Q Magazine [07-2012]

I rocker di Las Vegas ritornano dai loro progetti solisti per – finalmente – scrivere un nuovo album

“Siamo umani?” si chiedeva una volta Brandon Flowers dei Killers. “O siamo ballerini?” Quattro anni dopo il loro ultimo album, Day & Age del 2008, il quartetto di Las Vegas non ha ancora completato l’album successivo – e questo li rende molto umani. Sono stati pubblicati degli album solisti – Flamingo di Flowers suonava come un album dei Killers con la parte vocale accentuata, Big Talk del batterista Ronnie Vannucci suonava come un album dei Killers con la batteria accentuata, Another Life di Mark Stoermer suonava come Bob Dylan con, beh, avete capito – ma, più rimanevano barricati nel loro studio nel deserto del Mojave, Battle Born (che è anche il titolo provvisorio dell’album), più si può pensare “Può capitare che le band si prendano una pausa troppo lunga”.

“Sono convinto che sia pericoloso”, dice Flowers. “È un po’ strano passare del tempo ad affinare le tue capacità e scoprire cosa rende la band unica, e poi prendersi mezza decade di pausa”.

Quando il rischio che si corre è che non torni tutto come prima quando ci si ritrova?

“Esattamente”, dice Flowers. “Speriamo che il fulmine colpisca ancora”.

Se Battle Born potesse essere racchiuso in due efficaci parole, sarebbero “Niente trabocchetti”. Dopo una catena di album sperimentali – chi non ricorda l’alienante riff di All The Pretty Faces di Sawdust? – i Killers non prevedono di scandalizzare nessuno con quest’album, anche se Flowers ci avverte: “È comunque eclettico, non ho buttato via le tastiere”.

Ma è decisamente più rock?, chiediamo.

“È decisamente più forte”, annuisce.

Quando una band va in pausa e lavora a progetti solisti per alcuni anni, la paura è che qualcuno nel gruppo impazzisca e voglia intraprendere una direzione jazz. Fortunatamente, l’unica nuova canzone che hanno suonato al loro concerto alla Scala di Londra l’anno scorso, The Rising Tide, non guardava nemmeno verso quella direzione. Infatti, il suo incalzante sferragliare electro-pop non sarebbe sembrato fuori posto in Hot Fuss. “Ma stiamo tenendo d’occhio Dave (Keuning)”, suggerisce Vannucci Jr. “Già somiglia a Pat Metheny”.

Tra le nuove canzoni finora scritte, la preferita di Flowers è stata provvisoriamente intitolata Miss Atomic Bomb (“Can’t you just see her in her sash?/Non riesci a vederla nel suo nascondiglio?”) mentre Vannucci ne promuove tre da cui è affascinato al momento: Runaways, Flesh and Bone e Carry Me Home.

“Queste canzoni sono così belle che voglio disperatamente fare qualche concerto”, implora il batterista. “Suonerei all’inaugurazione di un 7-Eleven (catena di supermercati, ndt.) a questo punto”.

Mentre la band lavorava, Flowers ha trovato il tempo di prendere parte in prima linea nella campagna A Fire Still Burning per la chiesa Mormone, un gruppo che lui crede venga frainteso dal grande pubblico. “Ecco perché Mitt Romney ne soffre. Vengono dette menzogne su di noi e poi la gente ci crede”. Ad un livello più personale, la band ha appena subito un enorme shock con il suicidio del loro sassofonista, Thomas Marth, che aveva registrato con loro gli ultimi due album e li ha accompagnati in tour. “Quando la vita fa il suo percorso e sembra che vada tutto bene e poi vieni colpito da una cosa del genere”, dice Flowers. “Cominci a vedere tutto da una cruda prospettiva”.

Adesso, ciò che devono fare è assicurarsi che il fulmine colpisca ancora in un modo così straordinario che Battle Born ci friggerà il cervello. Nessuna pressione, ragazzi.

* Il titolo è un gioco di parole basato sul nome della rock band Motley Crüe.

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