The Times [19-04-2020]

I Killers non fanno musica per il gusto di farla. Brandon Flowers rivela come i traumi passati vissuti da sua moglie abbiano ispirato lo straordinario nuovo album dei Killers

C’è una nuova canzone dei Killers intitolata My God, talmente pomposa da far ricordare quanto ridicola ed esilarante possa essere la grande musica rock. È una modalità di creare musica che si addice così bene a questa band. Le loro canzoni più conosciute, Mr Brightside e Human, occupano il territorio che sta tra l’assurdo e la genialità assoluta, e My God non è diversa. Verso la fine, la cantante di culto Weyes Blood sussurra su un meraviglioso bridge, prima che il tutto si innalzi in un tumulto di cori e batteria, con il frontman, Brandon Flowers, che canta al massimo del suo ruolo di predicatore. È favolosa. E poi scopri di cosa parla la canzone.

Qualche anno fa Tana, la moglie di Flowers, è stata diagnosticata con un complesso disturbo da stress post-traumatico. Complesso perché la sua infanzia è stata piena di eventi traumatici multipli, non c’è stata un’unica causa scatenante, e questo argomento permea tutto Imploding the Mirage, l’ultimo album di suo marito e i suoi compagni di band. Ha già scritto in passato sulla condizione di sua moglie, ma allora ne sembrava spaventato. Nel nuovo album c’è un senso di sollievo. È cambiato qualcosa?

“Sì, e mi rifaccio ad un verso di My God — ‘‘The weight has been lifted!” (Il peso è stato sollevato!, ndt.) dice. “Perché c’è stato un tempo in cui non sapevo cosa sarebbe successo, come sarebbe stato il nostro futuro. È stato terrificante. Ma una volta che lei è riuscita a trovare aiuto, un ostacolo difficile da superare, abbiamo iniziato a ricostruire le nostre vite. L’album parla di questo.”

Sorride. Parla via Facetime dalla sua casa a Park City, Utah. Il ficcanaso che c’è in me nota un candelabro e, di tanto in tanto, un cane che passa. Com’è la quarantena per un musicista? “Beh, ho una tastiera in un dei bagni,” dice. “Fa miracoli.”

Ride un po’. In realtà ride molto — un sogghigno soddisfatto. Il prossimo anno compirà 40 anni, e per un uomo che sembra quasi non essere invecchiato tra il suo debutto, Hot Fuss, 16 anni fa, e il trionfante concerto da headliner a Glastonbury dell’anno scorso, finalmente sembra meno un ragazzino. C’è anche qualche capello grigio. Ma non c’è da sorprendersi: ha un lavoro stancante e tre figli giovani con Tana, che ha sposato nel 2005.

La coppia si è incontrata a Las Vegas, la loro casa fino al recente trasloco in Utah. Si prende una pausa quando iniziamo a parlarne e guarda dietro di sé. Forse per controllare se qualcuno sia entrato nella stanza. “Per mia moglie Vegas è infestata,” dice a bassa voce. “E così ho avuto il sospetto che sarebbe stato meglio per la mia famiglia levare le tende. È stata una delle decisioni più difficili da prendere, ma decisamente la migliore.”

Ma il suo lavoro di cantante in un band che gira per il mondo non va molto d’accordo con la vita domestica. E così un verso nella nuova canzone Fire in Bone recita, “After all that I put you through/ Here I am” (Dopo tutto quello che ti ho fatto passare/ Eccomi, ndt.).

“Beh, mia moglie è abituata ad avere a che fare con persone che la abbandonano,” dice serioso. “È stato un grande passo per lei farmi sapere che aveva bisogno di me, invece di tenermi lontano — perché in base alla sua esperienza sarei stato un altro di quelli che se ne va. È stato un grande ostacolo, e una volta stabilito che non me ne sarei andato, ci siamo avvicinati e siamo riusciti ad arrivare dove siamo ora.”

Quindi la copertina dell’album, il dipinto Dance of the Wind and Storm di Thomas Blackshear, che mostra una coppia che abbandona il buio per la luce, rappresenta lui e Tana? “Sì,” dice. “Ho iniziato a pensare a cosa significasse essere un adulto. L’indipendenza è essenziale, ed è bello cavarsela da soli, ma è tutto qui? Una volta ottenuta siamo arrivati? Sono arrivato alla conclusione che no, non lo siamo. Se ti trovi bene con qualcuno, fatichi e perseveri con loro, superi le difficoltà con loro, allora diventi erede del divino con loro. Sono stato cresciuto per credere in questo. Non per tutti è così, ma l’idea che due persone possano diventare eterne è bellissima.”

Olivia Bee

Ah sì, il divino. Da Bono a Chris Martin, gli dei del rock sono sempre stati pratici di Dio, ma, a meno di contare Gladys Knight, si possono nominare tutti i cantanti mormoni diventati icone semplicemente dicendo “Brandon Flowers”. E Donny Osmond. Lo Utah è l’epicentro di questa religione. È un altro motivo per cui la famiglia ha traslocato qui? “Qui mi sento a mio agio, ma non so se sia perché sono attorniato da mormoni,” risponde, ridendo di gusto.

In passato, però, ha avuto delle difficoltà, dato che il suo lavoro è la professione peggiore quando si cerca di aderire alle regole della sua fede, che prevedono di non fare uso di alcol o tabacco. All These Things That I’ve Done, dal primo album, parla in parte di questo, fino al ritornello spesso preso in giro: “I got soul, but I’m not a soldier.” Per me ha sempre avuto un senso preciso — è il cantante che ammette di essere religioso, ma non un perfetto esempio come, per esempio, un soldato cristiano. Ma sarà abbastanza quando arriverà la fine?

“Anche per me è ovvio!” dice, piuttosto felice. “Non me lo sono inventato sul momento! Ma alcuni non ci arrivano. Sì, non ero un mormone perfetto. Non mi sentivo una brutta persona, ma a 19 anni, quando la maggior parte dei ragazzi mormoni parte per una missione di due anni, ho comprato Hunky Dory [di David Bowie], e mi ha incasinato. Mi ha indirizzato verso un’altra strada.”

Evitare di bere è stata la trappola più difficile da evitare? “Oh sì,” dice in tranquillità. “Ogni tanto l’ho fatto. Mi aiutava a salire sul palco. Forse perché non mi sentivo degno? Avevo paura. Per me era difficile salire lassù e fare quello che fa Mick Jagger. Avevo bisogno di aiuto quando ero un ragazzino.” Ha smesso di bere? “Sì, e all’improvviso i concerti hanno iniziato a migliorare. È stato ovvio.”

Perché pensava di non essere abbastanza bravo? L’umiltà è una caratteristica ancora più rara nel rock del mormonismo. “Venero troppo chi è venuto prima. Ed è sempre stato difficile per me vestirne i panni. È inconcepibile per me che sia il mio lavoro, e ci ho messo molto ad accettarlo. Una volta accettato — cosa che sto facendo — allora, se tutto va bene, diventerò sicuro di me nei prossimi dieci anni.”

Prossimi dieci anni? Ammetterà che è già abbastanza bravo? Fa un gran sorriso. “Non mi sveglio sentendomi così,” dice, prima di continuare, in una rara ostentazione di ego ben nascosto, con, “comunque, so che ci sono sere in cui nessuno al mondo ha fatto un concerto bello come il nostro quella sera stessa.”

Come è successo il 29 Giugno la scorsa estate, quando i Killers hanno suonato da headliner a Glastonbury in una serata gioiosa di successi e una considerevole esplosione di fuochi d’artificio. Mesi dopo, seduti nei nostri rispettivi salotti a migliaia di kilometri di distanza, è quanto più lontani si possa essere dal festival, ma il ricordo è vivido.

Non ci si aspettava il successo che la band ha avuto. Stormzy è stato un headliner entusiasmante, e i Cure sono stati rispettati di più da una certa parte del pubblico. I Killers, però, sono ad un livello in cui attraggono derisione, e in più erano stati headliner di recente. Ma, da uomini di spettacolo di Las Vegas quali sono, hanno conquistato tutti. Recensioni da cinque stelle. Adorazione per la giacca di Flowers. Hanno avuto la sensazione che quella serata abbia dimostrato che la gente aveva torto?

“Sì,” dice Flowers. “Ma siamo cresciuti suonando per hipster snob nei café, quindi quella parte di me sale sempre sul palco, e so che molti la pensano allo stesso modo su di noi. Ci ha dato ragione, ma è stato semplicemente un buon concerto. Non sono tutti così. Ma per noi è stata davvero una serata trionfale.”

Durante l’encore, che ha fatto salire l’asticella a mille, Johnny Marr è comparso sul palco per suonare la chitarra su This Charming Man. Flowers è un fan di lunga data degli Smiths — tanto che ha conservato una tazza da tè usata da Morrissey quando il cantante era stato nel café di Las Vegas in cui Flowers lavorava un tempo. Molti pensano che Morrissey sia razzista. È una cosa che Flowers ha considerato quando ha coverizzato una delle sue canzoni?

“Non credo che Marr dovrebbe trattenersi per colpa di Morrissey, quindi non me ne pento,” dice. Separare l’arte dall’artista, però, è un quesito sempre verde — qual è il parere di un super devoto? “È difficile separare la sua arte da lui, e di certo non vado in giro per la casa a suonare la sua musica di fronte ai miei figli, ma…”

Esita un po’. “Prendi una canzone! Prendi What She Said. Se What She Said venisse alla radio quando sono con i miei figli, non cambierei canale. È ancora una canzone fantastica, quindi non sono così serio da cambiare canale. Non sono d’accordo con lui, ma non brucerò i miei CD degli Smiths o cose simili.”

La mia prima reazione è stata, possiamo farlo uscire prima? Se ripenso a quando mi sono innamorato della musica da adolescente, ero in una sorta di quarantena, vivevo in una piccola città dello Utah, e la musica è stata un grande aiuto quindi riesco a vedere solo i lati positivi del pubblicarla. È strano..Daniel Lanois era solito chiederci, quando stavamo registrando, ‘Le persone possono ascoltarla nella loro cucina?’ È una gran bella domanda da porsi quando stai creando musica e non ha mai avuto tanta rilevanza come ora!

—Brandon (sulle tempistiche di pubblicazione dell’album)

La sera prima della mia chiacchierata con Flowers, Ronnie Vannucci, il batterista dei Killers, mi chiama dallo studio nella sua casa in Utah, a 10 minuti di strada dal suo compagno di band. Un uomo gioviale con barbona, che afferma come dopo la quarantena sarà “bravissimo alla batteria”, è il membro originale dei Killers che ha lavorato stabilmente a Imploding the Mirage assieme a Flowers. Gli altri due membri della band sono temporanei e questo, dice Vannucci, ha portato ad un influsso di idee. Così come hanno fatto loro due quando hanno traslocato nei vasti spazi dello Utah, tutta un’altra cosa rispetto all’intensità delle luci al neon di Las Vegas.

“Non ci siamo mai resi conto di quanto Las Vegas sia folle fin quando non siamo stati in posti come Warsaw,” dice Vannucci. “Abbiamo pensato, ‘Oh, siamo diversi.’ Vegas ha un ritmo. Quell’energia di euforia mista a tristezza — ti dà una certa spinta.” Come si è sentito quando Flowers ha iniziato a scrivere dei difficili argomenti trattati in questo album? “Ho detto, ‘OK, adesso ci capiamo!’ Odio ascoltare musica priva di significato, quindi l’ho supportato. Sono problemi veri di cui si parla ancora poco.”

È caratteristico dei Killers che, anche se l’album parla della sofferenza di una persona amata, sembra non siano in grado di scrivere una canzone deprimente. Se Flowers vede la pioggia pensa agli arcobaleni, e Imploding the Mirage è pieno di musica che suonerà magnificamente quando potremo uscire nuovamente di casa e guidare senza meta con i finestrini abbassati. O suonata dal vivo. I riff prendono ispirazione dalla storia della musica: George Harrison, Bruce Springsteen. Il singolo Caution ha come ospite Lindsey Buckingham. È la musica più sfrontata che questa band, già da sempre poco discreta, abbia creato, con una certa profondità aggiunta.

Flowers dice che la franchezza nei testi è arrivata con l’età. Con gli anni che passano, vuole raccontare dove si trova nella sua vita, come hanno fatto i suoi eroi. E ne ha molti — cita John Lennon, Peter Gabriel, Springsteen. Parlarci assieme è come ascoltare il gotha del rock’n’roll.

“Sono fiero di ciò che ho fatto in passato, ma non ho più 20 anni,” dice. “Per niente. E non mi piace l’idea di fare sempre la stessa cosa perché è ciò che ti ha reso famoso. Così mi sono chiesto se queste nuove canzoni possano sostenermi nei miei anni 40. Sono serio. Voglio andare avanti.”

E così ecco Imploding the Mirage, l’album più maturo che quest’uomo affascinante abbia fatto. Per lui tutto è filosofico, impacchettato con solennità e gratitudine. Si potrebbe pensare che sia una terapia, ma forse è solo una cosa religiosa. C’è sempre la sensazione che stia pensando a qualcosa di più importante che esiste là fuori. Ad esempio, quando gli chiedo di cosa discutono i Killers quando devono iniziare un nuovo album, mi aspetto qualcosa di simile al voler cercare un nuovo sound, come dice la maggior parte degli artisti. Flowers, però, non è come molti artisti.

“Beh,” inizia. “Non mancano buona musica e buone canzoni, quindi dovresti chiederti se quello che stai facendo valga davvero la pena. La gente ha anche bisogno del silenzio. Quindi, se devi essere quello che lo spezza, devi avere un più che valido motivo per farlo. Io cerco quel motivo.”

Fonte // The Times, Jonathan Dean

Condividi