resoconto dell’omicidio della 14enne Jodi Jones, avvenuto realmente. Il corpo mutilato di Jones è stato trovato il 30 giugno 2003 in un bosco vicino a casa sua a Dalkeith e, 10 mesi più tardi, il suo ragazzo, Luke Mitchell, all’epoca 15 anni, è stato arrestato. È stato incarcerato per l’omicidio all’inizio di quest’anno. Mitchell, che i giornali riferivano essere un fan di Marilyn Manson ossessionato dal diavolo, è successivamente diventato una sorta di pin-up adolescente, che Flowers dice di trovare affascinante.

“Voglio riempire lo studio con immagini di lei e del suo assassino. Darà alla canzone l’atmosfera più incredibile, non credi?”

Le altre quattro canzoni sono più somiglianti a Hot Fuss, Flowers indica la galoppante Sweet Love e Bones come futuri singoli di successo.

“Chiunque pensi che siamo una di quelle band che fa un solo grande singolo per poi scomparire”, dice a questo punto, “ci ripenserà. Questo album potrebbe essere proprio incredibile”.

La sera successiva, andiamo a vedere lo sfavillante concerto di Elton John al Caesar’s Palace. Flowers ha già visto lo spettacolo, ma è un fan anche della scenografia, non solo della musica– pensate ai Rolling Stones sotto effetto di steroidi, un sacco di banane gonfiabili – che è la quintessenza di Vegas. Dopo lo spettacolo, veniamo accompagnati nel backstage per incontrare l’artista. Elton parla incessantemente, Flowers arrossisce e balbetta le sue risposte. Elton si informa sull’imminente matrimonio del cantante.

“È in ottobre, giusto?”, dice. “Se lo è, io sarò qui a Las Vegas”.

Flowers conferma. Un giorno di ottobre, sicuramente.

“Beh, io sarò qui…”

Se questo è il modo di Elton John per rimediare un invito, Flowers stranamente non riesce a rispondere. La conversazione finisce presto e ci scambiamo i nostri saluti impacciati. In seguito, Flowers sembra imbarazzato. Può essere bravo a resistere ai colleghi che teme, ma mettilo di fronte a una superstar, e si sbriciola. Dopo, in un bar, passa sotto esame l’incontro.

“Devi andare al di là del pensiero di chi sono. Sono persone, dopo tutto, e Elton è praticamente un amico ora”. Il cantante, che potrebbe essere una superstar egli stesso un giorno, scuote la testa. “Farò meglio la prossima volta”, dice. “Imparerò”.

Brandon commenta le nuove canzoni

Uncle Johnny Did Cocaine
Volevo che sembrasse come se venisse fuori da Lust For Life di Iggy Pop. Mio zio si faceva di cocaina, sì, e non ho ancora chiesto la sua approvazione, ma spero che sarà lui a suonare la chitarra in questa canzone.

Higher And Higher
Vedo automaticamente questa canzone come la prossima All These Things, solo migliore. Le persone amano le canzoni che hanno slancio, e il ritornello darà alla gente qualcosa su cui urlare.

Daddy’s Eyes
Si tratta di un padre che dice al figlio che ha tradito la madre e sta per andarsene di casa, ma sta spiegando che non è colpa del figlio. No, non è un’esperienza personale, ma tutti saranno in grado di identificarcisi. Questo brano farà piangere le persone.

I’m Talking To You
Questa è la nostra canzone fregata agli Oasis, specialmente la linea di chitarra. Potrebbe salvare la loro carriera, riguarda il parlare a se stessi e cercare di capire i grandi problemi della vita, tutto da soli.

The Stereo of Lies
Non ne posso parlare molto perché riguarda una persona (l’ex batterista dei Killers). Diciamo solo che è una canzone arrabbiata

Fonte // The Killers Fansite

Condividi