Song Exploder [Episodio 119]

I Killers si sono formati a Las Vegas, Nevada, nel 2001. Da allora hanno pubblicato cinque album. Il nuovo, Wonderful Wonderful, è stato pubblicato a Settembre. In questo episodio, il cantante Brandon Flowers e il batterista Ronnie Vannucci dissezionano la canzone “Rut” da quest’ultimo album.

Brandon: Ho fatto un album solista nel 2014, intitolato The Desired Effect, e quando l’ho portato in tour avevo l’idea di una canzone che non fosse parte dell’album ma che facesse da introduzione al concerto, e si basava su questa progressione di note al pianoforte.
Di solito cantavo sopra alcune frasi che facevano riferimento alla città in cui suonavo, e serviva quindi da rompi ghiaccio nei confronti del pubblico.

Brandon: Nel mezzo della nostra ricerca per la direzione che il nuovo album dei Killers doveva seguire, ho iniziato a strimpellare al piano quelle note, e ci ho scritto sopra una nuova canzone, che è poi diventata Rut.
Abbiamo un pianoforte verticale in casa per i miei figli e l’ho scritta su quello, una progressione di note che arriva al C# e poi diventa un ciclo.
Quando l’ho portata al resto della band l’ho suonata loro al piano, e alla fine del primo giorno eravamo già a buon punto con la registrazione della canzone: c’era la base che percorre la canzone dall’inizio alla fine, ed è a quel punto che abbiamo scoperto che il tempo non era normale, che base e piano non andavano di pari passo, non era in 4/4, ed era una cosa stranissima per me. Me ne sono reso conto solo quando l’abbiamo suonata con Ronnie, che sa meglio queste cose e ha evidenziato il problema.

Ronnie: Una battuta è composta da 6 tempi, quindi ci sono 2 tempi in più. Lui non se n’era reso conto perché gli era venuto naturale. Gli ho chiesto “Non senti che ci sono due tempi in più? È più un tempo da jazz o prog”.

Brandon: E lui ha dovuto adattarsi al tempo con la batteria.

Ronnie: Abbiamo provato sintetizzatori diversi e ad usare dei loop. Questo perché è più divertente che suonare su un metronomo, ti muovi in modo diverso e sei tu stesso più musicale.

Brandon: quello era Ron.

Ronnie: ero io alla batteria? È perché cerco sempre di far sentire la mia voce. La batteria è uno strumento molto fisico, si muove tutto e a volte ti viene spontaneo fare dei versi per mostrare che stai dando tutto te stesso. E a volte c’è bisogno di un urlo.

Brandon: nelle nostre canzoni più movimentate, se ti concentri sulla batteria, ogni tanto senti che fa questi rumori strani.

Ronnie: ho studiato musica all’università e ogni lunedì dovevamo mostrare all’intera classe delle percussioni a cosa ognuno stesse lavorando. Mi ricordo che stavo lavorando ad un pezzo suonato solo con il rullante, e uno degli studenti più vecchi dice “Amico, hai idea di quello che fai con la voce quando suoni il rullante?”. Mi sono imbarazzato tantissimo.

Brandon: probabilmente non te ne rendevi conto.

Ronnie: non sapevo che stavo emettendo questi suoni, perché ero preso dalla musica, e lui ha continuato “Sì, ti conviene fare attenzione se ti ritrovi a suonare con un’orchestra da 85 componenti perché nessuno vuole sentire la tua voce” e io ho risposto “Ok, mi dispiace”. Ma fanculo, lo faccio ancora.

Brandon: Dave Keuning, è lui che suona la chitarra.

Ronnie: Dave è un grandissimo fan di Michael Jackson e quella parte mi ricorda un po’ Man in the Mirror. Quella parte con la chitarra ha funzionato anche come una sorta di percussioni aggiuntive, per aggiungere un po’ di movimento.

Brandon: subito dopo il primo ritornello tu hai suggerito a Dave di provare la chitarra in stile Lindsey Buckingham.

Ronnie: non avevo nemmeno idea che Dave sapesse farlo, quindi chi ha un po’ sorpreso sentire questo suono provenire dalla sua chitarra.

Brandon: stavo veramente avendo difficoltà a capire di cosa avrei potuto scrivere in questo album. Credo di aver avuto il blocco dello scrittore. Una delle cose che per cui sono sempre stato parecchio protettivo nei miei testi è la mia famiglia, mia moglie e i miei figli. Credo che questo sia dovuto in parte perché sono protettivo nei loro confronti e in parte perché non ho mai scritto testi troppo personali, ma stavano succedendo molte cose in quel periodo: ero in fase di trasloco da Las Vegas, cosa che mai avrei pensato di fare, ma ho dovuto farlo perché mia moglie deve andarsene da Las Vegas. Lei ha un’esperienza completamente diversa della città, delle strade, rispetto a me, e così posti che a me mettono nostalgia, che considero parte di me, per lei costituiscono solo brutti ricordi, e quindi era arrivato il tempo per lei di andarsene.
Senza essere troppo diretto, perché non posso spiegare in dettaglio tutto quello che ha passato senza alzare un polverone, lei è rimasta traumatizzata durante la sua infanzia e soffre di un disturbo post traumatico da stress molto serio. Ovviamente ho avuto il suo benestare, ma è diventato il soggetto di gran parte di questo album.

Brandon: E quindi la canzone è dal punto di vista di mia moglie, dalla sua prospettiva, e parla di resilienza.
Lei canta a me “I’ve done my best to fill them, but the cracks are starting to spread”, è una sorta di sottomissione, come se stesse dicendo “accetto quello che mi sta succedendo, devo affrontarlo”.
Ha sempre saputo che qualcosa non andava, ma è stato solo superati i trent’anni che tutto è venuto in superficie. “I’ve done my best defending, but the punches are starting to land”, qui lei accetta una situazione che ha cercato di evitare per tutta la vita, quasi facendo finta che non esistesse, mentre adesso capisce che c’è e dovrà fare del suo meglio per affrontarla, e questo è rispecchiato in un’altra frase all’inizio della seconda strofa “I can’t keep pretending this next stop isn’t mine/The truth is on the table, someone’s gotta sign”. Questa è la situazione e la affronterò, e prometto che continuerò ad arrampicarmi basta che tu non mi lasci.

Brandon: È la mia voce ma Jacknife l’ha alterata.

Ronnie: Jacknife Lee, nato Garreth Lee, dall’Irlanda, è un produttore e multi strumentalista con cui abbiamo deciso di fare Wonderful Wonderful.

Brandon: conosceva il soggetto della canzone e ha trasformata la mia voce in una più femminile, e credo che sia una grande introduzione per la canzone.

Ronnie: è una canzone con un andamento davvero unico, nel senso che non segue lo sviluppo tradizionale di una canzone. Ci sono due modi per scrivere una canzone pop: seguendo un arco emotivo, oppure il metodo classico con 8 battute qui e 16 lì, outro, intro. Noi però abbiamo abbandonato questo metodo e abbiamo seguito il puro istinto emotivo. Questo è uno degli altri aspetti con cui ci troviamo più a nostro agio grazie a Jacknife. Abbiamo spesso usato l’emotività ma lui ha ci ha fatto capire che va bene una canzone con un andamento strano se l’aspetto emotivo è quello trainante.

Brandon: dopo il bridge, invece del terzo ritornello, abbiamo questo coro, questa specie di mantra. Abbiamo chiamato tre, quattro cantanti da Las Vegas per cantarlo. E invece di iniziare il ritornello subito dopo, questo coro continua crescendo.

Ronnie: la sensazione e la traiettoria di quell’arco emotivo stava diventando più importante di quanto avessimo immaginato e la musica doveva stare al passo, doveva provocare la stessa sensazione, se così vogliamo dire, di quel punto di emotività della canzone, specialmente con le voci alla fine, c’era bisogno di qualcosa che le completasse. Ho sovraregistrato il motivo al tom-tom per fare in modo che seguisse il ritmo.

Brandon: alla fine ci sono anche delle belle chitarre.

Song Exploder: tua moglie cosa pensa della canzone?

Brandon: le piace. Forse si sente un po’ a nudo o un po’ imbarazzata quando si trova con tutte le persone che sanno che abbiamo avuto questa conversazione sulla sua vita, ma la sta affrontando bene. È la prima volta che mi sono dovuto sedere al piano con lei, e suonarle la canzone e leggerle il testo per essere sicuro che avesse senso. Mi ha aiutato a capire cosa lei stesse passando ed essere quindi molto più compassionevole, perché stiamo affrontando la situazione assieme. Se io non mollo allora neanche lei lo farà.

Fonte // Song Exploder

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