Laut.de [29-09-2017]

Cinque anni dopo “Battle Born”, i Killers tornano finalmente sotto i riflettori con il loro nuovo album in studio, “Wonderful Wonderful”.

Grandi gesta, molta stravaganza e una brillante e gigantesca palla da discoteca: i Killers si preparano per il loro quinto album in studio, “Wonderful Wonderful”. In occasione della pubblicazione abbiamo incontrato il batterista Ronnie Vannucci, con cui abbiamo parlato di conchiglie nel deserto, souvenir e l’arrivederci al tour di Mark Stoermer e Dave Keuning.

Ronnie, nella copertina del nuovo album una mano allunga una conchiglia verso il cielo nel deserto. Che significato ha?
Ci siamo occupati della copertina alla fine del processo di produzione dell’album. Volevamo prima aspettare e vedere come si sarebbero evoluti la musica e i testi. Quando il quadro è stato chiaro ci siamo trovati con Anton Corbijn, che tutti noi apprezziamo molto come regista e fotografo. Molte delle nuove canzoni parlano della speranza. Siamo andati con Anton nel deserto e abbiamo provato alcune cose. In valigia aveva qualche conchiglia, che voleva includere nel lavoro. Abbiamo semplicemente messo le conchiglie sulla sabbia o sul terreno spaccato dalla siccità. Ad un certo punto ad Anton è venuta l’idea di prendere semplicemente una delle conchiglie in mano. Credo che il risultato parli da sé. Ha colpito tutti subito.

Hai appena parlato della speranza. Brandon di recente lo ha definito l’album dei Killers più personale ed onesto. Lo pensi anche tu?
Credo che ogni album abbia un tocco personale profondo. Se non c’è dietro un concetto artistico, si tratta sempre di sentimenti o pensieri. Abbiamo avuto molte esperienze negli ultimi anni. Voglio dire, l’ultimo album è fuori ormai da quattro anni. Abbiamo accumulato molte cose. Brandon, ovviamente, ha un ruolo speciale nella scrittura dei testi, e stavolta si è esposto in prima persona. Ci sono dei passaggi molto personali nell’album. La moglie di Brandon e la sua vita hanno giocano un ruolo importante. È tutto molto profondo.

Quanto profondo?
Non voglio entrare nei dettagli. Queste sono domande a cui solo Brandon può rispondere.

Capisco. Allora parliamo della musica. Cos’è particolarmente “meraviglioso” dal punto di vista tecnico dei suoni in “Wonderful Wonderful”?
Tutto! (ride)

Davvero? Descriveresti “Wonderful Wonderful” come l’album perfetto dei Killers?
Sono contento del risultato. Lo siamo tutti. L’album migliore dei Killers? Non so. Un album segna sempre una fase specifica nella vita di un artista. Il fatto è questo: se ci troveremo a parlare di questo album tra 20 anni diremo che è come volevamo suonare nel 2017. Se non stai lavorando ad un album di debutto, si tratta sempre di canzoni nate da un periodo specifico. Poi colleghi tutto come fossero rotelle di un meccanismo. Tutto è in qualche modo collegato. Quando lavori a nuove canzoni quattro anni dopo, ti ritrovi ad avere a che fare con nuovi input ed esperienze che hai avuto. Ogni album è un nuovo capitolo.

Ma volte sembrano esserci delle eccezioni? Un suggerimento: “Run For Cover”.
Sì, a volte devi guardarti intorno. “Run For Cover” è una canzone, che ha già, credo, dieci anni. Ma non l’abbiamo mai finita. Questa volta era il momento giusto.

Si dice che Shane, il fratello di Brandon, abbiamo giocato un ruolo importante in questo. È giusto?
Sì, infatti. Shane ce lo ha sempre ripetuto negli anni, diceva che dovevamo finirla e pubblicarla. Gli siamo molto grati per la sua insistenza. La canzone è venuta benissimo, ed è una delle mie preferite dell’album.

“The Man” mi ha subito conquistato. È molto funk.
Sì, abbiamo sperimentato molto stavolta. Di solito le band si vantano di registrare gli album in presa diretta. Lo abbiamo fatto anche noi in passato. Stavolta, invece, abbiamo esplorato nuove strade. Abbiamo lavorato sempre di più in gruppi. A volte solo uno di noi era presente in studio. Credo che questo modo di lavorare ci abbia aperto molte porte. Nessuno di noi ha sentito la pressione del tempo che passava.

Lavorare all’album precedente non deve essere stato altrettanto liscio.
“Battle Born” è nato in modo completamente diverso. Stavamo cercando una sound speciale per l’album invece non abbiamo trovato una direzione unica. Poi abbiamo avuto anche cinque produttori, e tutti hanno portato un approccio diverso. In “Battle Born” non è andato tutto bene. Ma a volte va così.

Questa volta avete lavorato con un solo produttore.
Sì, abbiamo optato deliberatamente per un ambiente più ristretto. Naturalmente avremmo potuto incasinare di nuovo le cose. Ma non volevamo un secondo “Battle Born”. E abbiamo pensato che lavorare con un solo produttore era il passo nella giusta direzione. E fortunatamente è stato così.

Come descriveresti Jacknife Lee come produttore e come uomo?
È una persona incredibilmente stimolante, che ti spinge sempre oltre senza però lasciarti andare. Abbiamo lavorato con molti produttori in passato, e ovviamente ognuno ha il proprio stile, ma Jacknife Lee si contraddistingue. Mi ricordo una volta in studio, quando stava seduto per ore sul divano fissando la sua collezione di pedali distesa sul pavimento. Ce n’era circa una cinquantina. Ad un certo punto è saltato su, ne ha accesi tre e mi ha sorriso soddisfatto. Zac! eccolo lì: il suono che stava cercando.

Non so neanch’io, è incredibile. Perde molto tempo ma poi arriva al punto molto velocemente. Quando vieni coinvolto da una band, ti lasci trasportare in un nuovo mondo. È una cosa affascinante. E poi sa anche come deve suonare un album rock’n’roll. E non parlo di chitarre distorte. Come band rock in questo periodo dobbiamo crescere più di venti anni fa. Jacknife Lee lo sa. Conosce l’industria musicale come le sue tasche. La sua presenza e il suo modo di lavorare ci hanno portati ad un nuovo livello come band.

Quindi è anche un uomo per il futuro?
Vedremo. Non so quale sound vorremo avere fra due-tre anni. Lo dirà il tempo. Ma se volessimo che fosse come quello attuale Jacknife Lee sarebbe in cima alla lista.

Quindi c’era un ‘membro’ in più durante le registrazioni, ma avete salutato due dei veterani – almeno per quanto riguarda la parte live. Mark Stoermer e Dave Keuning non accompagneranno te e Brandon in tour. I vostri fan sono preoccupati?
No, non lo sono. Ovviamente è un peccato che non ci saranno. Ma questo non ha ripercussioni sulle fondamenta della band. Siamo ancora assieme come band. Anche Mark e Dave sono stati in studio. Avevano solo bisogno di una pausa dal tour. Siamo dentro al mondo della musica ormai da un bel po’ di tempo e tutti hanno una vita al di fuori della band. Ci sono anche bambini e famiglie coinvolti.
È normale avere altri pensieri che non siano direttamente collegati alla band. Dave vuole solo passare più tempo con la sua famiglia. E Mark vuole provare di nuovo con lo studio. Ma i nostri fan avranno comunque un concerto intero da noi, non saremo un duo. Abbiamo dei bravissimi musicisti in tour con noi. ll sound non cambierà.

Fonte // Laut.de

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