Rhythm [11-2017]

Cosa si fa dopo un concerto tutto esaurito ad Hyde Park? Si fa una chiacchierata con Rhythm!
Ronnie Vannucci Jr scopre le carte sul ritorno dei Killers e la registrazione del loro nuovo potente album Wonderful Wonderful in un negozio di dischi a Las Vegas

È la settimana successiva al concerto tutto esaurito dei Killers ad Hyde Park quando Rhythm si trova con Ronnie Vannucci. La band è in procinto di pubblicare il quinto album, Wonderful Wonderful, dopo una lunga pausa (il suo predecessore, Battle Born, è uscito nel 2012) ma, come dimostra apertamente il mare di persone che si sono riversate ad Hyde Park, sono tornati alla grande.
“È stato da pazzi,” dice Vannucci riferendosi alla fragorosa accoglienza che hanno ricevuto a Londra. “Ci siamo sorpresi. Non si sa mai, quando stai lontano per anni e poi torni. Importi ancora alle persone, o si sono dimenticate di te? Non siamo mai arroganti, troppo pieni di noi.”
Ma Vannucci non se n’è stato con le mani in mano mentre i Killers erano in pausa. È tornato al suo progetto solista, i Big Talk, per il secondo album Straight In No Kissin’ del 2015. Detto ciò, è chiaramente entusiasta di tornare in azione con i Killers e il nuovo album della band li vede unire le forze con il produttore Jacknife Lee, che ha lavorato con alcune delle rock band più grandi del pianeta, dagli U2 ai REM, e con le pop star Taylor Swift e One Direction.
“Sì, ovviamente anche noi abbiamo bisogno di pause, va bene,” dice parlando della band di nuovo al lavoro assieme, “ma non credo di avere bisogno di una di due anni. Un anno, va benissimo. È un tempo sufficiente, potrei finire il mio Master in meno tempo, quindi è una bella sensazione tornare in pista.”

Suonare un concerto grande come quello di Hyde Park, quanto veloce fa scorrere l’adrenalina?
Beh, ci sono dei rischi, bisogna cercare di trasformare l’adrenalina o la paura in energia positiva, piuttosto di qualcosa che ha il sopravvento sul tuo corpo. Ho cercato di imparare a farlo negli anni.

Aggiustate l’organizzazione e la scenografia del palco per queste grandi folle?
Un po’ sì. Cerchiamo di non fare troppi siparietti ma vogliamo che sia comunque uno spettacolo.
Le persone pagano un sacco di soldi per venire a vederci, bisogna dare loro qualcosa. Bisogna creare un universo in cui possano entrare per un paio d’ore e dare il nostro meglio.

Ci sono solo concerti grandi per i Killers? Non suonate più nei club?
Lo facciamo ancora ogni tanto, come in Giappone. Lì non siamo molto famosi. L’ultima volta che ci siamo stati è stato fantastico, la gente pogava, erano impazziti tutti. Quindi chi lo sa, magari quando ci torneremo suoneremo in un posto più grande.

Nei cinque anni tra gli album dei Killers, che cosa hai fatto?
È una cosa strana. Siamo stati in tour un paio di anni per Battle Born – alla fine ci sono voluti due anni, quindi contiamo 2014/2015. Alcuni volevano una pausa. A Mark [Stoermer, basso] e Dave [Keuning, chitarra] piace avere del tempo libero. Se fosse stato per me e Brandon [Flowers, voce] avremmo fatto subito un altro album, ma gli altri volevano del tempo, e così abbiamo fatto qualche progetto parallelo nel frattempo. Siamo stati un po’ in tour e ci vuole del tempo, no? Mi ricordo che a Ottobre 2015, io e Brandon stavamo parlando, ‘Io inizierei subito un nuovo tour, o possiamo iniziare a scrivere.’
Era il periodo in cui ero all’inizio dell’album dei Big Talk. Per quanto sia divertente andare in tour, è anche un rompimento di palle. Tutti quelli che componevano i Big Talk al tempo erano anche in altre band, e quindi era difficile progettare un tour…e così la decisione è stata di iniziare un nuovo album. È stato allora che abbiamo programmato dei periodi per la scrittura, per suonare assieme e iniziare a fare demo.

Com’è il vostro processo di scrittura? Vi mandate le idee avanti indietro via email? Fate jam session insieme?
Un po’ di tutto. ‘Hey, ho questa idea, che ne pensate?’ Alcune sono estemporanee, tipo, ‘Oh, suonalo di nuovo!’ Qualcuno suona qualcosa e poi in studio si microfona tutto e si registra e magari il giorno dopo riascoltiamo quello che abbiamo registrato, ne tagliamo dei pezzetti che pensiamo possano essere dei semi per idee di canzoni. E poi da lì parte tutto.

Come vi siete trovati a lavorare con Jacknife Lee?
Prima di metterci a letto con Jacknife abbiamo fatto un po’ di speed dating con altri produttori, per provare a vedere come lavoravano, e abbiamo capito che molti erano bravi nel loro ambito di esperienza, mentre Jacknife ha più una visione globale e un approccio olistico. Ed era anche quello con più familiarità con noi. Una delle cose che mi ha entusiasmato di più è stata quando ha detto, ‘Credo ancora nel rock’n’roll.’ Allo stesso tempo non si illudeva. Il rock’n’roll nel senso tradizionale del termine è molto vivo, ma sapeva anche, come lo sappiamo noi, che una band rock di quattro componenti deve fare qualcosa di diverso nel 2017. Non tutti hanno il lusso di fare sempre la stessa cosa, come fanno gli AC/DC e sono bravissimi, ma noi non siamo così. Ci piace spingerci oltre e sperimentare un po’, secondo noi è una cosa che funziona e ci piace. E poi aveva questa sorta di attrazione, questa energia senza limiti che era magnetica, e che mi ha spinto a voler sperimentare di più, e così abbiamo provato molte cose ed è stato entusiasmante lavorare in studio con lui così. L’avevo già sperimentato un po’ quando ho lavorato agli album solisti, perché ho fatto la maggior parte delle cose da solo, sei in studio a provare i vari pulsanti e non puoi fare a meno che dire, ‘Oh, cosa fa questo pulsante?’ Ero già portato a farlo quindi è stato divertente.

Dove avete lavorato?
Abbiamo iniziato nel nostro studio, abbiamo uno studio di registrazione, ma poi siamo andati anche nell studio di Jacknife al Topanga Canyon, che è in pratica una casa per gli ospiti convertita. Molte delle parti di batteria sono state affinate lì, ma abbiamo fatto la maggior parte del lavoro in studio, delle chitarre e un po’ di batteria in questo posto che si chiama 11th Street Records, un negozio di dischi nel centro di Las Vegas, che ha uno studio di registrazione nel retro, come la Sun Records.

E perché lì?
Dovevamo cambiare aria. Dovevamo uscire dal nostro studio e quello di Jacknife si trovava sul cocuzzolo di una collina piena di curve a Topanga, poco fuori Los Angeles. Bisognava prendersi un attimo di riposo dopo esserci arrivati da quante curve c’erano. Mi ricordo di averci portato il mio cane e ha vomitato lungo la strada per quanto era lunga.

Come avete costruito le tracce?
A volte era dal vivo. ‘Rut’ è stata tracciata dal vivo. A volte suonavamo in loop o su una base. Io facevo la base alla batteria, e poi costruivamo i vari strati sopra di essa, e infine risuonavo la batteria con suoni più appropriati perché stiamo cambiando tutto, dal suono della chitarra alle tastiere, e anche questa batteria, che non funziona con i nuovi suoni, e così risuonavamo le parti cambiandole.

Provavate a suonare tutta la canzone intera?
Alcune sono state create pezzo su pezzo ma la maggior parte erano canzoni intere perché alcune dovevano definitive, ma c’è differenza tra essere rigidi e avere un loop e suonare le stesse cose.
Jacknife è stato insistente nel volere che suonassimo come se fosse dal vivo in molte canzoni. Mi ricordo di avere avuto un battibecco con lui ad un certo punto perché diceva, ‘No, non suona giusta.’ E io ho risposto, ‘Cosa c’è di sbagliato?’ E lui, ‘Le note sono giuste, ma la suoni come se la odiassi.’ È stata una conversazione di cinque minuti ma il succo della questione era, ‘Segui l’atmosfera della canzone e suonala come se la amassi, come se la stessi suonando dal vivo.’ È stata una bella esperienza di apprendimento essere in grado di capire di cosa avesse bisogno. Mi ricordo che odiavo suonare ‘Life To Come’. Abbiamo provato con note diverse, più o meno pesanti, ma il pensiero era, ‘Questa canzone non funziona. Non so cosa sia.’ Abbiamo parlato di cosa avesse bisogno ma non del, ‘Ha bisogno di un ‘2’ e un ‘4’ e poi aggiungiamo un ‘3’ qui.’ Non era così. Parlavamo dal punto di vista concettuale. L’abbiamo suonata una volta per intero, è quella che senti, abbiamo trovato il modo giusto di suonarla. Ce n’è stata un’altra di simile, ‘Run For Cover’, per cui ha cercato di spiegarmi che non la stavo vendendo bene. Ci sono stati un sacco di momenti, ‘Ah ha, certo, è proprio così’. È un tipo intelligente.

Devi fare attenzione al tuo ego? Dato il vostro successo, potresti anche dire, ‘Fanculo, io sono Ronnie Vannucci!’
Non mi comporto mai così. Cerco di non prendermi troppo sul serio in queste situazioni. Non ti rende una persona migliore. Voglio migliorarmi, devo migliorarmi. Mi sento quando suono, e c’è ancora molto lavoro da fare, quindi non faccio mai il gradasso, è così che si cresce. Sono colpevole di essere supponente su come creare una canzone, come scrivere e cose simili, ma non mi vanto mai del modo in cui suono la batteria. Ho sempre amato le canzoni e ci sono così tanti tipi diversi di canzoni e così tanti modi di essere espressivi con il proprio strumento. È un pozzo da cui si può continuare ad attingere sempre più in profondità. Ci sono così tante montagne che voglio scalare per capirlo.
Ci sono ancora molte strade che si possono prendere nella musica rock’n’roll e pop per mantenerle interessanti. L’approccio cambia da situazione a situazione e si basa sulla canzone, per cercare di trovare il modo migliore di veicolarla. Non ho problemi a usare la drum machine in modo che la batteria suoni come una macchina. Una delle cose che mi piace più fare è mettere assieme le batteria della Simmons con il rullante. Ho usato tantissimo la Simmons in ‘The Man’.

Quella canzone ricorda i Daft Punk e la musica disco…
Sì. È stata bella da registrare, è nata da un momento di puro divertimento. È stata la penultima canzone che abbiamo registrato. È arrivata alla fine di una giornata di registrazione da Jacknife. Era una cosa normale per noi registrare delle tracce e poi mettere su un disco. Lui ha una collezione grandissima in questa stanza gigantesca, e noi semplicemente sceglievamo un disco da suonare. Aveva degli album stranissimi. Ce n’era uno fatto dai pirati del corno d’Africa che hanno rubato qualche sintetizzatore, e ci ha fatto musica negli anni ’70.
Ci sono un sacco di suoni strani nel nostro album, e li abbiamo ottenuti prendendo un disco, mettendolo in loop o suonando al contrario, o rallentandolo, o velocizzandolo. Jacknife aveva detto che aveva creato un loop da un album, e non sapevo che fosse di Kool And The Gang al tempo, ed è così che è nata ‘The Man’. Suonavo su quel loop e nel mentre pensavo che era divertente… un po’ dance. Ci ha aggiunto un po’ di tastiere Fender Rhodes; e un paio di giorni più tardi l’abbiamo mostrata agli altri, e l’hanno amata. Quando stavamo lavorando alla prima versione di ‘The Man’, che era più sincopata, Brandon ha preso il testo e le idee e le adattate. Mark se l’è portata a casa per una settimana, ha lavorato sul ritornello, e l’ha resa quella che sentite adesso.

È ancora importante fare album?
Non credo che una collezione o un insieme di pezzi che si basano su un’idea possa andare lontano. Non credo nemmeno che gli album moriranno. Credo solo che le persone stiano cercando di adattarsi ad una situazione di passaggio, molto contemporanea e sempre in cambiamento. So che alcuni artisti stanno pensando di pubblicare solo singoli ma, secondo me, è una cosa temporanea e dipende dal tipo di musica che fai. Non credo che un insieme di canzoni vada bene per tutti i tipi di musica. Nel mondo dell’hip-hop, ad esempio, non lo è: ‘Ecco il mio album hip-hop.’ È: ‘Ecco la mia canzone hip-hop.’ Capisco perché abbia più senso, ma credo anche, onestamente, che non stia andando da nessuna parte. Dimmi una band hip-hop che abbia 30 o anche solo 20, o 10 anni e che sia ancora in giro a fare concerti. È molto un fuoco di paglia. Fai una bella canzone, suoni un po’ di concerti, e poi basta. Credo anche che un artista, intendo un pittore o un fotografo, non possa fare una mostra in una galleria con una sola opera. ‘Guardate tutti, ci ho messo 10 anni a farlo. Nient’altro, solo questo.’ No, devono avere una collezione. La galleria non va da nessuna parte sennò. La situazione è questa e credo che l’idea di avere un mercato o una traiettoria che si basi solo su singoli sia una funzione del periodo in cui ci troviamo.

Avete un procedimento per capire come suonare il nuovo materiale dal vivo?
Sì. Alcune canzoni sono facili mentre altre sono un po’ più impegnative. Questo è stato sicuramente un album in cui abbiamo usato lo studio più come mezzo e ci siamo divertiti di più così, mentre in passato le cose erano standard, arrivi e tutti parlano via cuffia. Questa volta non tutti potevano venire sempre a tutte le sessioni. È stata una cosa più frammentaria, e quindi anche solo per questo ci siamo divertiti di più, abbiamo fatto cose non convenzionali per noi. So che è un modo molto moderno per creare un album, ma è così che la maggior parte delle persone lo fa in realtà. ‘Ok, fai entrare il batterista, è il suo turno.’ Questo album è leggermente più concettuale. Siamo interessati a suonare tutte le canzoni dell’album dal vivo. È più coeso, sta meglio assieme. C’è un filo conduttore. Ma vedremo cosa succederà.

Le canzoni di Wonderful Wonderful evolveranno mentre le suonate in tour?
Assolutamente sì. Abbiamo visto i Depeche Mode a Bilbao, in Spagna, in una serata libera. Hanno suonato la sera prima di noi a questo festival e conosci la canzone ‘Everything Counts’, è stata una jam session di nove minuti, ogni pezzo era bellissimo e si è trasformato in una festa. Voglio fare così anch’io. Non dobbiamo suonare ogni canzone esattamente come è sull’album. Se le persone lo vogliono, beh allora che vadano a comprare l’album. Ti vengono idee mentre stai in tour che si possono adattare alla dimensione dal vivo. A volte può essere anche solo velocizzare una canzone o cambiare la chiave in modo che stia bene con la canzone che la precede o la segue.
Prima accennavo al fatto di portare le persone in questo nuovo universo, beh, questo è un modo per crearlo.

Il mondo di suoni meravigliosi dei Killers

“Amiamo la musica ma non un solo tipo di musica,” dice Vannucci parlando dell’ampio respiro del tessuto di suoni contenuti in Wonderful Wonderful. “È divertente stiracchiarsi e provare ad usare muscoli mai usati prima. E credo sia un’ottima cosa per una band cercare di rimanere attuale e magari eclissare quello che ha fatto prima, o provarci. Almeno tentare, almeno finché si tratti di una cosa onesta, e nel nostro caso lo è. Ci siamo incontrati un paio di volte con dei super produttori.
È strano pensare a come alcune delle nostre canzoni potrebbero suonare, non voglio fare nomi, se fossero quelle di una famosa cantante pop da successo immediato. Avremmo potuto seguire quella strada, facile, una passeggiata, ti suonano alla radio, ma non saremmo stati noi. Non suona giusto. Non è il nostro sound. Ma non lo saprai mai finché non lo provi. Ci piace testare le acque.”

L’attrezzatura di Ronnie

Batteria
Craviotto Serie Personalizzata in frassino: tom 13″x9″, timpani 16″x16″ e 16″x18″, grancassa 24″x15″, rullante 14″x6½”

Piatti
Zildjian: hi-hat 16″ A Avedis, piatto crash-ride 22″ A Avedis, piatto ride 24″ K Light, piatto crash-ride 20″ A Avedis, piatto swish 22″ A, gong tradizionale 40″

Altro
Zildjian: bacchette personalizzate ‘Ronnie Vannucci’ della serie Artist
Pelli Remo: Black Dots sui tom, Powerstroke 3 sulla grancassa, Black Dot o Ambassador sul rullante
Pedale per la grancassa serie DW 5000
Asta per hi-hat e hardware serie DW 9000
Componente elettronica Roland SPD-S

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