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DIY [30-09-2016]

Guardando indietro di dieci anni ad una band sbarbata sguinzagliata per Las Vegas, il batterista della band riflette su un album ormai diventato classico.

“Have you ever seen the lights?” chiede Brandon Flowers nella canzone che dà il titolo all’album Sam’s Town, del 2006. Da gruppo nato e cresciuto a Las Vegas, l’insegna luminosa dell’hotel casinò, da cui l’album prende il nome, era visibile a Mark Stoermer dalla sua cameretta quando ero piccolo, mentre Brandon ha vissuto proprio dall’altro lato della strada. Annidato ai piedi delle Sunrise Mountains e a sei miglia di distanza dalla Strip, il Sam’s Town Hotel & Gambling Hall era sinonimo di casa. “I see London, I see Sam’s Town” canta la band nella parte finale della canzone. Dopo che l’imprevedibile successo del loro album di debutto, Hot Fuss, ha aperto i loro orizzonti ben oltre il deserto del Mojave, quella vivida visione di Vegas esercitava un certo magnetismo.

A dieci anni dalla pubblicazione, il batterista Ronnie Vannucci Jr. ha dovuto reimparare alcune parti e ha riflettuto sul quel periodo poco prima della nostalgica e quasi impronunciabile ‘decennial extravaganza’, che si terrà nel luogo di nascita della band a fine mese. “Abbiamo passato la maggior parte di due anni lontani da Vegas per la prima volta” spiega, ripensando al passato. “Nessuno della band aveva mai viaggiato così tanto e lontano, nessuno era mai stato oltre oceano,” continua, “per cui ci siamo sentiti quasi distaccati, ci mancava (Las Vegas, ndt.) e il tutto è venuto fuori nelle canzoni.”

La band decise di tornare alle proprie radici e diventare la prima a registrare in uno studio che si trovava dietro le slot machine e le ruote delle roulette del Palms Hotel and Casino. “Era confortevole, strutturato e reale,” ricorda, usando aggettivi poco associati con Vegas. Naturalmente un ambiente di eccessi aveva anche i suoi lati positivi. “Si mangiava molto al buffet,” dice, animatamente. “Scendevamo e ne prendevamo possesso! Abbiamo mangiato come re!”

Ben sfamati, i Killers hanno trovato ulteriore carburante nella produzione di talenti come Flood e Alan Moulder. “È stata un’esperienza così bella, e deve esserlo stato anche per loro,” si azzarda a dire, chiaramente divertito dalla poca probabilità della situazione. “Due inglesi che arrivano a Vegas, in un casinò, per fare un album. L’intero concetto era bizzarro,” ride.

Mentre l’album di debutto, ’Hot Fuss’, era stato registrato quando la band non era ancora sotto contratto discografico – “era soprattutto per poter fare concerti” – in pochi giorni e con attrezzature di base in una casa a Berkeley, questa volta la novità di registrare in uno studio vero e proprio era palpabile nel sound imponente dell’album. “Credo che tutti pensassero, ‘Woah questo è un vero studio di registrazione! Portiamo qualche timpano! Mettiamo violini nell’album! Approfittiamo di questo studio!’”

Questa febbrile eccitazione si manifestò in un album abbagliante e sfrontato che ci si può aspettare da un album fatto in un casinò sulla Flamingo Road, e con una canzone intitolata ‘Bling (Confessions Of A King)’. Il suo spirito classico Americano ha causato innumerevoli paragoni con Bruce Springsteen. Ma il Boss è stato solo una delle molte influenze.

“Non era solo Springsteen,” dice Ronnie, ”C’erano anche altri cantanti di quel tipo. Era anche Tom Waits, era anche Bob Dylan, era Leonard Cohen, era Rufus Wainwright, erano gli ELO.” Per ‘Enterlude’ ed ‘Exitlude’, Ronnie ricorda, “la genesi è stata molto in stile Tom Waits per me… c’era una scritta dietro ad una scatola di fiammiferi: ‘We Hope You Enjoy Your Stay’. Sai, quei fiammiferi da due soldi che ti danno negli hotel casinò. A me ricordava molto Tom Waits. L’ho amata.”

La copertina dell’album rifletteva Vegas attraverso gli occhi di una band che non l’aveva vissuta solo come parco giochi, ma che la vedeva anche nella sua mondanità giorno per giorno. Vivendo e lavorando in città (Brandon come portiere di hotel, Ronnie come fotografo di matrimoni), riuscivano a vedere ciò che stava oltre l’accecante facciata. Roulotte, regine di bellezza, paesaggi desertici – anche il nonno di Brandon – sono stati raffigurati nella spoglia fotografia di Anton Corbjn.

Per Ronnie è stata una collaborazione positiva. “È stato bello avere Anton, vederlo osservare la band – era Europeo – e da dove venivamo, prendere una componente caratteristica e sfruttarla. Avrebbe potuto, altrettanto facilmente, andare dall’altra parte di Vegas e fotografare Elvis o roba simile, invece ha scelto la parte più oscura e desolata.”

Le affermazioni convinte, quasi alla Kanye West, sulla grandezza dell’album fatte da Brandon a pochi giorni dalla pubblicazione, apparentemente mascheravano un certo grado di paura. “Avevamo un po’ di paura perché sapevamo che era così diverso,” ammette Ronnie, notando che “non c’erano canzoni danzerecce in questo.” Alcune delle persone a loro vicine erano preoccupate della mancanza di un’altra ‘Mr Brightside’ o ‘Somebody Told Me’. “Dato che era così diverso c’erano sempre tutte queste persone che ce lo ricordavano, facendoci quindi spaventare… ma tutti noi avevamo una buonissima sensazione nei confronti dell’album.”

La spavalderia di Brandon sembra essersi ritorta contro quando il giudizio è toccato ai critici. È famoso il fatto che Rolling Stone abbia dato all’album due stelle e una bella strapazzata, sottolineando che “i Killers non si lasciano scappare nemmeno un cliché delle canzoni pompose”. Ronnie contesta le accuse di inautenticità: “Ci sembrava una rappresentazione naturale ed onesta di dove ci trovavamo in quel momento del tempo,” controbatte, aggiungendo che i denigratori non li avevano per niente turbati. “Mi ricordo che c’è stato un po’ di polverone ma in realtà la cosa ci entusiasmava. È divertente ascoltare qualcuno che non ci dorme la notte… Quando sei soddisfatto del tuo lavoro, secondo me è quasi comico ascoltare le opinioni altrui, nel bene e nel male.”

Comunque sia, i Killers si sono fatti l’ultima risata. Brandon è fiorito come frontman durante il tour di ‘Sam’s Town’ (“Credo che sia quello il periodo in cui si è infuocato” suggerisce Ronnie), un posto da headliner a Glastonbury è arrivato l’anno successivo, e sono diventati una delle più grandi rock band del mondo. Il loro album successivo, ‘Day & Age’ – che li ha visti “scrivere canzoni a ritmo di calipso” – è stata un’ulteriore prova della loro volontà di sfidare le aspettative.

Di recente sono tornati in studio a Las Vegas, chissà quale sarà il prossimo passo? Potete scommettere che sarà una sorpresa.

Fonte // DIY

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