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Rolling Stone France [09-2017]

I Killers hanno commesso un nuovo crimine, cinque anni dopo Battle Born.
Wonderful Wonderful, disponibile dal 22 Settembre, è stato creato come una sorta di ritorno alle origini. È a Londra che Rolling Stone ha incontrato due membri del gruppo, Brandon Flowers e Ronnie Vannucci Jr.

Cinque anni tra un album e l’altro, è un record per i ragazzi di Las Vegas. Ma il nuovo Wonderful Wonderful farà impazzire nuovamente i contatori. Negli Stati Uniti così come in Inghilterra, il gruppo di Brandon Flowers fa parte delle eccellenze del pop-rock. Qui, il carismatico frontman è di buon umore, sorridente, persino scherzoso. Lui e il batterista hanno lavorato a cose diverse – progetti solisti o paralleli – prima di riunire la band al completo. C’era bisogno di una pausa. “Siamo stati in tour per due anni con l’album precedente,” dice Brandon. “Alcuni membri del gruppo non necessariamente amano andare in tour. Hanno bisogno di spazio.”
Una volta trascorso il tempo necessario, i Killers si sono messi a cercare l’uomo chiave per imbastire il quinto album, e questo si è rivelato essere Jacknife Lee, già produttore di U2, REM, Hives ma anche la boy band One Direction e Taylor Swift. “Abbiamo organizzato un veloce speed date con alcuni produttori. Abbiamo fatto qualche test, avuto un sacco di discussioni,” racconta Ronnie. “Jacknife aveva un approccio totale, una visione. Parlava la nostra stessa lingua. C’è stata un’intesa immediata.”
Questo nuovo lavoro segna un ritorno alle origini, secondo Flowers stesso. “Lo scorso Ottobre, abbiamo suonato un concerto per i 10 anni di Sam’s Town. C’erano le vecchie decorazioni, le vecchie luci… Non avevamo ancora idee per il nuovo album, e tutti volevamo tornare a quell’atmosfera. Credo che ci siamo riusciti.” Tuttavia, all’inizio, la band non si è data una direzione particolare da seguire: “Non siamo bravi in questo tipo di cose. Non abbiamo mai deciso in anticipo la direzione da percorrere. Avevo alcune idee in precedenza, non facciamo mai una lista di canzoni da ascoltare prima per definire ciò su cui lavoreremo.” Ronnie Vannucci approva. “Sperimentiamo, cerchiamo di trovare il modo per sviluppare le canzoni. Vediamo tutti insieme dove tutto questo ci conduce. È così che mi piace lavorare con la band.”
Tuttavia queste sperimentazioni possono rivelarsi di lunga durata. La canzone “Run for
Cover” ha richiesto otto anni di gestazione. “Non è mai stata completata del tutto,” spiega Ronnie. “Aveva problemi con il testo, con il ritmo, con la produzione. Non l’abbiamo mai trovata di nostro gusto.” Il suo compagno di band continua: “Non ci siamo intestarditi più di tanto in tutto questo tempo. L’abbiamo iniziata otto anni fa, e poi l’abbiamo rielaborata di tanto in tanto. Soprattutto all’epoca del Best Of. Alla fine l’abbiamo completata nel modo in cui mertiava di esserlo e ne siamo felici.”
In “The Man”, efficace singolo in cui il gruppo si riconnette con le proprie sonorità classiche puntuate da campionamenti disco-funk, l’ossessione di rinnovarsi rimanendo fedeli al loro marchio di fabbrica rimane molto forte in Flowers; che evoca nitidamente questa problematica in “Have All the Songs Been Written?”. “Quando si inizia una band, ci si può fare questa domanda. Quando fai un confronto con tutto quello che è stato pubblicato dai più grandi maestri negli ultimi cinquant’anni, ti chiedi come tu possa contribuire.”
Confrontarsi con la propria opera e con quelle degli altri: dietro a questa idea, c’è forse in Flowers la paura di un possibile declino. Pensiero normale per un gruppo che ha – di già ! – tredici anni. Lo evoca attraverso una sorprendente parabola: l’incontro perduto da Mike Tyson nel 1990 contro James “Buster” Douglas nella canzone “Tyson vs. Douglas”. “È stato un combattimento che mi ha colpito molto. Mi è tornato in mente, mi ha ossessionato e mi sono detto che avrei dovuto fare qualcosa. La conclusione è, dopo tutto, che non ho più visto il mondo con gli stessi occhi dopo questo incontro. Tyson era al massimo, questo incontro è stato un grande evento a Las Vegas, e in tutto il mondo. Era imbattuto. Per i miei figli, io sono Tyson, io sono perfetto. Certo, non lo sono davvero. Ma non voglio scendere dal mio piedistallo. Questo è quello che dico nella terza strofa.”
Si può obiettare che all’epoca, Douglas sarebbe dovuto essere contato come K.O. prima del suo colpo della vittoria. Il nostro uomo liquida la questione: “Il conteggio era giusto. Non si era allenato abbastanza. Infatti, è stato l’inizio della fine per Tyson.” Un modo di dire che, per i Killers, rimane l’esigenza di allontanare ripetutamente l’ora di gettare la spugna.

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