Hot Press [25-10-2017]

Sono passati cinque anni dall’ultimo album dei Killers, il gruppo del Nevada da milioni di album venduti, ma Wonderful Wonderful potrebbe essere considerato il loro lavoro più vitale. Brandon Flowers e Ronnie Vannucci Jr. ci parlano di com’è crescere a Las Vegas, la ricerca della ‘Parola di Bono’, l’etica di lavoro di Jacknife Lee, suonare alla Casa Bianca, le morti di Bowie, Cohen e Cornell, e il peso delle aspettative quando si lavora al quinto album.

“Ahh, non ne hai portata una anche per me? Dai!” Mentre entro in una stanza riunioni elegante e illuminata da una luce soffusa al piano interrato del Soho Hotel di Londra, Ronnie Vannucci Jr. dei Killers guarda con invidia il bicchiere di birra Asahi che ho in mano. Il piano era in realtà di averla finita prima dell’intervista, ma la scaletta è improvvisamente cambiata e il pubblicista della loro casa discografica mi ha chiamato all’improvviso dal bar. “Ti dispiace andare prima? I ragazzi sono pronti a parlare con te adesso.”

Il batterista può anche essere deluso che non gli abbia portato qualcosa da bere, ma da astemio Mormone, il cantante Brandon Flowers è meno preoccupato. A tre giorni dall’apparizione come headliner al British Summer Time Festival ad Hyde Park dell’8 Luglio (e a due settimane da quando hanno fatto tremare Glastonbury con un’apparizione a sorpresa sul palco John Peel), i due del Nevada – di 41 e 36 anni, rispettivamente – hanno un aspetto esausto e si trovano nel mezzo di una mattinata di promozione per il loro quinto album in studio, Wonderful Wonderful.

Ci siamo già incontrati in passato per cui sono rilassati e amichevoli, e sembrano felici di parlare con un inglese madrelingua dopo un paio di ore di domande da parte di giornalisti giapponesi. Con jeans sbiaditi e una maglietta bianca, il barbuto Ronnie parla chiaro e sembra il tipico Americano, quello in cui ci si imbatte nella corsia della ferramenta da Walmart.

Con un vestito nero elegante, una camicia nera di seta con puntini bianchi, e una mascella scolpita, Brandon è subito identificabile come uomo dello spettacolo (forse anche grazie al suo sangue di Las Vegas). Nonostante la fama e l’adulazione internazionale garantite da vendite di oltre 22 milioni di album, il cantante dalla voce dolce ha ancora la strana tendenza ad emettere un’acuta risatina nervosa ogni volta che gli viene fatta una domanda.

Sono curiosi di sapere se ho ascoltato il nuovo album, e sono visibilmente riconoscenti quando li informo che l’ho ascoltato sei o sette volte. “Oh grazie,” dice Brandon. “Beh, sei la prima persona che abbiamo incontrato oggi che l’ha ascoltato più di una volta! Tutti dicono, ‘L’ho ascoltato stamattina’ Uuuuh!” Scuote la testa disperato.

Registrato in studio in California e in Nevada, prodotto dall’irlandese Garrett ‘Jacknife’ Lee, e con 10 gustose fette di synth-rock antemico e a volte sognante, Wonderful Wonderful ha un titolo appropriato, ed è forse il loro album più vitale. Hanno pubblicato un ‘Best Of’ intitolato Direct Hits nel 2013, e un album di beneficenza di canzoni natalizie intitolato Don’t Waste Your Wishes nel Novembre 2016 (tutti i ricavi sono andati alla campagna Product Red capitanata da Bono). Ma, a parte queste pubblicazioni, sarà il loro primo album in studio vero e proprio dal divisivo Battle Born del 2012.

Alzano simultaneamente le sopracciglia confusi quando chiedo loro del motivo della pausa di cinque anni. “Siamo stati molto occupati,” spiega Brandon. “Abbiamo portato Battle Born in tour per, tipo, due anni. Abbiamo pubblicato il ‘Best Of’, abbiamo pubblicato l’album di Natale, abbiamo fatto album solisti, e roba simile. Per cui per noi non è stata una pausa. Ci vogliono probabilmente almeno 15 o 18 mesi per preparare un nuovo album.”

Quindi com’è andato il processo di scrittura di Wonderful Wonderful?

“È difficile con qualsiasi album, in realtà,” dice, alzando le spalle. “Sai, ho iniziato a capire che si potrebbero benissimo scrivere 10 o 11 canzoni e poi dire, ‘Ecco qui il nostro album’, ma abbiamo una mentalità diversa. È difficile quando cerchi di eclissare le tue vecchie canzoni. Capisci cosa intendo? Senza nemmeno pensare a tutti quelli che hanno scritto le canzoni più belle negli ultimi 50 anni. È difficile! Sai, è difficile dire semplicemente ‘Ecco 10 canzoni, sono il nostro album’.”

Quante canzoni avete scritto?

“Molte, ne avevamo molte,” dice sorridendo e annuendo. “E senti sempre la gente dire ‘Oh, ne abbiamo scritte tot e tot’, ma noi ne abbiamo scritte veramente tante, ma non… non le abbiamo mai finite tutte, capisci? Si tratta di aspettare che emerga l’album. Jacknife è stato davvero strumentale per aiutarci a vedere la luce.”

Il dublinese del nord – famoso per il suo lavoro di produzione con U2, REM, Snow Patrol, One Direction, Robbie Williams e Taylor Swift – è stato arruolato su consiglio personale di Bono.

“Sì, ho parlato un po’ con Bono,” confessa Brandon. “L’ho cercato. Mi stava negando la ‘Parola di Bono’!”

Per i profani, a quanto si dice la ‘Parola di Bono’ consiste nella regole d’oro della celebrità che al cantante degli U2 piace elargire alle rock star novelline (esempio di consiglio: ‘Non devi avere un entourage’, ‘Devi trasferirti solo con gli album dal vivo’). Courtney Love è stata la prima a parlarmene qualche anno fa – ma, quando ho poi chiesto conferma al frontman degli U2, ha detto di non saperne niente.

Brandon sorride quando glielo racconto. “È divertente. Sì, forse sono solo dicerie – ma io sicuramente lo vedo come una guida, e non l’ho mai nascosto. E così l’ho contattato quando ero in difficoltà nella scrittura dei testi. Uno dei miei problemi era quello di cui ho parlato poco fa, cioè di quante canzoni esistano già, e di quante belle siano già state fatte, e cosa abbiamo noi da offrire? E quello che ho scoperto da persone con cui ne ho parlato è che tutti, credo, siano sopraffatti da questi pensieri ad un punto della loro carriera, e si sentono come mi sono sentito io. Ma ci ha anche aiutato suggerendo Jacknife come produttore, quindi è stato bello”.

Sono rimasti molto impressionati dall’etica di lavoro del produttore. Come spiega Ronnie, “Ho provato a farlo bere, ma è impossibile convincerlo – mangia in modo salutare e cerca di dormire – ma non c’è… non so cosa faccia. Il 90% del tempo è energetico e allegro e lavora per 17 ore al giorno. E un paio di volte lo abbiamo completamente steso, ma ce n’è voluto.”

“Di solito si inizia in studio verso le 12, ma lui vuole trovarsi alle 9,” aggiunge Brandon. “Sai, per sentire quello che avevamo fatto la sera prima o roba simile, e poi andava avanti fino alle 3 di notte. Fino in fondo. Non abbiamo idea di come faccia!”

Non scompariva in bagno ogni 20 minuti?

“No, non lo faceva!” ride. “Però abbiamo pensato, ‘Ma non è che…?’ Stavamo cercando degli indizi! Ma non c’erano indizi! Le uniche cose che vedevamo erano guacamole, sigarette e bottiglie d’acqua. Che cazzo fa questo tipo?”

Fate mai feste sfrenate con la band?

“Brandon non beve,” dice Ronnie. “Io bevo ancora, non mi drogo. Avevo uno zio che mi ha insegnato tutto sulle droghe, e a lui non è andata bene. Ma non bevo tanto quanto ero solito anche perché se mi bevo due whisky, che è di solito la mia quantità giusta, li sento il giorno dopo. Ho 41 anni…sto invecchiando. Ma lo senti, non ti abitui più come facevi un tempo, quando potevi bere fino all’alba e a mezzogiorno non avere più mal di testa. Adesso ti ammazza per uno o due giorni.”

Le registrazioni erano iniziate con Ryan Tedder e altri produttori a Los Angeles, prima che Jacknife Lee prendesse le redini nel Settembre 2016. Quanto tempo ci avete messo per registrare l’album?

“Beh, quando Brandon ha detto 18 mesi per preparare un album, è un periodo che include anche il processo di scrittura,” spiega Ronnie. “Per quasi un anno facevamo avanti e indietro tra il piccolo studio di Jacknife nel Topanga Canyon, il nostro a Winchester (i Battle Born Studios) e un altro posto a Las Vegas. Ne abbiamo fatto una larga parte in questo studio di registrazione in centro a Las Vegas. Un piccolo posto dietro ad un negozio di dischi.”

Sembra quasi che Brandon si sia appena ricordato di questo dettaglio. “Oh sì! È stato bello. Me ne ero dimenticato. È stata una bella pausa. Avevamo bisogno di uscire dai Battle Born Studios.” Inizia a ridere. “Alcuni vanno in Marocco, noi abbiamo fatto 3 chilometri in macchina per raggiungere quest’altro studio! Abbiamo entrambi ancora un posto in cui stare a Las Vegas per cui era davvero a un tiro di schioppo. Ma è bello… è stato un bel cambiamento.”

“Si, davvero,” conferma Ronnie. “È stato bello immergersi nell’atmosfera del centro di Las Vegas. Credo abbia avuto un certo effetto. Volevamo cambiare ambiente e un nuovo posto – e questo posto, che si chiama 11th Street Record, credo lo abbia fatto. Ci ha sicuramente aiutato a sviluppare dei temi per questo album. Soprattutto ‘The Man’, credo. Lì c’è stata la genesi di ‘The Man’.”

“È su Fremont Street,” aggiunge Brandon. “È la vera strip di Las Vegas la sera – quando uscivamo per farci un giro, andavamo nei ristoranti e altri posti. È stato bello vedere la Las Vegas più tipica.”

Rimanendo in tema, il video molto cinematografico della retro-funk ‘The Man’, diretto da Tim Mattia, dipinge una Las Vegas in tutto il suo bellissimo trash impregnato al neon. Brandon è il protagonista e interpreta vari tipi di maschio alfa che si possono trovare sulla Strip – da uno stupido che vive in roulotte, a un cantante pacchiano, ad un cowboy sfortunato al gioco. Ciò che hanno in comune è un esagerato senso di auto-importanza: “I got gas in the tank/ I got money in the bank/ I got new for you, baby, you’re looking at the man/ I got skin in the game/ I got a household name/ I got new for you, baby, you’re looking at the man”. Nonostante vite e status socio-economico diversi, sono tutti imperfetti…e ugualmente sfortunati al tavolo del blackjack.

Quanti di questi tipi avete visto crescendo a Las Vegas?

“Sono come zii e conoscenti,” risponde Brandon, sorridendo.

“Sì, sono come persone molto vicine,” dice Ronnie, stropicciandosi la barba. “Mio padre ha perso la sua eredità giocando d’azzardo – cioè non la sua eredità, ma i suoi risparmi. Non aveva un’eredità, non aveva molto ma… ha scommesso tutta la mia eredità! Quindi, sì, sono cose che succedono.”

Tutti i membri della band – incluso il chitarrista Dave Keuning e il bassista Mark Stoermer – hanno lavorato nei casinò di Las Vegas da giovani. Quello che hanno visto li ha convinti a non diventare loro stessi degli scommettitori?

“Credo che tutti noi abbiamo fatto quell’esperienza,” riflette Brandon. “Aiuta. Di solito o impari da essa o segui la sorte di quelle persone, e siamo stati tutti fortunati – sembra che abbiamo imparato tutti una lezione da quei tipi. E non si tratta solo di sconosciuti. Mio zio, il fratello di mio padre, e anche mio padre – è buffo perché mia madre riusciva a proteggerci da queste cose – i propri genitori.”

Uno sguardo un po’ preoccupato gli si forma in volto e si sposta inquieto sulla sedia prima di continuare. “Sai, ho questi ricordi – c’è un ristorante in cui mi piace andare, un orribile casinò tra Boulder e Henderson chiamato The Skyline Hotel. E così… Non lo raccomanderei a nessuno, ma io ci vado, è una questione di nostalgia. E ho appena avuto questo flashback di quando siamo andati avanti e indietro tra le file di macchine nel parcheggio. Mia madre che si sveglia e io ancora mezzo addormentato e andavamo avanti e indietro, lentamente, e ho capito a trent’anni e passa – stavamo cercando mio padre!”

Ride e scuote la testa a questo ricordo. “Ecco cosa stavamo facendo! E così è anche Las Vegas – ci sono degli aspetti più loschi che tutti noi abbiamo visto”.

Ronnie annuisce. “Sì, ci sono alti alti e bassi bassi. È proprio così.”

In un’altra canzone che risalta nell’album, ‘Some Kind of Love’, Brandon canta su una sognante composizione ambient di Brian Eno. Il cantante aveva chiesto il permesso di usare la musica qualche anno fa, ma era stato informato che Brian Eno non era interessato. Ha poi scoperto che al leggendario musicista, produttore e artista non era mai stato chiesto.

“No, non gli era mai stato chiesto e mi era stato detto che avevo risposto di no,” dice facendo spallucce.

È una cosa orribile!

“Sì, lo è,” dice annuendo. “Sulla carta non lo sembra – ma ha avuto un effetto su di me. Così penso, sai… è una cosa che dovevo superare nella mia vita. Ed è quasi divertente che non fosse neanche vero. Ma siamo davvero contenti di come sia venuta fuori quella canzone.”

Non hanno incontrato Eno in persona, ma ci hanno solo parlato al telefono. “Siamo andati subito d’accordo, pur sentendoci solo al telefono. Ne avevo un po’ paura, ma alla fine sono riuscito a parlarci al telefono ed è stato gentilissimo. Gli era stata mandata la canzone, avevamo un po’ di persone che lo hanno inseguito. Daniel Lanois e Anton Corbijn e Bono gli hanno mandato messaggi a riguardo. Alla fine sono riuscito a parlargli al telefono – e ama la canzone, e abbiamo avuto il permesso di farci quello che volevamo, ed è stato un sollievo e una cosa bellissima insieme.”

Quando menziono il fatto che Eno viene occasionalmente visto allo Sheridan’s Wine Bar a Galway, la mia città natale, Ronnie drizza le orecchie. “Galway, non è mica una città famosa per il golf?”

Beh, suppongo ci siano parecchi campi di golf da quelle parti. In realtà Donald Trump ha un grande golf resort nella vicina contea di Clare.

Il batterista trasale e annuisce. “Oh… bello”.

Allora, cosa ne pensate del controverso Presidente degli Stati Uniti?

“Ahhh…,” sospira Brandon. “Voglio dire, era prevedibile, considerata la nostra ossessione con le celebrità e compagnia bella, che sarebbe successa una cosa del genere. Quindi si può dire che non ci ha colti totalmente di sorpresa. Ma ciò non significa che non ci abbia demoralizzato.”

Sembrano entrambi poco a loro agio. “Credo, voglio dire, tutti… è così facile prenderlo in giro,” dice Ronnie. “È un target troppo facile. E io non voglio… Non sono mai stato una persona che segue la massa. Credo sia un tipo normale con tanti soldi, tante idee, e probabilmente non sa bene quale sia il comportamento che dovrebbe mantenere un Presidente. È uno normale. Non posso dire che… Sai, quanto potrei cambiare se diventassi Presidente? Quindi è un target troppo facile.”

Beh, se Trump li invitasse, i Killers suonerebbero alla Casa Bianca in questo periodo?

“Beh, ‘I Killers suonano alla Casa Bianca’, non è che suoniamo alla Casa Bianca perché appoggiamo direttamente qualcosa”, fa notare. “Ci suoniamo perché siamo Americani.”

“Abbiamo suonato alla Casa Bianca il 4 Luglio di sette o otto anni fa,” ricorda Brandon, “e, ovviamente c’erano delle prospettive totalmente diverse nel nostro Paese – ma era per i veterani e per persone che hanno servito nell’esercito. Non abbiamo suonato apposta per Barack Obama. Ci si aspetta che tu sostenga il tuo Presidente, è una cosa che ci viene insegnata crescendo, ma è – sai, è difficile, e come ho detto prima, siamo demoralizzati come chiunque che sia lui a rappresentare il Paese.”

Ovviamente non vi piace molto parlare di politica…

Ronnie ride. “Sì… non so un cazzo di politica. È un’arte così strana – e anche di poco valore se proprio devo dirlo.”

La conversazione prende una strana piega e discutiamo del film commedia americano La Donna Esplosiva, del 1985, dell’uso che la band britannica dei Bastille ha fatto di campionamenti dallo stesso nel loro ultimo album, e la morte a Febbraio di una delle stelle del film, Bill Paxton.

“Paxton interpretava il fratello maggiore dello stronzo,” ricorda Ronnie con un sospirone. “È morto a 61 anni. È troppo presto.”

Negli ultimi tempi molti nomi famosi se ne sono andati. Uno di questi, almeno, ha avuto un’importante influenza sui Killers.

“Sì, David Bowie ha avuto una forte influenza in molto di quello che abbiamo fatto,” riconosce Brandon. “E sai cos’altro, anche di più importante, ha influenzato molte delle persone che poi hanno influenzato me.”

Tipo gli Smiths e i Depeche Mode?

“Sì, gli Smiths, ed è buffo – non ho collegato i punti se non dopo molto tempo. I Depeche Mode – un’altra grande influenza su di me. E poi ancora Morrissey e gli Smiths – grandissima. Persone come i New York Dolls e tutti gli altri – molti di loro possono essere ricondotti a Bowie. È stato solo quando avevo 19 o 20 anni che ho fatto due più due e ho comprato Hunky Dory, che ha avuto un grande impatto su di me. E l’ho ascoltato fino allo sfinimento durante la prima parte dei miei vent’anni, ma era da quel periodo che non lo ascoltavo più molto.”

“Ma è stato lo stesso quando è morto Lou Reed,” continua. “È buffo, ti prende questa emotività che non ti saresti aspettato. Tipo, mi stavo versando i cereali e all’improvviso mi sono messo a piangere (ride). Non me lo sarei aspettato alla notizia della morte di Lou Reed. Quindi sì, Bowie ha avuto un impatto simile – è triste quando una persona come lui, che ha contribuito e arricchito così tanto la tua vita, se ne va.”

Più di recente la morte di un’altra celebrità ha avuto un forte impatto su Ronnie. “Non pensavo avrei reagito come ho reagito ma è successo… è, stranamente, stato bruttissimo quando è morto Chris Cornell. Mi ha sopraffatto una sensazione strana, forse perché era un periodo in cui ascoltavo molta della loro musica. Sì, è terribile. È bruttissimo.”

Brandon annuisce. “Credo che anche se non stavi pensando a loro, ti arriva tutto addosso e amplifica la loro influenza nella tua vita, anche se solo per un breve periodo. Mi è successa una cosa simile con Leonard Cohen. Non sono un grandissimo fan. Cioè, sono un fan ma non ho tutti gli album – ma ho iniziato a cantare ‘Famous Blue Raincoat’ tra me e me in macchina il giorno in cui ho sentito la notizia. E sono stato sopraffatto dalla gratitudine. C’è una frase nella canzone che mi fa impazzire, quando ringrazia un ragazzo ‘for the trouble you took from her eyes’. E la mia reazione è stata ‘Whoooa!!!’ Questa frase è da pazzi, pensare di ringraziare qualcuno che si è occupato della tua donna per un po’ perché l’ha resa di nuovo felice mentre tu non c’eri riuscito.”

Le frasi successive sono, “And you treated my woman to a flake of your life/ and when she came back she was nobody’s wife.

“Sì, e poi ce n’è un’altra, ‘I thought it was there for good so I never tried’. È così bella, e gli ero grato anche solo per questa frase. E non lo sarei stato se non fosse morto, quindi non so. C’è comunque un lato positivo!”

Quanti dei vostri eroi musicali avete incontrato negli anni?

“Siamo stati davvero fortunati perché li abbiamo incontrati quasi tutti,” dice entusiasta. “È incredibile. Bowie è venuto a vederci i primi tempi a New York e per noi è stato ovviamente un bel momento. Quando stavamo scrivendo Hot Fuss, ha avuto un forte impatto non sono la sua musica degli anni ‘70 ma anche Heathen, che era appena uscito. La linea di basso di ‘All These Things That I’ve Done’ è copiata direttamente da una canzone di Heathen. Stavamo ascoltando quell’album e quindi è stato incredibile che sia venuto ad un concerto. E [Tony] Visconti è venuto con lui, se parliamo dei T-Rex, e la nostra reazione è stata ‘Roba da matti!’”

“Sì, abbiamo passato del tempo con Visconti,” dice Ronnie. “È stato folle. Lui è stato forte. Fa ancora dell’ottima musica.”

Ci troviamo qui a parlare a meno di due mesi dal codardo attacco terroristico al concerto di Ariana Grande a Manchester. Da band che va in giro per il mondo e suona in posti della stessa grandezza, che ne pensano?

“Ogni tanto ci penso [che possa succedere una cosa simile],” ammette Brandon, “Ma di solito quando siamo sul palco non ci pensiamo. E questa è in qualche modo una vittoria, ma è comunque triste, sai. È terribile ovunque succeda. Che sia per strada, o ad un concerto, o in un aeroporto o qualsiasi altro posto. Che altro si può dire?”

Il loro pubblicista entra e mi segnala che abbiamo solo altri cinque minuti. Parliamo di nuovo dell’album. Se i precedenti avevano sicuramente materiale per riempire le arene, Wonderful Wonderful sembra puntare ad un sound da stadio. Lo hanno fatto di proposito?

“Sì, credo che prestiamo sempre attenzione a migliorare il modo in cui facciamo gli album pensando alla loro trasposizione live,” dice Ronnie. “In questo album abbiamo usato lo studio più come un mezzo. Voglio dire, quello che facciamo è…facciamo album e andiamo in tour. Quindi è una componente importante di quello che facciamo. Quindi lo teniamo a mente. Non abbiamo detto ‘facciamo canzoni da stadio’ o cose simili, ma è sempre nei nostri pensieri.”

Nell’album ci sono un paio di curiosità, in particolare ‘Tyson vs. Douglas’, una canzone sulla famosa sconfitta di Mike Tyson nel 1990 sotto i guantoni di Buster Douglas. C’è anche la malinconica canzone di chiusura ‘Have All The Songs Been Written?”, che sembra quasi un canto del cigno.

“Beh, c’è sicuramente un tema,” dice Brandon. “Ed è forse più presente rispetto agli album passati, una cosa che cerco sempre di spiegare senza dire troppo, perché voglio che le persone lo interpretino a modo loro. Ma in poche parole, stavo facendo fatica a capire di cosa cantare, devo solo scrivere canzoni di successo, che ci faccio qui? E ho capito che il posto in cui sono più felice è il palco, quando cantiamo canzoni che vengono da storie vere e con cui le persone lì fuori si sentono in connessione.

“E ho capito che volevo farlo di più in questo album e ci sono riuscito,” continua. “E quindi ho dovuto cantare di quello che stava succedendo nella mia vita, e mia moglie ne è ovviamente una parte importante. Ed è una cosa che ancora non avevo capito del tutto…”

Balbetta un po’ prima di continuare. “Non sono sicuro di come spiegarlo, ma in Wonderful Wonderful uso la siccità come simbolo della sua vita. È a quel punto che entri nell’album, e senti questa siccità, e lei è lì che aspetta l’arrivo del temporale, o della pioggia in generale. Adoro questo tipo di immagine che siamo riusciti ad usare. È forte senza essere troppo chiara. Non so, sto cercando non esserlo troppo neanch’io.”

Hai mai pianto sul palco?

“Sì, ogni tanto ‘A Dustland Fairytale’ ha questo effetto,” ammette, e sembra un po’ sorpreso dalla domanda. “Mi ha fatto piangere ad Hyde Park questo fine settimana. Dovevo… è stato il primo concerto dei Killers per i miei figli.”

Brandon ha tre figli – Ammon (9), Gunnar (7) e Henry (6) – con sua moglie Tana Mundkowsky. “Quello più grande ha visto alcuni concerti solisti e i soundcheck, ma di solito iniziamo tardi. Ma avevano ancora gli effetti del jet lag e così sono riusciti a stare svegli di più. E quella canzone parla dei loro nonni, che loro non conoscono. Non hanno mai incontrato mia madre, solo il più vecchio, ma aveva solo due anni. E quindi la combinazione delle due cose mi ha commosso. Quindi succede. Erano davvero vicini, al lato del palco.”

Mentre raccolgo le mie cose e mi preparo ad andarmene, chiedo a Ronnie se i suoi figli abbiano mai assistito ad un concerto dei Killers. “No, non ho figli”, dice, mentre mi stringe la mano per salutarci. Poi sorride e dice furtivamente. “Magari da qualche parte in Irlanda…”

Fonte // Hot Press

Condividi