Consequence of Sound [26-09-2017]

La band parla dello stato del rock and roll, di politica e dei critici musicali

È altamente probabile che il vostro primo contatto con i Killers sia stato attraverso uno dei loro inni. Certo, i titani del rock da Las Vegas sono cresciuti nel corso di 13 anni e cinque album, ma se mai i Killers dovessero morire, sulla loro tomba si potrebbe comunque scrivere una lista di cori fatti per le arene e da braccia alzate. Il numero di canzoni conosciute varia a seconda della persona a cui viene chiesto, ma se mai andaste ad un concerto dei Killers e vi lasciaste circondare da coloro battezzati dal vangelo di Brandon Flowers, credereste anche voi che la band non scrive semplici inni; trasforma canzoni normali in inni.

Nel loro ultimo album, Wonderful Wonderful, la band è sicuramente a suo agio nel ruolo di realizzatori di singoli, che sia “The Man”, con il suo ritmo alla Bowie, la spettacolare “Run for Cover”, che ricorda Sam’s Town, la vulnerabile ballad “Rut” (scritta dal punto di vista della moglie di Flowers), o la crescente “Tyson vs Douglas”, che trasforma un incontro di boxe in metafora. Ci sono molte cose che non sfigureranno accanto alle loro vecchie e amate canzoni quando andranno in tour, ma Wonderful Wonderful è degno di nota anche per la sua coesione. I testi di Flowers prendono una svolta notevolmente personale, e all’improvviso la vita di una rock star e quella di un uomo di famiglia non sembrano più così lontane. Flowers e la sua band non sono mai sembrati poco umani nonostante si trovino a suonare su palchi sempre più grandi, ma in Wonderful Wonderful, non si sono mai sentiti così vicini a toccare le mani del loro pubblico.

Nell’album, Flowers non nasconde l’incertezza che deriva dall’invecchiare in una band. In una canzone intitolata “Have All the Songs Been Written?”, si tuffa con gli occhi aperti in una piscina di insicurezza. “Have all these years been worth it/ Or am I the great regret?” chiede, concludendo che ha solo bisogno di un’altra grande canzone per farcela. Non è bello avere l’obiettivo di piacere, ma non è bello nemmeno trovare il successo così presto e rapidamente come hanno fatto i Killers. Ma Flowers e la sua musica hanno sempre voluto essere apprezzati e per tutti. È per questo che sono sempre stati una cosa a sé stante rispetto alle band indie rock degli anni 2000. E con la parola “eredità” che inizia a trovare spazio nell’equazione, potrebbe anche risultare ciò che permetterà ai Killers di continuare.

Ci siamo trovati con Flowers e il batterista Ronnie Vannucci, Jr. per discutere delle difficoltà che si cono nel far parte di una band rock nel 2017, se sia giunto il tempo di essere più politici e se l’altezzosità dei critici musicali dia loro fastidio.

Avete appena pubblicato un importante album rock nel 2017, un periodo in cui non ce ne sono molti. Quanto è più difficile essere una band rock nel 2017 rispetto a quando avete iniziato?

Ronnie Vannucci, Jr.: Questa considerazione è stata un oggetto molto importante delle conversazione quando stavamo facendo questo album. Prima di iniziare abbiamo fatto una sorta di speed-dating con diverse persone — programmatori, produttori — anche solo per tornare in studio e sgranchire i muscoli. Questo è stato uno dei problemi che abbiamo affrontato prima di decidere di farlo tutto con Jacknife Lee. Possiamo costruire canzoni, possiamo scrivere canzoni, ma come possiamo scegliere la macchina giusta per il 2017? Qual è la macchina giusta?

E poi sono stati i primi commenti di Jacknife quando ci siamo incontrati per la prima volta, il fatto che credesse nel rock and roll. Quando gliel’ho sentito dire, il fatto che sapesse che volevamo fare un album rock and roll ha diminuito un po’ le mie paure. Ma sapeva anche bene in che periodo ci troviamo. Quindi, eravamo tutti sulla stessa pagina. È molto facile continuare a fare musica uguale a quella degli anni ’80 o ’90 o di una altro periodo, ma come si può progettare per il futuro? E credo che abbiamo fatto il meglio che potessimo in base alle conversazioni che stavamo avendo.

Abbamo staccato alcuni album dalle pareti, migliaia di album tra cui scegliere — vecchi, nuovi, hip hop, strani island synth, qualsiasi tipo. Stavamo prendendo riferimenti da qualsiasi genere. Ciò che contava era essere un po’ più avventurosi di quanto fossimo mai stati, di osare di più, e di usare lo studio come un mezzo e uno strumento, invece di essere quattro tipi che dicono, “Okay, pigia il pulsante per iniziare,” e poi fare alcune prove delle canzoni come eravamo soliti fare. Siamo stati un po’ meno pretenziosi e un po’ più coraggiosi. Ci vedo a farlo ancora in futuro.

Ci sono dei testi davvero molto personali nell’album, Brandon. Ultimamente ti sei aperto molto, parlando della scrittura dal punto di vista di tua moglie e della tua famiglia, e sembra che, arrivati a questo punto, stiamo conoscendo di più di te, e chi tu sia al di fuori del mondo del rock and roll.

Brandon Flowers: Mi piace dire che sono sempre in agguato nelle canzoni. E in questo album sono più allo scoperto, è stata una sorta di prova. Mi sono sentito davvero soddisfatto nell’intero processo, e sono davvero entusiasta che l’album sia finalmente uscito e che le persone lo ascoltino e ne facciano conoscenza.

Una delle cose più inaspettate è sentire la tua voce pronunciare le parole “fake news” in “Run for Cover”, perché non ho mai pensato che i Killers siano stati una band apertamente politica in passato. Finalmente lo avete fatto.

Flowers: Non ci ho lavorato su o perso sonno. Semplicemente stava bene nel contesto della canzone. E ovviamente il riferimento è verso il senatore della prima strofa, quindi abbiamo approcciato il resto della canzone dal punto di vista della moglie del senatore e quella frase ci è stata a pennello. Non stavo necessariamente cercando di fare nessuna grande dichiarazione.

Ieri siete stati al Global Citizen Festival, e avete condiviso il palco con Stevie Wonder, che è uscito e ha fatto questa grande dichiarazione politica inginocchiandosi. Ovviamente, ha dei problemi profondi che lo colpiscono, dato che è un nero in America. Ma, da artisti che condividete il palco con lui, lo trovate un gesto stimolante o che magari vi spinge a fare di più con il potere che avete?

Flowers: Sì, è una cosa a cui penso, e ne ho coscienza, e so anche che ci sono persone che l’hanno fatto molto bene, e questo è anche il motivo per cui non lo faccio spesso. In passato ho già detto che Bob Marley l’ha fatto molto bene, così come i Clash, Neil Young, Pete Seeger. Sai, se ti addentri in quel territorio, se vuoi prendere in mano la situazione, secondo me devi avere i mezzi giusti.

Sì, ma credo anche che tu e i Killers non vi siate mai tirati indietro quando si è trattato di fare affermazioni pesanti.

Flowers: Sì, nella maggior parte dei casi, e poi sono stato criticato. Quindi, non so cosa potrebbe spingermi ad avventurarmi in quel territorio se non sento di essere pronto a farlo. Credo che se qualcosa viene dal cuore, allora devi farlo senza problemi. Avevo una visione specifica in questo album, e una volta che la strada si è illuminata, non c’era motivo di tornare indietro e non aveva niente a che fare con Donald Trump. E sarebbe scontato e anche un po’ stupido cercare di salire sul carro del vincitore se ciò non venisse dal cuore.

Quindi, quale era la strada illuminata che hai dovuto seguire con l’album?

Flowers: Quando inizi un album, è strano che arrivi quel momento. Nel mio caso non sapevo su cosa scrivere. Finché non ho iniziato a scrivere di argomenti più personali a ad abbattere dei muri l’album non ha iniziato a prendere vita. E sono stato piuttosto protettivo nei confronti di mia moglie e della mia famiglia, ma per qualche motivo mi sono dato il permesso di parlare di queste cose in questo album.

Avete iniziato a suonare dei concerti per promuovere questo album, e metà della band ha deciso di non venire in tour, e questo deve essere un brutto colpo per lo spirito di squadra. Come state affrontando il fatto che siete solo voi due assieme ad altre persone che non fanno necessariamente parte del lato creativo della band?

Vannucci: Lo capisco. È una lama a doppio taglio. Ted [Sablay], Jake [Blanton], Taylor [Milne], e Robbie [Connolly]. Ted è con noi da Sam’s Town, quindi ha familiarità con la musica. Ma pur conoscendola, non è Dave [Keuning]. Ci mancano Dave e Mark [Stoermer]; ci mancano davvero. Ma, non verranno in tour. Non vogliono. Ed è una loro prerogativa. Ma noi vogliamo, c’è un album da promuovere, e aveva senso dare a Jake e Ted un ruolo prominente.

Sarò onesto, non è divertente andare in tour con persone che non ci vogliono stare. Quindi, questo è come la vedo io. Stare in tour e farci il mazzo è un po’ più piacevole sapendo che non c’è nessuno a cui non piacerà. Mi sento meglio sapendo che loro sono felici, perché siamo una band. Siamo individui, ma in questo scenario, siamo una band. Capiamo quando qualcuno non è contento, ed è una cosa che ha ripercussioni sull’intero gruppo. Mi fa stare meglio sapere che almeno sono un po’ più felici, anche se probabilmente non sono contenti di perdersi le cose belle. Le cose belle sono, ovviamente, suonare concerti. Ma è la loro prerogativa; hanno le loro vite da portare avanti. Appoggio totalmente la loro decisione. Spero solo che la situazione torni normale, qualsiasi cosa significhi. Nel frattempo, dobbiamo andare avanti così.

La felicità e gioia di far parte di una band è ancora presente quando scrivete e registrate?

Vannucci: Beh, con Mark è stato perché a quel tempo sapevamo che non sarebbe venuto in tour. Credo sapesse che la situazione sarebbe stata, “Okay, non farò il tour, ma metterò tutto me stesso in questo processo di registrazione.” E Mark è stato davvero presente, ed era come tornare ai vecchi tempi.

Far parte di una band è la cosa più bella del mondo, ma è anche un rompimento di palle se lasci che lo sia. Non lo è per natura, ma se lasci che lo sia, qualsiasi cosa è un rompimento di palle. È così che vanno le cose. Dave ha deciso un po’ più tardi. Ne abbiamo parlato, e ha avuto molto tempo per pensarci..

Avete suonato al Lollapalooza quest’anno e avete fatto la cover di “Starlight” dei Muse. I Muse sono stati costretti a cancellare il loro set il giorno prima, ed è stato un momento degno di nota per quanto pulita e ben preparata sembrasse. Avete veramente organizzato tutto in 24 ore?

Vannucci: L’abbiamo imparata dietro le quinte, l’unica volta che l’abbiamo suonata è stata sul palco.

Ecco da dove viene l’idea: veniamo da famiglie lavoratrici di Las Vegas. Mia madre e mio padre lavoravano ai casinò, i genitori di Brandon anche. Noi mettevamo via i soldi, e quando sapevamo di un concerto compravamo il biglietto da qualcuno o ci facevamo prestare 50 dollari da un amico a cui avanzavano. Sappiamo come ci si sente quando una band cancella il concerto e sappiamo la delusione quando si tratta di un festival. Abbiamo pensato che potevamo fare la cosa giusta dando almeno un assaggio ai fan omaggiando questa grande band. L’abbiamo fatto anche con i Kings of Leon, al Firefly Festival quando ha diluviato un anno. È anche divertente vestire i panni di qualcun altro per un po’ e vedere come scrivono le canzoni. È una bella cosa per noi.

Cosa ne pensate dell’arrivo della NFL (National Football League, ndt.) a Las Vegas? Vi piacerebbe essere coinvolti nell’inaugurazione, come avete fatto per altri grandi eventi a Las Vegas, come il Life Is Beautiful Festival o la nuova arena per l’hockey?

Flowers: Certo. Sarà un grande stadio, quindi sarebbe di una portata più grande di quella a cui siamo abituati. Abbiamo uno stadio chiamato Sam Boyd Stadium, lo chiamavamo il Silver Bowl, e sono sicuro che quello nuovo sarà ancora più grande e ancora più … sarà fantastico. Non so se hai visto le foto del progetto, ma sarà piuttosto impressionante. Nessuno ci ha ancora contattati, ma è entusiasmante. Non abbiamo mai avuto nessuna squadra, quindi bisognava tornare indietro con la storia. Io ho dovuto controllare quella di mio padre per trovare una squadra da tifare nella NFL. Mio padre è dalla Pennsylvania, e quindi eravamo fan degli Steelers. È bello avere una squadra. Sento che è una cosa positiva.

Una delle storie più strane che ho letto su di te, Brandon, è che conservi la barba che tagli, ma non sapevi cosa ne avresti fatto. Hai mai capito cosa ne farai? Lo fai ancora?

Flowers: Ho iniziato a farlo dopo Sam’s Town. Neil Tennant dei Pet Shop Boys ha visto che sembravamo una band completamente diversa quando stavamo promuovendo quell’album, e mi ha espresso i suoi dubbi, e che pensava che stessimo cercando di essere più importanti della musica pop. E mi ha portato a guardare la mia vita, a quello che stavo inseguendo e cosa avevo ottenuto? Cosa rappresentava il lasciarmi crescere i baffi? E così ho iniziato a conservarla. Ce l’ho ancora in una busta.

Di recente avete fatto un’intervista con una frase che è diventata virale in cui dicevi che le band rock attuali non sono brave come quelle che erano sulla scena quando siete arrivati voi. Avete avuto la possibilità…

Flowers: Ho visto un sacco di commenti negativi sulla quell’affermazione, tanti quanti le recensioni che sembrano soffermarsi su quella frase.

Si, la domanda è se hai avuto il tempo di pensarci su o di rimangiarti quello che hai detto? O è qualcosa che pensi ancora?

Flowers: Voglio dire, la penso ancora. Non sto dicendo che nessuno sia bravo, ma solo che il calibro e la quantità delle band che stanno producendo buona musica non è lo stesso che c’era una volta. E lo credo davvero. Significa che nessuno è bravo? No, non stavo dicendo questo. Mi piace il nuovo album dei War on Drugs, quello dei Sheer Mag, e Matt Maltese, questo ragazzetto che viene dall’Inghilterra e che ha davvero delle ottime canzoni. Ma, sì, se è su questo che giudicherai la mia musica, il fatto che io abbia un’opinione, allora fallo pure.

Quando leggo articoli sui Killers, spesso percepisco un’attitudine di altezzosità da parte di scrittori che pensano di essere troppo superiori ai Killers. Lo percepite anche voi?

Flowers: Si, mia moglie li chiama i “pigiatori folli da tastiera.” Senza offesa nei tuoi confronti. Vede quando hanno un effetto su di me. Ed è frustrante. Credo che il giornalismo musicale in genere sia diverso da quello che era, tipo, negli anni ‘70. C’è talmente tanta storia musicale alle spalle, e già ci penso io quando devo scrivere un album, e penso, cos’ho da offrire? Come posso competere con tutto quello che è stato fatto negli anni ’50, ’60, ’70, ’80, e ’90? È un bel peso da portare. E sento che molti giornalisti … Non so. Non so se ho una risposta. A volte è frustrante, e credo che si debba vivere un album. Perché si sono già sbagliati in passato. Ovviamente Sam’s Town è stato bastonato e bruciato al palo eppure ha sconfitto il passare del tempo. Non sai mai come cambieranno le cose. So solo che dobbiamo ascoltare come ci fanno sentire le canzoni adesso, e speriamo che tocchino i fan e che continuino a seguirci nel nostro percorso.

Vannucci: Non percepisco altezzosità. Ma non leggo nemmeno molto di quello che viene scritto su di noi. Senti, nessuno dice, “Sono dei grandi, fine della storia,” ma nessuno dice nemmeno, “Fanno schifo, fine della storia.” Cercano solo di essere simpatici e furbi con le parole per riuscire a diventare dei letterati. Vogliono essere degli scrittori e quindi devono scrivere qualcosa di provocatorio o in qualche modo controverso. L’industria della spettacolo è egoista. Credo che gli scrittori siano egoisti perché non gliene frega niente. Sono pochi quelli a cui importa, capisci? Stanno cercando di trovare un appiglio per migliorare.

Importare di cosa?

Vannucci: Hai chiesto tu di scrivere questo articolo? Quanto importa davvero alla gente?

Oh, io personalmente? Mi piacciono i Killers.

Beh, lo apprezzo, ma sei uno su 100.

Capisco. A volte è un lavoro.

E poi, non sento che le persone siano … non credo che chi scrive sia particolarmente altezzoso. Stavamo guardando la recensione su Metacritic, e questo è l’album più apprezzato dalla critica finora. E mi ricordo che eravamo i cocchetti della critica, sulla bocca di tutti quando eravamo giovani e abbiamo pubblicato Hot Fuss. Quello che voglio dire è che il tuo mondo, il tuo mondo letterario come lo chiami, è pieno di persone che per la maggior parte non sono interessate al miglioramento della musica o dell’arte. Lo fanno per egoismo personale, per sembrare più intelligenti. E questo lo so di persona. I miei amici più stretti sono scrittori. Ted lo era. So come funziona. E faccio interviste da 16 anni; so come stanno le cose. È così che gira il mondo; che vanno le cose. E se le persone scavassero davvero a fondo ed esaminassero meglio e fossero un po’ più altruiste, non percepiresti questa altezzosità.

Fonte // Consequence of Sound

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