The Independent [09-09-2012]

Non beve, non si trova a suo agio ad uscire con le groupies, è triste per la crisi morale della razza umana, e Mitt Romney ha cercato di ottenere consiglio da lui. Craig McLean incontra Brandon Flowers, improbabile dio del rock.

Il giorno si conclude all’una del mattino, nel bar di un hotel viennese, con Tom Jones che, mentre tiene con delicatezza un sigaro e un bicchiere di brandy, chiede a Brandon Flowers quando ha bevuto l’ultima volta.

“Ah, quattro o cinque anni fa”, risponde Flowers, in quel modo un po’ esitante che usa molte volte quando dice qualcosa. Il frontman dei Killers è nervoso e punta i piedi. Non è evidentemente a suo agio in quel gruppo di musicisti, cantanti di supporto e ragazze impazienti che hanno accompagnato Jones dal suo hotel a quello della band americana con l’intento, almeno così sembra, di cercare e passare del tempo con il quartetto di Las Vegas. O, più accuratamente, con il loro cantante. Ma Flowers è troppo gentile alla vecchia maniera per svignarsela nella sicurezza della sua stanza. Così rimane e cerca coraggiosamente di gustarsi questi discorsi sull’alcol a tarda notte.

Jones chiede a Flowers di spiegargli la sua astinenza. Il veterano cantante-che-si-è-trasformato-in-una-star-dei-reality gallese forse non sa della fede mormone del nativo del Nevada. Flowers mi lancia uno sguardo e rifiuta di rispondere alla domanda di Jones. “Uh, c’è uno scrittore qui…” obbietta. “Quando hai fumato l’ultima volta?” chiede una delle persone che lavora con Flowers. Non sento la risposta a questa domanda.

Jones, settantaduenne, intrattiene Flowers con racconti degli anni ’60. Nei bei tempi in cui si esibiva a Vegas, quando il soprannome Sin City significava ancora gangster che gestivano gli spettacoli piuttosto che reali britannici che perdono le mutande. L’uomo più giovane ascolta attentamente. Come spesso succede con il trentunenne, ci si può immaginare che sia combattuto nell’ascoltare queste storie.

Flowers è un mormone praticante e felicemente sposato padre di tre bambini, un ragazzo rispettabile, onesto e di sani principi. Ma è anche una persona romantica nei confronti della sua città natale – i Killers hanno chiamato il loro secondo album Sam’s Town prendendo il nome da un vecchio casinò situato poco fuori la Sunset Strip; Flowers ha aperto Flamingo, il suo album solista del 2010, con una canzone intitolata “Welcome to Fabulous Las Vegas”. È romantico anche nei confronti dei gloriosi ideali americani e del rock’n’roll americano. Con il suo taglio di capelli perfetto e la giacca di pelle nera sembra Jimmy Dean che fa il frontman della E Street Band. In breve, però, si arriva a parlare in dettaglio dei fondamenti del mormonismo. Sono interessato ai principi di base della religione, in particolare all’idea del suo fondatore, Joseph Smith, che sembra abbia trovato un libro di sacre scritture “abbandonato” e sepolto in una collina a New York. Come è potuto succedere? “È una storia davvero interessante“, inizia Flowers, con gli occhi che brillano.

Il giorno era iniziato molte ore prima, con un viaggio in autobus verso un festival austriaco e la rivelazione che, nei suoi anni di declino, il defunto despota libico Muammar Gaddafi – un uomo che ha sempre adorato mostrare quell’atteggiamento da dittatore petulante – ha copiato l’immagine di Brandon Flowers. Nel periodo in cui il terzo album dei Killers, Day & Age del 2008, era in testa alle classifiche, Flowers ha iniziato ad indossare una giacca fatta su misura adornata di spalline piumate. Erano state fatte per lui da Fee Doran, una fashion designer britannica. Secondo Flowers, lei poi ricevette una telefonata dagli aiutanti di Gaddafi. Puoi fare un vestito simile per la nostra Guida e Comandante? Pare che una giacca con spalline a effetto aquila abbia preso presto il volo per il Nord Africa.

I Killers sono a metà strada di una breve serie di festival europei, che ha incluso anche un concerto da headliner al V festival lo scorso mese. Il Frequency Festival si tiene a St Poelten, in un parcheggio ghiaioso vicino ad un centro espositivo, a circa un’ora di macchina dalla capitale austriaca. Mentre andiamo verso il posto, Flowers mi fa un tour del suo quartiere generale. Quando hai venduto 16 milioni di copie, la tua band può permettersi un bel mezzo di trasporto su strada. (Infatti i Killers ne hanno due di questi bus) Ci si chiede quale sia la parte migliore di questo lucente charabanc. Il letto e l’area per dormire che sono il possedimento speciale di Mr Flowers? Un quartier generale così spazioso deve offrire un bel sollievo rispetto alle strette cuccette in cui dorme il resto della band.

“Uh, si, anche se…”, Flowers inizia a parlare in modo un po’ incerto. “Non so se queste cose siano interessanti per un’intervista, ma dormo meglio nella cuccetta”. Sembra imbarazzato. “Ho questa stanza ma ogni notte ad un certo punto mi sveglio e vado nella cuccetta!”

Da bravo fanatico delle performance e da sempre abituato – o forse innamorato – della prigione su ruote che è la vita di una rock band in tour, andare in giro per il mondo significa doversi adattare ai familiari e venerandi comfort claustrofobici. Allora vada per la cuccetta che sembra una bara. “L’utero”, dice Flowers, sorridendo e facendo cenni affermativi con la testa. “Si”.

Ma oggi c’è qualcosa che sta preoccupando il perfezionista Brandon Flowers. Una fragilità fisica che sta minando il suo solitamente sano senso di padronanza di sé tipico delle rock-star. “Quelle di alcune persone sono dritte”, mi dice. “Le tue probabilmente sono dritte. Ma le mie sono un po’ incurvate. E alla fine poi non ci penso…”.

“Stanno parlando di spalle”, dice Ronnie Vannucci Jr, avvicinandosi al registratore. Questo pomeriggio il rilassato e spiritoso batterista dei Killers si unisce a Flowers per l’intervista. L’amichevole ma privo di emozioni bassista Mark Stoeremer e il perennemente distratto chitarrista Dave Keuning evitano gli impegni pubblicitari il più possibile. Il loro motivo è valido: non sono bravi a farlo.

“Ah-ha!” è la risata imbarazzata di Flowers rivolta all’insinuazione di Vannucci. Poi spiega meglio che si tratta della sua spalla sinistra, che è stata tormentata da un acromion incurvato. “Ha toccato un nervo, e così hanno controllato e l’hanno vista dritta – il dottore ha usato una sonda in tre punti diversi…In teoria dovrebbe essere una buona notizia. Comunque”, sospira facendo una piccola smorfia. “Adesso è peggiorata”.

Sono passate sei settimane da quando Flowers è stato operato. Ma ora i Killers sono arrivati di colpo dal completamento all’ultimo minuto, quasi sul filo del rasoio, del loro quarto album, Battle Born, a New York nel periodo critico di promozione e tour pre-pubblicazione. Il frontman sempre diligente e pieno di ambizione dovrebbe essere ormai nella fase di velocità massima. Invece sembra che, almeno per quanto riguarda la parte in alto a sinistra del suo corpo, stia ancora zoppicando. “Non riesco a sollevare pesi, e prendere in braccio i bambini è difficile”, si lamenta. “Anche alzare i pugni al cielo è difficile!”

Questa è veramente una brutta notizia. I Killers sono una band che si basa su canzoni epiche che spazzano via i soffitti, che si tratti di grandi canzoni da cantare tutti assieme dal loro album di debutto Hot Fuss (2004), o le bombe alla Springsteen degli inizi da Sam’s Town (2006). E dopo i colori synth-pop che strizzano l’occhio l’Europa di Day & Age – seguiti da una pausa in cui tre dei quattro membri hanno seguito progetti solisti – Battle Born è un album che cerca di riportare la band sulla giusta via come la più grande giovane rock band americana. Quindi Battle Born ha un bel lavoretto da fare. Deve essere più antemico dei suoi predecessori. Ma allo stesso tempo il frontman si ritrova con le sue abilità antemiche molto limitate. È afflitto sotto ogni punto di vista.

“Mi hanno fatto tre punture di cortisone prima dell’intervento – non hanno fatto nessun cazzo di effetto!”, Flowers ride. “La terza è stata quella che ha fatto più male, era nel punto più stretto – il dottore non riusciva a trovare la scanaltura tra le ossa, continuva a pungermi con l’ago. Comunque”, dice ora sorridendo “mi dimentico di tutto questo quando salgo sul palco. Ma quando alzo il braccio sopra la testa continuo a sentire male”.

Questo causa un certo problema per il singolo di ritorno della band, “Runaways”. Se c’è una canzone che richiede di alzare in aria entrambe le braccia, è questa notevole canzone, perfetta per la radio, che parla di “teenage rush”, una “blue-eyed girl” e un ragazzo che è “been on the trail for a little while”. È “Bette Davis Eyes” (che Flowers ha coverizzato nel suo tour solista del 2010) di Kim Carnes risitemata dal Boss passando per Bat Out of Hell. “Si”, dice Flowers mestamente. “Posso usare solo il braccio destro”.

Quindi, i suoi pugni in aria sono compromessi. Di quanto parliamo– l’80%?

“Settanta”, dice Flowers, scherzando solo a metà.

Allora i Killers sono tornati. Beh, il loro 70% è tornato.

Il nome di Battle Born deriva dal motto del Nevada, che a sua volta si riferisce al fatto che lo stato fu creato in seguito alla Guerra Civile in America. I Killers si sono formati, grazie ad annunci nel giornali locali e conoscenze comuni, dieci anni fa nella città più grande dello stato, e il loro successo – istantaneo in UK, un po’ ritardato negli USA, mondiale grazie al singolo “Human” del 2008 – ha permesso loro di comprare uno studio a Las Vegas. Anche quello si chiama Battle Born. Per Flowers, che scrive tutti i testi, la frase e ciò che significa sono importanti sotto diversi punti di vista. È un credo di vita ed è stata uno sprone creativo.

Credo che rappresenti una chiamata alle armi. Ci sono un sacco di riferimenti di questo tipo nell’album. È come un calcio nel culo positivo. Una sorta di sveglia per alzarsi. Ogni volta che mi trovavo in difficoltà con i testi, ricordarmi quella frase mi aiutava. E si può applicare a molti ambiti che non sono solo i combattimenti, e rappresenta senza dubbio il filo conduttore dell’intero album”.

“Ma per me c’è sempre anche l’altro lato della medaglia”, aggiunge. “Non si tratta solo della difficoltà. Si tratta anche del cosa-faremo-per-risolvere-la-situazione? E per sfondare?”.

Non sono solo le difficoltà esterne che allenano Flowers: non evita di parlare dei suoi dilemmi interni nelle canzoni. Il mormonismo esalta la famiglia e la vita a casa, guarda male l’alcol, la caffeina e la nicotina, e senza dubbio esclude le droghe. Ci sono molte cose che la vita di una rock band – e sicuramente una di successo come i Killers – mette a repentaglio. Flowers ha ammesso che ha sbandato dal cammino della fede in passato. Il coro più famoso della sua band – “I’ve got soul but I’m not a soldier” (da “All These Things That I’ve Done”) – fa riferimento alle sue battaglie con la tentazione.

Ora “Runaways”, una canzone che parla di una giovane coppia innamorata, include la frase, “I got the tendency to slip when the nights get wild”. Gli chiedo: racconti una storia qualunque o è autobiografica? (Tenete a mente che Flowers sta con Tana, una ex insegnante, dagli inizi della carriera della band. Si sono sposati alle Hawaii sette anni fa; il loro tre bimbi sono nati in veloce successione).

“Ah-ha”, arriva quella mezza risata, mezza espirazione. “Ah, sai è…c’è un po’ di me in tutto – è inevitabile che riesca ad insinuarmi in queste canzoni. Ma sono anche bravo ad osservare quello che succede attorno a me. E ‘Runaways’ non rappresenta una dichiarazione. È semplicemente un’osservazione di quello che vedo ogni giorno, e vivo. Vedo…”

Flowers si ferma, la frustrazione mette in difficoltà il suo discorso. “Sembra esserci una difficoltà…non è l’argomento più interessante, credo…Sembra che per le persone sia più difficile del solito impegnarsi con qualcuno”.

Eccoci, l’ha detto.

E…Credo sia una cosa che mi interessa. Cos’è cambiato dalla generazione dei miei genitori?” si chiede, lui che è il più giovane di sei figli. (Il mormonismo incoraggia le famiglie numerose). “I nostri nonni? È meglio così? O è peggio? Non so”.

Credo si possa dire che ora lo sa. Crede che sia peggio. O almeno sembra che abbia dichiarato questo a NME il mese scorso. “Sembra che non ci piaccia stare assieme a qualcuno come alle generazioni passate”, ha detto. Quando gli cito questa frase nel retro del bus, sembra esasperato.

“A volte dico cose e vorrei non averle dette. Le persone vogliono sentirmi parlare di quello in cui credo e del declino morale della razza umana?”

“Si”, rispondo, “Lo vogliono”.

“Lo vogliono davvero? Allora canterò ‘Somebody Told Me’ al V Festival?”

Ma per quanto voglia usare una delle canzoni dei Killers più sciocche e danzerecce per colpire e intrattenere il pubblico al festival rock inglese più collettivo – che è quello che intende – Flowers non riesce a trattenere i suoi veri pensieri. Perché subito dopo dice, “Sai, credo che siamo diventati peggiori di quanto non siamo mai stati. Gli umani sono peggiori di quanto non siano mai stati. Non c’è-non ci può essere…facciamo sembrare Caligola come…sai…è che..vabbè–”

Ammutolito e corrucciato, Flowers si ferma e raccoglie i pensieri. “In teoria dovremmo parlare di Battle Born”, afferma, frustrato.

Ma lo stiamo già facendo. È un album sfacciatamente commerciale, e rappresenta la posizione empatica ed entusiasmante di Flowers contro la rabbia, la violenza, il caos e il declino della civilizzazione occidentale. E fa un buon lavoro. Le melodie ampie ed inclusive sono lucidate con un ottimismo dorato, e sono sorrette da una sensazione istintiva per il momento da stadio su cui il cantante si è a lungo focalizzato.

Non si fa problemi a proclamare la sua fame di grandezza per la sua band, Flowers vuole fare quello che fanno gli U2. Che è uno dei motivi per cui Daniel Lanois – produttore di parecchi album degli irlandesi – li ha aiutati con Battle Born. Come hanno fatto altri cinque produttori che, messi assieme, hanno lavorato su grandi album di Bruce Springsteen, Bob Dylan, Madonna, Simple Minds, Arcade Fire e Depeche Mode. Piuttosto che un comitato per fare l’album, Flowers lo vede più come la scelta dei migliori. Allo stesso modo è incuriosito dai braccialetti indossati dal pubblico dei Coldplay, il colpo di genio che ha aiutato i britannici a trasformare ogni concerto nelle fredde arene in un’orgia di comunione illuminata. Per questo attento studente della storia rock, ci sono ancora lezioni da imparare ovunque.

Con questo tipo di entusiasmo, fede e indubbia propaganda musicale, non c’è da stupirsi che il candidato repubblicano a presidente Mitt Romney abbia cercato di avere un incontro con il leader dei Killers. “Si…è stato un po’, sai, me lo stavo un po’ aspettando”, dice ora Flowers a proposito del loro incontro a pranzo l’anno scorso al Caesars Palace di Las Vegas. “Non è stato del tutto inaspettato”.

Cosa voleva Romney da lui? Un modo per arrivare ai ragazzini? “Credo che forse mi veda un po così”, ride. “È comprensibile. Ma siamo sempre stati neutrali come band, quindi preferiamo starne al di fuori. Nessuno di noi sta progettando di fare campagna elettorale per nessuno”.

La loro condivisa fede mormone ha fatto si che Romney abbia visto in Flowers una rock star di cui potersi fidare? “Prob– si, sono sicuro. Ma sono anche sicuro che ha incontrato un po’ di altre persone. Ma credo comunque che abbia reso più facile il contatto con me”.

Che consigli hai dato a Romney? “Non ho detto niente. Non ne abbiamo parlato molto. L’unica persona che ci abbia mai chiesto se avevamo una forte posizione su qualcosa è stato Harry Reid [Leader della maggioranza del senato dei democratici e compagno mormone del Nevada]. Ad essere sinceri non devo…Semplicemente…Il mio problema più grande è che vorrei che ci prendessimo più cura dei nostri veterani. Non capisco perché non lo facciamo”.

L’America trarrebbe dei vantaggi ad avere un presidente mormone? “Um. Non farebbe male…Non farebbe più male di chiunque altro”.

Chiunque di qualsiasi fede? “Si. Non c’è nessuna bomba nascosta che verrà lanciata se diventa presidente! Qualche nuova legge…”

…che proibisce la Coca-Cola, o qualsiasi altro presunto articolo di fede mormona? Flowers ride.
“Sarebbe la cosa peggiore per me”, dice alla fine. “Non credo che non si debba votare per lui solo per colpa della sua religione. Se voti per qualcuno, devi sapere la sua visione delle cose, e scegliere quello in cui ti identifichi o in cui credi di più”.

Dietro le quinte al Frequency, pochi minuti prima dell’inizio del concerto, ognuno dei Killers fa le sue cose in camerino. “Siamo quattro persone distinte l’una dall’altra”, aveva detto il loro cantante, con la voce che mutava in una risata, come se sapesse che era l’eufemismo del secolo.

Vannucci colpisce il divano come fosse la batteria. Keuning si chiede se la sa maglietta rosa – “È color salmone!” – vada bene e si versa un cocktail a base di Jägermeister. Stoermer gironzola senza proferire parola. Flowers, con i capelli in su, vestiti attillati total black, beve la sua red bull pre-concerto. A volte abbonda e ne beve due. “Mi rende nervoso”, dice a proposito dell’energy drink mentre trema in giro per la stanza, “e ciò va bene”. Prova alcune delle lezioni che ha di recente imparato dal maestro di canto per rendere la sua voce “migliore, più potente”. Sta lavorando alla sua “voce di testa – è come il falsetto, ma più bella. Il falsetto è quello che usa Chris Martin”.

Alle 8.48pm, la band sale sul palco, e 40,000 fan austriaci impazziscono. “We are the Killers!” dichiara il bel Brandon Flowers con la tremolante voce alla Jimmy Stewart-sott’acqua che usa sul palco, “brought to you by way of fabulous Las Vegas, Nevada!” E con ciò sboccia il suo lato carismatico, alzando il sipario per un concerto di apertura di un tour che durerà con molta probabilità per almeno un altro anno. È un concerto fantastico, e nessuno se ne torna a casa dubbioso: i Killers sono di nuovo in campagna elettorale, e l’intrattenitore deve andare avanti. Quella spalla debole? Se gli faceva male, Flowers l’ha nascosto bene.

Fonte // The Independent

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