La Repubblica XL [11-2006]

Le droghe. La politica. La promiscuità. La barba che non cresce. La paura di volare. Il pubblico dei club gay. Che fatica essere una star quando ti chiami Brandon Flowers.

Killers, Mormone. Ecco il curriculum della prossima superstar della musica. Che spasso la storia del rock. Tutti i capitoli sono già stati scritti, ma sono le piccole varianti che ogni volta stupiscono e arricchiscono questo romanzo contemporaneo.

Una volta il protagonista è un drogatone marcio bohémien che se la fa con la supermodella. Un’altra un secchione che a sorpresa si fa ricoverare in clinica per disintossicarsi. Un’altra volta ancora un bellone che prima dei trent’anni mette su famiglia e la testa a posto. E quindi, dopo Pete Doherty, Keane e Chris Martin, l’eroe improbabile di questo nuovo capitolo della storia del rock è un Killers, mormone.

A guidare i Killers è Brandon Flowers, 25 anni, gentilissimo (ti saluta inchinandosi), timido.

Sognava di diventare una rockstar. C’è riuscito due anni fa con l’album Hot Fuss. Il nuovo, Sam’s Town, meno anglofilo, è numero uno. Tutto nonostante la sua fede, non proprio da rockettaro. Ma chi può dire che cosa è giusto nel pazzo mondo del rock?

Cose da fare se vuoi diventare una star: 1) fatti fotografare da Anton Corbijn e produrre da Flood e Alan Moulder, gente che risponde al telefono solo se chiamano U2 e Depeche Mode; 2) sposa la tua fidanzatina di una vita, e SOLO lei, anche se tutti pensano che da mormone potresti sposarne molte di più; 3) scrivi il coro epocale “I got soul but I’m not a soldier” (in All These Things That I’ve Done), così poi Robbie Williams te lo ruba e lo fa cantare a tutto Hyde Park durante il Live 8; 4) fatti dirigere un clip da Tim Burton (il nuovo singolo Bones).

Cose da NON fare se vuoi diventare una star: 1) non farti crescere i baffi se la vita ti ha voluto praticamente imberbe; 2) non indossare gilet che sembrano quelli dei croupier se la tua città è Las Vegas; 3) non sbandierare la tua paura di volare (in Why Do I Keep Counting?), perché tutti chiederanno come procede la psicanalisi (“va bene, faccio un incontro a settimana”); 4) non intitolare un brano Uncle Jonny se parla di cocaina (“sì, è una storia vera, ma adesso mio zio Jonny sta bene”). Magari tutto questo non conta niente. Contano i ritornelli: “I discografici non ci fanno pressioni, perché siamo noi i primi ad amare il pop accattivante. Sanno che avranno comunque i singoli per le radio”.

Dicevano di voi: la miglior band britannica proveniente dagli USA. Ora invece sembrate cowboy, via l’aspetto quasi new romantic: l’immaginario è molto più americano.
Non mi vergogno delle influenze britanniche, ma sono orgoglioso del mio paese e volevo dirlo in musica. Molta gente ha sentimenti negativi verso gli USA, e volevo che il disco mostrasse che siamo…come tutti, siamo persone.

Hai notato astio verso gli USA in giro in tour?
Appena sentono l’accento americano mi trattano diversamente. I Green Day hanno pubblicato American Idiot, avvicinando ‘americano’ a ‘idiota’, e credo che sia una cosa molto negativa, ma loro credono sia una ficata.

L’album era contro Bush, non gli Stati Uniti.
Si, però…dov’è che sono andati a girare il dvd dal vivo? In Inghilterra. Un gruppo di ragazzini inglesi che canta ‘non voglio essere un idiota americano’ secondo me non ha proprio senso. Sono inglesi, non americani. É una scorciatoia per ottenere applausi. Come dire: “Fuck George Bush…”.

Non condividi il loro pensiero?
La democrazia è una bella cosa, ma non è detto poi che chi viene eletto rappresenti per forza quello che pensa la gente. Bush è un esempio perfetto.

Tutti sono interessati alla tua fede. Come è stato crescere in una famiglia mormona?
Normale. Abbastanza. I miei genitori non sono molto rigidi. Ci hanno sempre dato molta libertà. Oggi la religione è vista soprattutto come regole, imposizioni, restrizioni, mentre secondo me siamo liberi di scegliere tra il bene e il male.

Quindi è possibile essere mormoni e rockstar? E tutte le tentazioni del mondo del rock?
Le conosco molto bene. Ma sono sposato ormai, sto cercando di raggiungere un mio equilibrio.

E con i colleghi? Ti offriranno droghe in continuazione…
Si ma non siamo molto mondani, quindi è più facile.

Eri l’unico a Las Vegas ad ascoltare brit pop?
No, c’era una piccola scena. Un gruppo di amici.

I tuoi poster in camera?
Li ho tolti da poco perché ho cambiato casa. Avevo quelli di David Bowie, Morrissey, Duran Duran, Cure. E Lennon.

Musiche scoperte grazie ai dischi di tuo fratello maggiore?
Sì.

Lui era l’appassionato di rock, ora tu sei la rockstar. Sarà invidioso…
No, credo sia orgoglioso di me. É una cosa bella, no?

Agli esordi i Killers suonavano anche nei club gay.
A volte. Avremmo suonato ovunque. A Las Vegas non ci sono poi così tanti luoghi dove suonare dal vivo, e quella era una possibile soluzione.

E com’era la reazione del pubblico?
Ci portavamo sempre dietro molti amici e fan, poi il resto della gente reagiva bene.

Non vi chiedevano di suonare canzoni di Madonna?
No, no, per carità.

Suonavate cover?
No. Ora però mi piacerebbe. Magari It’s Now Or Never, nella versione di Elvis.

É una canzone italiana, O sole mio. Ne conosci altre?
No. Di musica italiana conosco solo Dean Martin.

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