Electronic Musician [09-2012]

Per Battle Born, il loro quarto album, i Killers hanno passato un anno in studio di registrazione assieme ai super produttori Brendan O’Brien, Steve Lillywhite, Stuart Price, Damian Taylor e Daniel Lanois, attingendo dalle forze individuali per creare un pacchetto musicale organico.

Nella loro relativamente breve carriera di quattro album, i Killers hanno creato delle hit da dischi multi-platino utilizzando stili musicali così mutevoli che la critica non riesce a cambiare le marce abbastanza velocemente per tenersi al passo. Ma in fin dei conti, i Killers – il cantante/tastierista Brandon Flowers, il chitarrista David Keuning, il bassista Mark Stoermer, e il batterista Ronnie Vannucci – sono semplicemente degli autori fantastici. Che si ispirino ai Depeche Mode o a Bruce Springsteen, i Killers creano sostanzialmente elementi di cultura Americana pieni di sfarzo e al tempo stesso umili. Ovviamente, non si tratta dello stile “irsuto” reso popolare dai Kings of Leon o gli Alabama Shakes, ma mitologizzando il decadimento del Sogno Americano meglio di molte altre band degli ultimi 20 anni, i Killers fanno leva non solo su un cuore rock and roll collettivo, ma anche su un senso di speranze distrutte e su un futuro inquietante. Eppure, nonostante il loro talento innato, i Killers sono lontani dall’aver trovato tutte le risposte. Fanno regolarmente passi falsi, come farebbe qualunque altra band che decide di rischiare tutto.

“Con Day & Age, abbiamo sperimentato e ci siamo divertiti, ma non era la strada giusta”, spiega Ronnie Vannucci. “Non ha avuto il lancio che avrei voluto; non sembrava rappresentare abbastanza ognuno di noi. La risposta generica sarebbe stata che avrei voluto più chitarre. (Ride) Sono stato un grande sostenitore di un approccio più semplice alla nostra musica, ovvero quattro persone in una stanza, che immortalano quel tipo di temperamento. Volevamo che il sound rimanesse importante e che potesse riempire le arene, ma anche continuare ad avere qualcosa a cui restare fedeli dal punto di vista dei testi e creare qualcosa di più personale”.

Come catturare l’essenza di una band quando questa vuole al tempo stesso riempire gli stadi e continuare a mantenere una sembianza più essenziale? Dopo Hot Fuss, Sam’s Town, e Day & Age, i Killers si sono chiesti, “Perché lavorare con un produttore quando possiamo lavorare con cinque?” Appena la band ha messo assieme un gruppo di canzoni che potessero costituire un nuovo album, si è messa in contatto con Brendan O’Brien, Steve Lillywhite, Stuart Price, l’esperto di elettronica Damian Taylor e Daniel Lanois. Il risultato è Battle Born, che racchiude le diverse forze dei singoli componenti in un unico potente pacchetto di creazioni.

“Quando aspetti fino all’ultimo minuto per cercare un produttore, le probabilità di aggiudicarti qualcuno sono molto basse”, spiega Vannucci. “Quindi ci accaparravamo qualcuno per due settimane alla volta e poi li univamo quando possibile. È gergo del settore! All’inizio ci siamo chiesti se sarebbe stato un problema, e ovviamente è stato un problema mantenere una continuità nel sound. Ma tendiamo ad essere piuttosto ‘tirannici’ come co-produttori, quindi c’è sempre una certa linea di continuità. Ognuno di noi ci ha messo del proprio”.

Brendan O’Brien ha lavorato con la band al Blackbird Studio di Nashville; gli altri produttori sono andati a Las Vegas allo studio dei Killers, Battle Born. Questa esperienza ha dato alla band una visione unica dei processi lavorativi dei vari produttori.

“Brendan O’Brien è un professionista freddo come la pietra”, dice Flowers. “Sa cosa gli piace e sa far capire cosa gli piace, e sa in che direzione dovrebbe andare una canzone, e all’improvviso – Bang! Ecco cosa faremo, e lo facciamo. Lillywhite è più uno spirito libero, e si lascia guidare dall’istinto. Dice cose come ‘Non avere paura’. Damian Taylor è un tipo più elettronico, ma conosce le chitarre; con lui abbiamo fatto un po’ di tutto. È stato bello aver potuto inviargli una demo e vedere in che direzione l’avrebbe portata, poi la portava in studio e ci lavorava con Lillywhite mettendoci le chitarre. Dopo 30 minuti di improvvisazione con Daniel Lanois, già avevamo Heart of A Girl, lavora in maniera molto sistematica. Facevamo cose che non avevamo mai fatto”. Spesso un produttore iniziava a lavorare su una canzone, e un altro la finiva. O, nel caso di Taylor e Lillywhite, i due lavoravano simultaneamente nelle stanze A e B di Battle Born.

Improvvisare, produrre, alternarsi
Come per Day & Age, le canzoni sono scaturite da demo e jam session. L’ingegnere del suono Robert Root si metteva al comando di Pro Tools (software di produzione digitale di musica, ndt.) via via che le canzoni prendevano forma.

“Le demo hanno avuto un ruolo ancora più importante che in Day & Age”, spiega Root. “I ragazzi hanno capito che nonostante queste siano delle demo e stiamo lavorando sulle canzoni, alcune di queste possono essere usate. Alcune parti delle demo sono finite sull’album. Di solito Brandon registrava le demo da solo; buttava giù qualcosa al piano o scriveva delle melodie. Poi ci improvvisavano sopra. Inoltre, le sessioni di scrittura erano improvvisazioni che duravano mezza giornata. Ci lavorano, si amalgamano e arricchiscono le canzoni molto velocemente”.

Nonostante sia accreditato come produttore di canzoni specifiche, Damian Taylor è il sonico della porta accanto di Battle Born, che ha mixato varie tracce, programmato i sintetizzatori, e persino fornito tecniche radicali di microfonaggio per la batteria. “Damian è stato di enorme aiuto nella programmazione”, dice Root. “È sistematico ma lavora anche con tutti questi sintetizzatori e strumenti elettronici. Ha molto aiutato a condurre la direzione di alcuni pezzi verso un posto felice tra l’elettronico e l’acustico. Steve è ugualmente organico. Ha sempre le mani sul mixer audio; generalmente non usa affatto il computer, ma è proprio questa la differenza tra i due. Damian lavora molto al computer, con i plug-in e nella messa a punto. Mentre Steve ascolta la performance e le sensazioni, poi fa tutto in analogico. Stuart Price suona tutto, è uno ‘smanettone’. Usa molto Logic.

Gli studios Battle Born hanno due stanze, A e B. La A, la stanza in cui si suona, misura all’incirca nove metri per cinque e un controsoffitto alto poco meno di tre metri. Ha una cabina d’isolamento e una precedente cabina per la batteria in cui c’è un pianoforte. La stanza B consiste nella stanza di controllo e una cabina di isolamento. Di fronte alla stanza B c’è uno sgabuzzino con una seconda cabina per il batterista. Durante le registrazioni, la band si posiziona in cerchio nella stanza A, con Flowers che canta su una traccia improvvisata e poi taglia il cantato nella stanza A e nella stanza di controllo. La vecchia cabina per la batteria si era dimostrata troppo “vivace” per il sound della batteria di Vannucci, e Lillywhite ha quindi suggerito di usare, come cabina per la batteria per svariate canzoni, uno sgabuzzino senza controsoffitto con volta alta 7 metri e pareti non parallele.

Monitorare i trucchetti
“Quando canto con uno Shure SM 58, devo tenerlo in mano perché sono abituato a usare quel microfono durante i concerti”, spiega Flowers. “È così che mi sento a mio agio, tenendolo stretto. Metto la mano vicino alla parte superiore. Penso renda il suono più direzionale e distorto. Percepisco le emozioni in un certo modo quando mantengo il microfono in quel modo. La chiave sta nel sentirsi a proprio agio, ma mantenerlo in quel modo è dannoso per l’apparecchio. Ma a volte se si tratta di una canzone piena di tensione, può avere un bell’effetto”.

“Ci sono canzoni in cui uso un Neumann o un Telefunken 48”, continua Flowers.

“In quel caso, lo faccio alla vecchia maniera usando un filtro pop. Uso il 58 dal vivo, e tende ad essere anche il microfono a cui ricorro anche in fase di registrazione. Lo sento più nostro; la mia performance è più intensa. Nei primi tempi in cui suonavamo nei bar, eravamo più grezzi e suonavamo più velocemente, e in maniera più ‘pesante’. Il sound è migliorato dal vivo adesso. Ma tenere in mano il 58 può ancora risultare la cosa più naturale da farsi”.

Root solitamente fa passare il suono dal 58 in un API 550A (un equalizzatore, ndt.) in un compressore Purple Audio Action.

“Non lo imposto troppo veloce nell’attacco per Brandon”, dice. “Lo imposto a un rilascio piuttosto veloce, e il rapporto è solitamente di quattro a uno. Elimino alcuni bassi medi ogni tanto. Spesso spingo molto sul rosso sul preamplificatore solo perché deve essere un tipo di suono da 1176. Ma il Purple Audio non suona troppo cupo nelle frequenze basso-medie quando si sfrutta al massimo, cosa che succederebbe con un 1176. A volte usiamo un 1176 a volte, o un Empirical Labs Distressor. Il 58 non coglie le sfumature di un microfono a diaframma largo, ma a meno che la canzone non richieda necessariamente quel tipo di dettaglio usiamo il 58”.

Taylor ha sostituito le parti della (tastiera) Nord Lead 2 di Flowers con vari sintnetizzatori, tra cui l’M-Audio Venom, il Moog Voyager, il Korg MS20, e il Roland MKS-80. “Brandon creava delle demo con una Nord Lead su Logic (software della Apple, ndt.)”, dice Taylor. “Gli piacevano i suoni limpidi e sibilanti. I sound di alcune demo avevano una certa personalità quindi abbiamo usato alcune parti del materiale originale nel disco. Poi, in alcune canzoni, abbiamo sostituito le melodie. Brandon scrive sempre melodie su qualunque cosa trovi in giro. Quindi, trovati i toni giusti per una determinata canzone, li inserivo. Il Korg MS-20 è il sintetizzatore che porterei su un’isola deserta. E me ne piace anche uno gratuito chiamato Chip 32 della Sam. È molto buono, è come un sintetizzatore wavetable, ma sembra essere uscito da un Commodore 64. Molto essenziale, ma ha personalità. Che spesso manca nei plug-in”.
Taylor ha elaborato tutto, batteria compresa, attraverso i plug-in di Universal Audio. “Sostanzialmente sono davvero ottimi”, dice. “Cambio spesso plugin e hardware per l’ equalizzazione per renderli qualitativamente equivalenti”.

“Universal Audio è buono dal punto di vista della possibilità che ti dà di accedere a diverse sfumature senza che i suoni degenerino troppo. Ho mixato il pezzo che i Killers hanno creato per il film Dark Shadows “Go all The Way”, e di solito voglio che ci sia separazione, distinzione e profondità tra gli elementi, ma volevamo che quella canzone fosse molto anni ’70. Volevo che si amalgamassero tutti gli elementi quindi ho messo un 1176 virtuale e un registratore virtuale su tutto. Universal Audio ha davvero amalgamato il tutto, cosa che non sempre succede con il digitale”.

Il segnale delle tastiere entrava diretto, ma Ronnie Vannucci ha anche avuto una brillante idea per microfonare i tasti spendendo poco. “Un giorno Ronnie è tornato in studio da un negozio musicale con una serie di questi piccoli micro amplificatori”, dice Root. “Letteralmente alti 12 cm e larghi altrettanto. Si agganciano alla cinta. Ronnie aveva comprato tutti i modelli. A volte usavamo uno di quelli nella stanza di controllo, ci mettevamo un 58 sopra, e lo aggiungevamo al segnale registrato in presa diretta dai synth analogici. E così abbiamo ottenuto un fantastico segnale distorto dai mini amplificatori”.

Le chitarre sono state registrate con diversi amplificatori, usando un SM57 fuori asse e direttamente sulla griglia. È stato piazzato anche un microfono U48 “d’ambiente posizionato a 3.7/4.6 metri in mezzo alla stanza”, dice Root. I bassi passavano direttamente attraverso un Bass POD Line 6, associato a un segnale microfonato da un Ampeg SVT Classic o un Fender Bassman. Root preferisce un Audio-Technica ATM25 per quanto riguarda i bassi. “Sono abbastanza sicuro che sia stato progettato per la grancassa”, dice Root, “ma sembra avere i bassi che stavamo cercando e una buona qualità dei medi. Riesci davvero a cogliere i dettagli dell’alta qualità finale”.

Monitorare la spinta
Il titanico modo di suonare di Vannucci è praticamente diventato leggenda, e la sua attrezzatura gioca un ruolo fondamentale. Il set d’acero di Johnny Craviotto è corredato di enormi hi-hats che vanno dai 40 ai 45 cm, con piatti crash delle stesse dimensioni. “Ronnie ha questi enormi piatti e sembra colpirli 10 volte più forte dei tamburi”, dice Taylor. “Quindi se cerchi di microfonare dei tamburi da 40 e 45 cm con questi piatti enormi accanto, ottieni un suono 10 volte più forte. In un paio di canzoni, ho usato un microfono. Abbiamo finito per usare microfoni vicini anche in quelle, ma era più una questione di catturare il suono alla fonte. Siamo riusciti a trovare il punto perfetto: Mark ha portato un nuovo Telefunken U48. L’abbiamo incanalato in un Great River; non l’ho compresso direttamente, perché spesso faccio modifiche dopo”.

“Tutto questo ha catturato un suono molto nitido e presente senza scompigliare l’ampiezza della canzone”, aggiunge Root. “Abbiamo usato quel metodo su un paio di canzoni in cui Ronnie si trovava in una stanza più grande con un Telefunken U48 posto a circa 80 cm di distanza dalla batteria, puntato verso il rullante; ha catturato il suono di tutto lo strumento. Poi Damian è stato libero di distorcerlo, ma anche ricercare il suono puro durante la registrazione utilizzando equalizzatori e compressori”.

Taylor ha incoraggiato Vannucci a usare più set di batteria, spesso per la stessa canzone. Per “Matter of Time” abbiamo usato due set diversi, uno nella strofa e uno nel ritornello”, dice Taylor. “Il ritornello è più imponente e ampio, mentre volevamo che la strofa fosse più serrata e quasi alla Billy Idol. Abbiamo rimosso i bottom head e usato il set più piccolo, invece di uno da 5 pezzi, e abbiamo messo dei Sennheiser 421 (microfoni, ndt.) sui tamburi. Il suono è meno naturale ma salta davvero fuori dalle casse”.

Root ha microfonato da vicino la batteria di Vannucci con un AKG D 112 oppure un Shure Beta 52 sulla grancassa, e un “subkick artigianale usando un altoparlante a cono. In cima al rullante e sui tamburi, abbiamo usato dei Josephson E22, che adoro. Lavorano bene a distanze minime e sono molto direzionali, e hanno un tono che ti fa percepire il legno della batteria. Per gli overhead, abbiamo usato gli Earthworks omnidirezionali che sono molto precisi e catturano il suono di tutto il set. Li abbiamo posti in coppia a circa 60 cm di distanza in altezza dal set. Abbiamo usato il ripostiglio come camera con un microfono Neumann U67 per ottenere un suono da microfono room. Ronnie era a 3 metri dal microfono, ma dato che si ottiene solo una piccola perdita dal set abbiamo ottenuto un bel suono riverberato naturale”.
Una volta pronte le canzoni e dopo che i produttori sono andati avanti con i propri progetti successivi, i Killers hanno dovuto affrontare la masterizzazione. In passato, alcune delle loro canzoni, come When You Were Young, sembravano masterizzate per la radio. Dinamiche tagliate e distorsione che si insinuava tra i climax. Quel materiale era stato masterizzato tenendo a mente la radio?

“Qualunque cosa non ti piacesse di When You Were Young, a me emozionava”, dice Flowers ridendo. “Non sono un esperto di registrazione, quindi è tutto un po’ nuovo per me. Mi siedo lì davanti al mixer o in auto o ovunque ascoltiamo un mix e semplicemente sento l’effetto che ha su di me quella musica, e cerco di dare un giudizio basandomi su quello”.

“È un vero incubo per me, l’intero processo”, continua Flowers. “Prepari un mix, e ci lavori duramente, poi lo mandi a masterizzare. Ci hanno appena dato tre diverse masterizzazioni che sto confrontando. Ognuna è diversa dall’altra. Odio questa cosa. Ma mi concentro sulle sensazioni, non sulla radio. Una ha uno “sfrigolio” più accentuato, una ha ha più bassi e sembra più arrotondata, è un po’ scialba, e l’altra ovviamente è una via di mezzo. Mi importa molto, vorrei che venisse scelta quella che mi piace. Faccio affidamento su una combinazione delle due masterizzazioni. Preferisco il cantato dell’altra senza troppo sfrigolio, ma il ritornello è di maggiore impatto in quella con lo sfrigolio”. (Sospira)

Battle Born: a prova di battaglia?
I Killers continuano a dimostrare la propria tempra al lancio di ogni nuovo album, anno dopo anno, hit dopo hit; ecco come nascono le eredità. “Ho guardato verso ciò che abbiamo fatto meglio negli album precedenti e ho voluto catturare il tutto su Battle Born”, spiega Flowers. “Non vogliamo ingannare nessuno, vogliamo solo giocare secondo le nostre possibilità. Siamo cresciuti adesso. Facciamo quello che sappiamo fare”.

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