Clash [21-05-2014]

Dieci anni dopo, riflessioni su l’inizio di un colosso pop…

Il primo suono era un sintetizzatore; il secondo, il ronzio delle pale di un elicottero che si avvicina al suolo. È stata una specie di invasione: la voce stucchevole di Brandon Flowers e l’aggressiva linea di basso di ‘Jenny Was A Friend Of Mine’, la prima traccia di Hot Fuss, l’iconico disco di debutto del quartetto di Las Vegas, i Killers, un album che oggi festeggia il suo decimo compleanno.

Ho ascoltato quei secondi di apertura sputati fuori dal lettore CD di seconda mando della mia Volkswagen mentre tornavo a casa dal negozio di dischi dove avevo comprato Hot Fuss sotto la spinta del DJ di una radio locale della mia città, Providence, nel Rhode Island. Era il giugno 2004, pochi giorni dopo l’uscita ufficiale dell’album. Quel Giugno la Island Records ha inviato come primo singolo alle radio alternative degli Stati Uniti ‘Somebody Told Me’, probabilmente la terza miglior canzone dell’album, inconsapevole o dubbiosa di quello che più tardi sarebbe diventata la realtà assoluta: ‘Mr Brightside’ è stata considerata universalmente la miglior canzone rock mainstream pubblicata quell’anno.

A Settembre del 2004, ‘Mr Brightside’ sarebbe stata ovunque. Ma per questo istante congelato, dopo quattro minuti di ascolto del loro album d’esordio, come il resto del paese ancora non conoscevo ‘Mr Brightside’. Girando la custodia del cd e vedendo la canzone che conoscevo – ‘Somebody Told Me’ – messa come quarta traccia, ho pensato: quest’album è promettente. Era Giugno, il college era appena finito per la pausa estiva e avevo davanti una serie di giorni sempre più dilatati, tempo che speravo potesse essere accompagnato da questa nuova band. L’anacronismo di questo paragrafo inizia solo a raccontare la storia dei Killers, l’ultimo decennio e il destino del loro miglior disco.


Le quattro canzoni di apertura – ‘Jenny..’, ‘Mr Brightside’, ‘Smile Like You Mean It’ e ‘Somebody Told Me’ – si sono dimostrate così grandiose che ho chiamato il mio amico Noah dal parcheggio fuori dalla mia casa estiva. Sono arrivato e ho lasciato l’auto accesa, con lo stereo che riproduceva a tutto volume l’eccellente quinto brano, ‘All These Things That I’ve Done’, mentre urlavo qualcosa come “Devi ascoltare questa band, questa è la miglior band mai esistita!” nel telefono.

La giovinezza non è altro se non inclinazione all’esagerazione, però in questo caso non sembrava falso. Doveva andare in Connecticut il pomeriggio dopo, e gli ho consegnato il CD da ascoltare per strada. Ha chiamato durante il viaggio, stava provando la stessa cosa che avevo provato io: era una cosa incredibile, e apparentemente nessuno lo sapeva ancora. I Killers stavano per esplodere. Le prime cinque canzoni erano contagiose, e meglio ancora, la band era in tour.

Con un concerto in programma al The Call – venue ora defunta – nel quartiere dei gioiellieri di Providence, come quegli elicotteri che si sentono all’inizio di Hot Fuss i Killers sarebbero scesi sulla nostra casa a metà Agosto – a soli due mesi di attesa. I biglietti erano venduti a sei dollari. Ne abbiamo comprati tanti quanti abbiamo potuto permettercene da studenti del college, come l’acquisto di azioni di una società che sai che più avanti varrà qualcosa. La gente aveva solo bisogno di ascoltare l’album; avrebbero avuto la stessa reazione che avevamo avuto noi; allora questi biglietti e questa esperienza avrebbero avuto molto più valore.

Abbiamo fatto leva finanziariamente ed emotivamente sul risultato di questo concerto. Dei circa 100 biglietti disponibili per la venue, noi ne avevamo 25. I giorni trascorsi tra la nostra conversione in Giugno e il concerto in Agosto sono stati riempiti da scelte sempre peggiori e sintetizzatori dilaganti: rum e cola in porzioni da due litri, una stagione dei Red Sox che in quel momento sembrava davvero mediocre, e Hot Fuss a ripetizione.

Il Regno Unito aveva già provato qualcosa di simile, innamorandosi di Mr Brightside nell’autunno del 2003. La band aveva pure pubblicato demo registrati negli studi di Las Vegas e Los Angeles, ma le etichette americane avevano ignorato i Killers, mentre la Lizard King Records ingaggiato la band un contratto per l’UK nell’estate del 2003. Il successo di ‘Mr Brightside’ all’estero aveva incoraggiato la Island/Def Jam a firmare con la band negli USA, il che rende ancora più bizzarra la scelta di ritardare l’invio della canzone alle radio fino all’estate del 2004.


Quando gli ascoltatori americani hanno scoperto Hot Fuss, nell’estate e nell’autunno del 2004, sembrava impossibile credere che le case discografiche avessero esitato nei confronti della band. La crescente popolarità – milioni di persone che mettevano Hot Fuss negli stereo delle loro macchine e si meravigliavano i ritornelli contagiosi che riempivano la prima metà dell’album – non avrebbe tuttavia risolto il problema dei Killers e di Hot Fuss.

Le difficoltà sono iniziate con i critici. La seconda metà dell’album era mediocre, e, naturalmente, il synth-rock e il post-punk avevano già avuto dei rappresentanti originali: gli Echo & The Bunnymen, i Joy Division e i loro successori, i New Order. I Killers avevano anche preso il loro nome da una band finta di bei giovani post adolescenti che appare nel video del 2001 del singolo ‘Crystal’, dei New Order. Più chiaramente influenzati di così si muore.

Mi piaceva credere che i Killers avessero in qualche modo preso in prestito il loro nome dalla canzone del 2002 dei Mountain Goats, ‘The Best Ever Death Metal Band In Denton’, in cui i personaggi discutono di chiamare la loro band metal Satan’s Fingers, The Killers, o The Hospital Bombers. Le parole di chiusura di quella canzone, “Hail Satan” (Ave oh Satana, ndt.), avrebbero anche potuto essere la reazione di alcuni critici rock nei confronti di Hot Fuss: una specie di album divertente che si affloscia sotto qualsiasi tipo di trattamento critico.

Pitchfork ha dato 5.2 all’album, e Johnny Loftus ha dato il colpo di grazia alla band con l’ultima frase: “Hot Fuss non è hard rock; è la chiara evidenza che è difficile focalizzarsi nel realizzare un grande album rock quando si è preoccupati a coltivare la propria immagine esteriore.” Il diavolo era arrivato sottoforma di sintetizzatori brillantinati. Il diavolo vestiva una giacca di velluto. Ave oh Satana.

La nostra apocalisse è iniziata e finita in un parcheggio. L’estate del 2004 è finita in Agosto di fronte al The Call mentre aspettavamo che i Killers suonassero. Non avevamo un lavoro nel senso convenzionale del termine, così abbiamo iniziato a darci dentro con dosi anestetizzanti di alcol già dal tardo pomeriggio e a rivendere a prezzo maggiorato i biglietti acquistati a Giugno. Il mercato era cambiato al rialzo come avevamo pensato che sarebbe successo: i sei dollari a biglietto adesso ne valevano $25, una piccola fortuna per noi, soldi che poi sarebbero serviti a pagare un po’ di magliette di Hot Fuss color verde militare.

Non per tutti era un evento; eravamo riusciti a convincere qualche amico a venire con il proclama che avrebbero sicuramente, senza ombra di dubbio, rimpianto di averlo perso. Erano stati incerti, anche se il concerto li ha poi convertiti tutti. Mentre ce ne stavamo lì con il sole che tramontava su quel pomeriggio di Agosto, la band stava facendo il soundcheck di ‘Smile Like You Mean It’, la prima volta che ho sentito una canzone dei Killers a volume più alto di quello dello stereo della mia macchina. Un sorrisone stupido e pungente si è aperto sulle nostre facce mentre io e Noah ci siamo voltati l’uno verso l’altro dicendo, “Questo concerto sarà fantastico.” Era come trovarsi in uno di quei brutti film ambientati al college in cui questo rappresentava la scena della festa finale.


Bud Lights ad un dollaro l’una sono state il carburante per il resto della notte, finita con un lungo incontro assieme alla band. Flowers era prevedibilmente, o forse intenzionalmente, riservato, ma ha comunque firmato un po’ di cose per noi, incluso il retro della matrice di un biglietto in cui ha scritto, come se si trattasse di una bibliografia, “Flowers, Brandon”. Ho ricoperto il bassista Mark Stoermer di domande sulla band, ma anche questa situazione è arrivata ad una conclusione strana dopo essermi complimentato con lui per la linea di basso di ‘Jenny Was A Friend of Mine’. Ha risposto, “Si, beh, in realtà l’ha scritta Brandon,” prima di spostare la sua attenzione verso una poco attraente ventenne che prometteva qualcosa di più di me.

Il batterista Ronnie Vannucci si è trattenuto con noi senza riserve. Noi tutti smaglianti e magnanimi gli abbiamo comprato birre su birre e abbiamo continuato a ripetergli che bell’album avevano fatto, e quanto eravamo entusiasti di incontrarli. Rinforzando le sue credenziali, Vannucci si è ricordato di noi l’estate successiva quando lo abbiamo incontrato fuori da un’altra venue, che però aveva una capacità di più di mille posti, sempre a Providence. Ha allegramente commentato il recente successo della band: “È tutta colpa di MTV,” abbassando la voce per poi fare segno ad un mare di ragazzette vicino a noi.

È qui che le cose sono diventate difficili. A questo punto del 2005 avevo ascoltato ‘Hot Fuss’ centinaia di volte e avevo visto la band tre volte, in posti sempre più grandi – rincorrendo quella sensazione che avevo provato nell’estate del 2004, ma senza mai ritrovarla. Sapevo che i Killers non erano la band più originale del mondo, ma avevo promesso la mia fedeltà sulla base delle mie iniziali belle esperienze con loro. Sarei rimasto a loro fianco alla faccia di quello che avrebbero detto i critici. Avrei potuto difendere le loro qualità poco originali. Ma non erano i critici a preoccuparmi – era la loro popolarità. Qualsiasi cosa mi fosse successa all’interno dei confini della mia Volkswagen Jetta e nei 60 giorni tra l’ascolto di ‘Hot Fuss’ e vedere la band live, qualsiasi cosa mi fosse successa mentre stavo in seconda fila a quel concerto, adesso dovevo condividerla con tutti. Questa cosa così personale era diventata inesorabilmente di pubblico dominio.

Mentre la polizia della cultura contraria arrivava a dichiarare che i Killers erano noiosi, un prodotto della loro popolarità, io stavo lottando corpo a corpo con il mio rapporto con la band. Sarei riuscito a continuare ad amarli incondizionatamente, o li avrei categorizzati con band come i Coldplay, che amavo allo stesso modo ma che mi fustigavo da solo pubblicamente perché mi piacevano? Mi sarei coperto della moderna armatura che è l’ironia? Oppure era possibile un rapporto integro con un band che aveva venduto sette milioni di copie del proprio album?

Il concerto da sei dollari era diventata un’ottima storia da raccontare, ma non garantiva nessuna speciale rivendicazione nei loro confronti. Anzi, la maggior parte delle volte sembrava una mossa da cazzone, quel tipo di aneddoto raccontato dalle persone che cercano di dare poca importanza agli altri per il fatto di averli scoperti per primi, con la loro rilevanza culturale. Non mi ero ancora trasferito a New York, ma già stavo provando a parlare la lingua della borghesia: “Quel posto è spacciato… Era di moda l’anno scorso… Si, quella band era figa un po’ di tempo fa… Li abbiamo visti per sei dollari.” Era tutto così.

Una nazione di ascoltatori di musica non sembrava curarsi della rabbia interna di cui stavo soffrendo. In quel momento avevo pochi diritti di proprietà nei confronti di un’entità che apparteneva a tutti. Tuttavia, ho giurato di non girare le spalle alla band per essere diventata popolare – dopo tutto, non era questo che volevo quando andavo in giro a recitare il vangelo di ‘Hot Fuss’ a chiunque mi ascoltasse? Era la prima di una serie di situazioni complesse in cui mi sono ritrovato come fan della musica moderna e, più tardi, come critico.


La popolarità ha reso queste band dei pariah, ciò comporta che il ruolo del fan attento era quello di educare e far crescere una band dai primi passi, godersela dai sei a dodici mesi finché non ne fosse giunta la voce a tutti (Chi, le grandi masse? Era un piano disprezzabile, lo so). Poi chi li avevi seguiti per primi li avrebbe dati definitivamente e drammaticamente in pasto al mondo, come quei vecchi video delle navi a vapore che vengono messe sull’acqua per la prima volta. È questo che eravamo, i rivettatori industriali della cultura, che preparavano queste band a tenere il mare per tutti ma che fondamentalmente non volevano avere niente a che fare con un viaggio nell’oceano preparato da noi stessi? Eravamo destinati a rimanere dei costruttori di nave che rimanevano sulle banchine, anche se speravamo non fosse così.

Ma anche se rimanevo vicino ai Killers attraverso i complessi alti e bassi di una strana carriera iniziata con ‘Hot Fuss’, non mi sono mai ripreso dal quel primo ascolto del loro primo album, o da quel primo concerto. Qualche estate fa ho scritto una recensione per il loro concerto alla Webster Hall di New York, un posto che tiene circa 1,500 persone. In fila quella sera ho detto di no ad un’offerta di 500 dollari per il mio posto a quel concerto. Oltre al fatto che la mia accettazione avrebbe avuto come risultato il mio licenziamento dalla pubblicazione per cui dovevo scrivere la recensione del concerto, ho rifiutato per altri motivi: un impegno nel rivedere la band, nel ricatturare il 2004, questa volta nel travagliato tour di ‘Battle Born’.

Il suddetto album del 2012 è stato prodotto impeccabilmente, è pieno di grandi ritornelli, e verosimilmente la composizione di canzoni migliore della band da ‘Hot Fuss’. Non ho provato niente. Non era perché ero solo più vecchio e più distaccato; avevo perso la battaglia contro la popolarità della band e me stesso. Me ne sono andato prima che finisse l’encore. Non riuscivo a stare in mezzo a tutte quelle persone. Ma ancora peggio, questo era “un piccolo concerto in un club” adesso per loro. Non ci proverei nemmeno a incontrare Flowers o anche il gentile Vannucci dopo il concerto. Ho definitivamente iniziato a girare le spalle alla band che avevo giurato di proteggere.

La sera prima dell’arrivo dei Killers a Providence nel 2004, avevano suonato la stessa scaletta in una pienissima Bowery Ballroom, l’iconica sala concerti del Lower East Side di New York. Dopo essermi trasferito a New York, ho provato a pensare a come sarebbe stato essere un po’ più vecchio, un po’ più furbo, un critico per quel concerto. Mi sarei permesso la stessa esperienza senza freni che ho avuto come studente appena diplomato al college?

Sembrava che esperienza ed età condannassero ad adorare la critica, le cose sommesse e band con ambizioni limitate. La popolarità equivaleva alla morte; il mainstream era il posto in cui andavano a finire le ottime band che erano cambiate in peggio, per farsi il bagno negli impulsi più crudeli degli ultimi momenti di vita di un’abbuffata capitalistica nell’industria discografica. I soldi e la fama distorcevano tutto. E se, nella remota possibilità, una di queste piccole band fosse diventata popolare, la cosa migliore da fare era preparare una valigia delle proprie emozioni e dirigersi verso l’uscita. A nessuno sarebbe importato che avessi visto i Passion Pit al Pianos nel Lower East Side. A nessuno importava che avessi visto i Killers per sei dollari.

Forse il terrore del possesso personale era ovvio sin dall’inizio. Una delle peggiori canzoni di ‘Hot Fuss’, ‘Andy, You’re A Star’, la sesta canzone, parlava di uno stalker delle scuole superiori. In una delle tre canzoni di ‘Hot Fuss’ che parlavano di un omicidio, Flowers medita sul valore del terrore della fissazione personale, mentre canta le parole del titolo, “Andy, you’re a star in nobody’s eyes but mine,” che riflettono perfettamente la difficile meditazione sull’ossessione. Potrebbe benissimo parlare di quella sera nell’Agosto del 2004. Cercare di tenere queste cose per noi, cercare di metterle assieme, è uguale alla morte da un certo punto di vista. Anche la band lo sapeva.

Nella versione inglese di ‘Hot Fuss’, l’etichetta discografica ha sostituito ‘Change Your Mind’ con ‘Glamorous Indie Rock & Roll’, la loro canzone più indegna. Non si riusciva a capire che il “Glamorous” del titolo fosse ironico o meno; Flowers non faceva facile ironia. Verso la fine della canzone, Flowers canta, “Let’s make it, yeah, let’s cause a scene,” la filosofia di una grande band commerciale messa a nudo nella pubblicazione di una casa discografica importante. Per quanto Flowers sostenesse che era “indie rock and roll for me”, queste erano le parole di un pallone gonfiato che sapeva benissimo che barattare la credibilità per la fama non solo era una cosa moderna, ma era anche cosa astuta da fare. Come i fan abbiano affrontato questa mediazione è un discorso diverso.


Negli anni ho avuto un’esperienza simile con un po’ di band diverse. Ho visto gli Airborne Toxic Event, i Mumford & Sons, i Vampire Weekend, i Grouplove o i Passion Pit in posti piccoli, solo per vederli poi esplodere nei cuori di milioni di persone. La popolarità cambia il tuo rapporto con una band, non ci sono dubbi, non importa quanto si possa insistere sul fatto che la musica rimanga la stessa o che facevi sempre il tifo perché la band facesse soldi e raggiungesse più fan possibili. Come critico – e nel 2014 tutti possono essere considerati dei critici – la faccenda è ancora più complessa: si promuove e aiuta un amore sempre maggiore che distruggerà il tuo originario affetto privato.

Come guardare una ragazza che abbiamo mitizzato per la sua bellezza e purezza mentre se la fa con un po’ di persone ad una festa, la fissazione per la purezza nella musica rock perde la battaglia in continuazione. Magari l’hai aiutata a venire alla festa, ma forse, dicendolo con l’iconica meditazione sulla maturazione del frontman dei Vampire Weekend, Ezra Koenig, in ‘Step’, “The truth is she doesn’t need me to protect her” (La verità è che non ha bisogno che la protegga, ndt.). I Killers volevano che li amassi, non che li salvassi. E da chi? Il discorso della ‘purezza’ è per la maggior parte delle volte sempre inutile. Tutti pecchiamo alla fine dei conti, e non si è mai trattato di una cosa personale.

Ho sentito i Killers per la prima alla radio. Ero colpevole come chiunque altro. L’intimità di ‘Hot Fuss’ è sempre stata una storia inventata. Vedere una band che fa l’amore con milioni di fan per più di dieci anni è allo stesso modo una storia realistica. Ed è anche il punto della situazione.

Fonte // ClashMusic.com

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