The Creative Independent [05-09-2017]

Brandon Flowers è cantante e autore dei Killers, una band rock da Las Vegas, in Nevada, che ha venduto più di 22 milioni di album dalla pubblicazione del loro debutto nel 2004. Il gruppo pubblicherà il quinto album, Wonderful Wonderful, a Settembre.

I Killers pubblicano album ormai da più di dieci anni. Ti sembra che il modo in cui componi musica—o il processo che avete quando siete tutti assieme—sia cambiato molto negli anni?

Si. Quando abbiamo iniziato vivevamo tutti nella stessa città, e vicini. Eravamo piuttosto disciplinati pur essendo una band giovane. Andavamo a casa di Ronnie, il nostro batterista, e lavoravamo quasi ogni giorno. Lui aveva una batteria in garage, un classico.

Ci andavo direttamente da lavoro, e ci mettevamo d’accordo per trovarci a seconda degli impegni di ognuno. Io avevo il lavoro più normale, credo, quindi tutto si basava sui miei impegni. Quando arrivavo per provare, indossavo ancora la mia uniforme da usciere del Gold Coast Casino. Ecco come stavano le cose quando stavamo lavorando a Hot Fuss. Era divertente. Eravamo una cosa unica. Il tutto è lentamente cambiato con il tempo. Non è che non siamo più la stessa band, ma non siamo più così come eravamo ai quei tempi. Siamo ancora una band. Siamo ancora queste quattro distinte personalità, e abbiamo ancora tutti gli stessi doveri all’interno della band. Ma adesso qualcuno vive a San Diego. Qualcun altro in Utah. Qualcuno a Las Vegas. Qualcun altro è sempre in giro. Come possiamo far funzionare il tutto? Abbiamo tutti figli, mogli, bollette da pagare, e così via. Adesso tutto è diverso. Non abito più vicino agli altri. Quando riusciamo a trovarci tutti assieme, è la situazione ideale, ma tutti si rendono conto che non è più il 2003. Si organizza il tempo diversamente. È tutto diverso.

Un elemento caratteristico di tutti gli album dei Killers è che, a livello molecolare, sembra che capiate come funziona la musica pop. Ci sono sempre ritornelli che acchiappano, ci sono sempre grandi cori.

È importante per noi. Credo dipenda dal rispetto che abbiamo per questo mestiere e per ciò che è venuto prima di noi. O almeno questo è parte della spiegazione. Mi sento di avere una sorta di dovere nei confronti della tradizione del cantautorato. Non mi sento di essere un conformista, ma sento solo di avere un obbligo di lottare per essa, credo. Ci sono così tante grandi canzoni pubblicate prima che arrivassimo noi, e non se ne andranno da nessuna parte. Si può sempre scaricarle, o farci quello che si vuole, per ascoltarle. Voglio continuare la tradizione, capisci? Voglio comportarmi correttamente nei suoi confronti, nei confronti di quello che vuol dire fare buone canzoni.

Sembra quasi che la tua band fosse emersa già bella e pronta. Quando è arrivato Hot Fuss nel 2004, eravate pronti, come se aveste provato una vita intera per quel momento.

È sembrato così. [ride] Non saprei dirti se lo fossimo veramente. Io non ero pronto a fare interviste. Sto cercando di ripulire un po’ adesso il casino che ho fatto con i primi due album. Non pensavo a tutto ciò che significava, o quello che stavo facendo. Sapevo solo che amavo la musica, e volevo scrivere canzoni. Sono stato in qualche modo intimidito dai giornalisti e ho detto cose stupide. Non dico che quello fosse il loro scopo, ma solo che io mi sentivo intimidito. Eravamo questa piccola band da Las Vegas, per cui anche solo andare a New York, voglio dire… ancora oggi venire qui mi intimidisce. Quindi si, non ho sempre detto la cosa giusta, ma veniva sempre da un’intenzione giusta. Mi ha fatto un po’ deprimere perché quelle parole hanno macchiato quello che stavamo facendo, la musica era forte.

Invecchiare mi ha permesso di sbarazzarmi in parte di ciò che ho detto. Gli altri membri della band erano un po’ più vecchi di me e credo che fossero più adatti alla situazione. Io avevo solo 21 anni. È strano pensarci adesso. L’arco di una band è quello di crescere con il tempo, no?

Se penso a band con cui sono cresciuto, mi vengono in mente i Depeche Mode. È stato solo dopo cinque, o sei album, che hanno davvero preso il passo giusto. Violator è stato il loro settimo album, credo. Queste sono le storie belle. Band che crescono e si evolvono insieme col tempo. Così poi scopri chi sei veramente. Noi siamo arrivati sulla scena già così rumorosi. Non abbiamo potuto farne a meno.

Una delle cose che più mi faceva impazzire quando scrivevo dell’indie-rock all’inizio degli anni 2000, era spesso questa sorta di falsa umiltà che molte band sembravano avere, come se fossero imbarazzate di rischiare qualcosa se si sforzavano di più e riluttanti di mostrarsi come se gli importasse qualcosa in più. Ho apprezzato il fatto che voi foste sempre, “Siamo dei grandi e queste sono le canzoni migliori di sempre.” Bisogna avere un po’ di questa sfrontatezza per farcela come rock band. L’ego non è sempre una cosa brutta.

Andavo sicuramente contro quella falsa modestia. Era una cosa che sentivo molto quando abbiamo iniziato. E non la capivo. Mi sembrava di riuscire a vedere attraverso le cazzate e la falsa modestia, e mi chiedevo perché le altre persone non riuscissero a fare lo stesso. Voglio dire, devi avere qualcosa dentro di te che ti spinge a salire sul palco di fronte alle persone e che ti dice, “Puoi farlo,” o che te lo meriti. Non riesco a credere a quante persone credono che chi sta sul palco non si senta così. Era frustrante per me. Sono andato contro questa situazione quando abbiamo iniziato.

Da piccolo eri uno di quelli a cui piaceva esibirsi?

No. Non lo ero finché non ho fatto parte della band. Non l’ho mai sognato. Giocavo spesso a golf quando ero piccolo. Me ne stavo tra me e me, e cantavo le canzoni che amavo, da Louder than Bombs (degli Smiths, ndt.) agli Oingbo-Boingo e roba simile. Ma non pensavo di essere un cantante o creativo. Nessuno nella mia famiglia lo era. È stata una sorpresa per tutti.

A volte l’educazione migliore è essere ossessionati dalle cose che fai. Nel caso della musica pop e rock, forse se ne ascolti abbastanza e la assorbi e la ami totalmente, in qualche modo ha un effetto su di te. Così quando provi a farla tu, la struttura di quelle canzoni è già parte di te.

Si. Credo che dipenda dal modo in cui l’ascolti. Tutti amano qualcosa, ma forse il cervello di alcuni è come se prendesse nota senza accorgersi. Il mio lo ha fatto sicuramente, perché scrivere canzoni è in parte naturale per me.

È anche un duro lavoro. Quando abbiamo iniziato, pensavo di essere un dono di Dio, ma invecchiando e conoscendo sempre più musica, ho scalpellato meglio la mia figura. Non riesco a credere a quanto sia stato creato, e a quante grandi canzoni siano state scritte, e quanti grandi maestri ci sono stati che ancora non conoscevo. È stata una bella esperienza per me, ma in qualche modo incombe minacciosa su tutto ciò che faccio. Succede sempre adesso. Sapere che una cosa è già stata fatta rende tutto più difficile. Non si può essere naïve. Sai con chi stai gareggiando.

Come ti spieghi quando qualcosa funziona o non funziona in una canzone. Vai solo a sensazione?

C’è una verità nell’idea di coscienza condivisa. Esiste. È meraviglioso farne parte e sfruttarla. È così frustrante quando ti ritrovi in un periodo di blocco della scrittura perché se sai come ci si sente, allora capisci anche quando non stai arrivando a ciò che puntavi. Ci sono state molte volte che non riuscivo a farlo.

Quando c’è un blocco e le cose non funzionano, sei una persona che si prende una pausa e si va a fare una camminata? O continui a provarci?

Diciamo che persevero e continuo a provarci, anche se non sono sicuro che sia una metodo che funziona con me. Credo che dovrei andare a farmi più passeggiate. [ride] Forse proverò a farlo di più le prossima volta. È una situazione davvero molto frustrante, e vuoi che funzioni. Ma è il modo che va bene per me, lavorare ogni giorno sulla musica.

Di solito come lavori? Al piano?

Si, o canto registrando con il cellulare. La maggior parte al piano. Non suono la chitarra.

Hai una bel posto per lavorare in casa?

Ci ho provato. Ho una casa a Las Vegas che una volta è stata quella di Andre Agassi, quindi ha questa eredità bella ma anche strana. La sua vecchia stanza per i massaggi aveva una strana aura da spa. L’abbiamo distrutta e rivestita di legno e ci abbiamo messo un pianoforte. Questo doveva essere il mio angolo. Da lì vedevo l’erba, gli alberi, e aveva tutto il necessario, sai? Una stanza perfetta per fare musica.

Ci abbiamo vissuto per sei anni, e non sono riuscito a concludere nulla in quella stanza. Niente. Non so, magari è solo colpa della mia mente. Sono stato molto più creativo al piano nella stanza dei miei figli. C’era un pianoforte verticale messo lì per essere strimpellato e per le loro lezioni. Ho fatto molto di più su quel piano con la TV accesa che nella mia meravigliosa stanza per la “musica”. Non sai mai quale sarà il posto migliore.

È più difficile fare un album man mano che si invecchia? O più facile?

Odio dover fare un’affermazione così cliché, ma posso solo dire che questo nuovo album è, sicuramente, il più personale che abbia mai fatto, almeno dal punto di vista dei testi. So come sembra. Sono arrivato al punto in cui so come ci si sente a raccontare la verità al pubblico, e so anche come ci si sente a mentire loro. Mi piace dire al verità. Mi sono impegnato a farlo in questo disco. Mi sono dovuto sforzare… è stato difficile.

Le migliori canzoni dei Killers sono grandiose e universali, ma non sono necessariamente personali.

Si, beh la perfezione sarebbe che fossero significative e forse personali per te che le scrivi, ma anche che toccassero nel profondo chiunque. Canzoni che ho scritto e che hanno questo effetto mi fanno sentire grato, credo, o mi fanno più piacere, soprattutto quando le canto. Quando vedi così tante persone coinvolte da una canzone, è una sensazione… non si può batterla.

Il successo è bello, ovviamente, ma può anche giocare dei brutti tiri. C’è questa idea, in particolare quando si parla di band famose, che ogni nuovo album debba vendere almeno quanto il precedente, se non di più o è come se si fallisse. Questo può in qualche modo distorcere la visione del proprio lavoro.

Quello che dici è successo quasi esattamente a me. Ti manda in pappa il cervello. Cerchi di capire cos’hai fatto di diverso. Sappiamo cosa significa avere un certo livello di successo e non puoi fare altro che mantenerlo, anche se non sono nemmeno sicuro che sia fattibile per una band rock oggi. Non ne sono sicuro. Non lo dico come scusa, ma non so se sia più possibile. Le cose sono così diverse. Cerchi di capire come ritornare a certi livelli. Mi dichiaro colpevole di tentare un po’, cercare sempre un modo per farlo. Abbiamo capito abbastanza velocemente che non andava bene per noi, cercare di scrivere per avere successo o ricreare di nuovo la stessa cosa. Non si può essere autentici lavorando così. Siamo disposti ad arrivare solo fino ad un certo punto.

Qual è la caratteristica principale di una canzone di successo?

Cosa deve fare? È difficile. Se dovessi dare un voto sul successo di una canzone, almeno secondo me, direi che ne scrivo un sacco da 6 o 7 pieno. Direi che se il voto è più alto e rimane tale per un bel periodo di tempo, capisci se hai qualcosa di grande in mano.

Quando sono sul palco mi sento come se fossi un venditore, per cui se non credo in una canzone, non finisce nell’album. Non sarei in grado di venderla. È una cosa controversa all’interno della band perché ci sono canzoni che non vengono inserite nell’album ma che agli altri possono piacere. Devo dire loro, “Davvero, non posso. Non è niente contro di voi,” o “Ci ho provato ma il testo non arriva al limite minimo a cui aspiro. Magari non ho trovato un tema o un’idea abbastanza validi. Il riff è fantastico, ma non ci sono riuscito stavolta. Ci proverò di nuovo col prossimo.” Ma la situazione è questa. Capisco la loro frustrazione, ma non sono loro a doverla cantare.

I giovani musicisti ti chiedono consigli?

Un po’, a volte. È raro. Faccio un sacco di foto con le persone, o autografi, e a volte ci sono domande su questo argomento. Non ci penso molto a queste cose, quindi non so mai come rispondere. “Cosa non si deve mettere nella biografia di una band” forse è un buon consiglio. Di solito parlo solo delle canzoni. Dico loro che devono ascoltare il loro cuore. La canzone va bene abbastanza? Lo pensi davvero? Quel coro va davvero così bene che vuoi farlo sentire e suonarlo alla gente? Riesci a immaginare le persone che lo cantano? È difficile, ma le persone devono capire quanto lo sia. Ma non c’è niente di male nel provarci, capisci? Va bene essere ambiziosi. Va bene voler essere bravi.

Perché non provare ad essere i migliori? Perché non provare a fare il meglio che si può?

Certo, perché no? Se costruissi sedie o tavoli, vorrei sempre che fossero le sedie più perfette e più belle che si possano trovare, e della qualità migliore possibile. Perché non dovremmo voler fare lo stesso con le canzoni? Le canzoni sono per sempre.

Raccomandati da Brandon Flowers

Hai già sentito Alex Cameron? Viene dall’Australia e il suo album si intitola Jumping the Shark. Ho visto qualcosa su di lui online e sembrava un figo nella foto, così ci ho cliccato sopra. Mi ha colpito molto. Ho guardato i suoi video e ascoltato altre sue canzoni. Tutte le canzoni dell’album sono ottime. Non ho mai ascoltato un cantautore come lui, i suoi testi sono molto buoni. È molto intelligente. Il nuovo album verrà pubblicato fra poco, anche meglio del primo.

Alex Cameron mi ha poi fatto conoscere Kirin J. Callinan. Credo siano migliori amici. Il suo nuovo album, Bravado, é strano e coraggioso e suona come nessun altro. Non so se qualcuno abbia mai fatto roba simile.

Hmm. Il prossimo è Ultra dei Depeche Mode. Violator è stato il loro album di peso, ma lo è stato anche il successivo, Songs of Faith and Devotion, invece Ultra è rimasto quasi nascosto. C’è “It’s No Good”, ma l’album in sè è ingiustamente trascurato. Quando mi viene chiesto dico che Ultra dei Depeche Mode è probabilmente il mio album preferito.

White House Subs nel New Jersey. Avete mai sentito parlare di questo posto? Ne ho appena sentito parlare ad Atlantic City. Ero in aereo ed ero seduto vicino a questo tipo a cui ho detto che stavo andando ad Atlantic City. Mi ha detto che sarei dovuto andare al White House Subs. È stato il panino italiano migliore che abbia mai mangiato. Se andate ad Atlantic City, dovete andarci. White House Subs.

Adesso sto leggendo La Montagna Incantata di Thomas Mann. Porca miseria. Non è per tutti, ma di certo ti porta in montagna. Forte. Potente. Mi sta piacendo molto.

Fonte // The Creative Independent

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