Interview Magazine [09-07-2020]

Il vestito con lo scheletro calza a pennello a Phoebe Bridgers, un’artista che trova l’umorismo nel dolore, e il dolore nell’umorismo. Allo stesso modo Punisher è adatto al 2020, un anno che ha messo alla prova la nostra resistenza collettiva alla morbosità, all’incertezza e all’abilità di trovare leggerezza in tutto ciò. Ma lei capisce il potere della musica e di un vestito perfetto. Come dice a Brandon Flowers dei Killers-una band che è stata fondamentale per Bridgers nel perfezionamento delle sue capacità di scrittura, quando se ne stava nella sua camera durante le superiori-la fa sentire come un super eroe.

Brandon Flowers: Come va?

Phoebe Bridgers: Fa tutto schifo, ma sono fortunata e sto bene. Sono ancora a Los Angeles per qualche motivo. La gente è più stupida del solito. Non voglio temere per la mia vita se esco a fare un brunch, quindi mi sto nascondendo più del normale.

B: Già, io sono indenne, mi ritengo tra i fortunati. Mi preoccupo di mio padre, ha 75 anni e il diabete, e non sono ancora stato a trovarlo. Speriamo che ci sia presto un vaccino, così i miei figli potranno vedere loro nonno.

P: Mio nonno è vicino agli 80, e fa il cowboy nei rodeo. Lo è da tutta la vita, non ha finito il college e non crede sia utile indossare mascherine o altro. Sono molto preoccupata per lui.

B: Figo che sia un cowboy da rodeo.

P: Si, cavalca tori da quando sono nata, seguendo i rodeo in giro. È pazzo.

B: Le persone come lui sono le più toste. Io sono cresciuto in una cittadina con i rodeo chiamata Nephi, in Utah.

P: Ma dai!

B: Ogni anno c’era questo rodeo chiamato Ute Stampede, e tutti i miei compagni di classe ci andavano. Molti di loro cavalcavano tori. Mi ricordo che in classe guardavo le loro mani-avevamo 13 o 14 anni, e avevano già mani da uomini perché stringevano le corde per montare i tori. Mi sono sempre sentito più femminile rispetto a loro.

P: Questa è una cosa che Conor Oberst ripete costantemente. Ah, ti saluta. Mai lavorare un giorno in vita tua. Le mani dei musicisti sono sempre assolutamente morbide e belle da vedere. Anche se in realtà io ho fatto il mutton bust, cioè cavalcavo le pecore.

B: Oh, wow.

P: L’ho fatto fino a 11 anni, e poi mio nonno mi fa “Bene, adesso è tempo di passare ai vitelli,” e io gli ho risposto, “Assolutamente no.”

B: Sarebbe stato un po’ troppo. Adoro Kyoto.

P: Grazie.

B: Ritornare sulla scena con una canzone del genere, dopo il primo album, è difficile. Molti non sono in grado di ripetersi. Congratulazioni. Sei della California?

P: Sì, sono proprio della California.

B: Mi trovo qui anche io adesso, nell’area di St. Helena. Andiamo in giro in un camper che ha un murales gigante della Monument Valley tutto attorno. È divertente da guidare. Sulle strade a due corsie, però, bisogna stare attenti quando si incrociano veicoli grandi.

P: Bellissimo, il sogno americano. È un camper della Four Winds? Perché adoro la vostra cover di Four Winds. Ha un bel ritmo.

B: Sì. Grazie. È un’ottima canzone.

P: Sono solita mandare foto dei viaggi su strada a Conor, e ad un certo punto mi fa, “Sì, è un’ottima compagnia. Vale per tutti i camper, abituati.” È una bellissima canzone. Mi trasporta in un altro mondo. Ho questa esperienza con le canzoni di Conor e le vostre. Ci sono certi autori, tipo Townes Van Zandt, che non sono di questo mondo. Quando ascolto queste canzoni penso che forse riuscirò a scriverne una dello stesso livello tra 40 anni. Voi scrivete in modo così diverso. Non sapete perché ma è un modo di scrivere triste, come se scriveste della terra guardandola da una navicella spaziale.

B: È bizzarro che citi Townes Van Zandt. Stavo per proporti di fare una cover di Pancho and Lefty.

P: Oh sì, facciamola davvero. Per me è la Hallelujah di quel genere, e non so perché ma è una canzone triste. Un gruppo di vecchi poliziotti che bevono e sparano cazzate. La amo. Tu cosa stai ascoltando in questo periodo? Stai scrivendo qualcosa?

B: Non sto ascoltando molto perché siamo in fase di mixaggio virtuale da remoto del nostro album. Ce ne manca solo una e poi abbiamo finito. Quindi sono stato occupato con questo. Ma mi è successa una cosa interessante, ho continuato a scrivere mentre tutto veniva chiuso. Di solito questo sarebbe stato il periodo di preparazione per andare in tour, quando si finisce un album. Il mio cervello era predisposto a questa routine del ciclo di scrittura.

P: Mi è successa una cosa simile. Mi piace quando si cancellano degli impegni, anche se erano per una cosa che non vedevo l’ora di fare. Non sono brava a concedermi del tempo libero, e quindi quando succede lo sfrutto. La situazione adesso è simile ma su più larga scala, almeno le prime due settimane. Poi le cose sono peggiorate. Qualcuno ha scritto una canzone sulla quarantena che è proprio brutta. È quella dei Barenaked Ladies? Sto cercando di stare lontana da questi argomenti il più possibile. Credi che sia un argomento su cui scrivere?

B: Mi sono cimentato un po’ con l’argomento, ma non ci farò un album completo, assolutamente no.

P: Credo di aver di scritto ‘quarantena’ in una canzone e poi ho provato a trovare una rima e mi sono detta che non ce la potevo fare.

B: Va bene così.

P: Sono curiosa sul rapporto che hai con Alex Cameron, perché per me è un grande, e so che avete scritto assieme per i vostri album, no?

B: Sì, è così. Di solito do un’occhiata a Spin o NME per vedere chi stanno promuovendo di nuovo, hanno sempre un link ad un video o altro, e così ho provato a vedere. Aveva una canzone intitolata Mongrel. È stato incredibile. E poi ho trovato il resto di Jumping the Shark. Sto cercando di prendere l’abitudine di contattare le persone se mi piace il loro lavoro, perché ero solito-che parola potrei usare-ero una merda. Quando abbiamo iniziato parlavo sempre male delle altre band. Così ho iniziato a impegnarmi di farlo sapere se mi piace qualcosa, e così ho fatto con Alex. Siamo andati subito d’accordo e abbiamo lavorato a un paio di cose assieme. È una forza della natura come scrittore.

P: Ti ha sempre descritto come uno che viene davvero da Las Vegas. Si sta appropriando della tua cultura nel modo più figo, tipo “Bene, se fossi cresciuto a Las Vegas, di cosa parlerei?”

B: È divertente. Ho avuto un’esperienza simile con te. Ti avrei dovuta chiamare. Quando ho ascoltato il tuo primo album, avevo già letto qualcosa su di te, e stavo ascoltando una stazione radio universitaria dello Utah, e ho sentito Funeral. Sapevo che era di questa persona di cui avevo letto. Speravo che fossi tu perché in caso contrario ci sarebbe stata qualcun’altra di cui avevano scritto tutte quelle belle cose. E quindi mi sono detto che dovevi essere tu perché sennò c’era un’altra come te. Così ho controllato, ed eri tu.

P: Grazie mille. Quella canzone è divertente. È interessante quali canzoni piacciono a persone diverse. È una delle cose che mi piace della musica-quando pensi di essere sicura di quello che a qualcuno piace della tua musica, e poi invece citano una canzone che non ti aspettavi, e inizi una conversazione profonda sul perché. Mi ricordo che all’inizio, subito dopo la pubblicazione del mio primo album, John Mayer mi ha twittato a proposito di quella canzone. E ho pensato, cosa? Se mi avessi detto che a John Mayer piace la mia musica, fra tutte le canzoni non avrei mai pensato potesse scegliere proprio quella.

B: Devo chiederti del pigiama con lo scheletro. Hai visto Karate Kid?

P: Quando ero piccola. Ci sono pigiami con scheletri nel film?

B: Sì, è una scena famosa dove Cobra Kai, il karate kid cattivo, si scaglia contro il Karate Kid alla festa di Halloween della scuola. Hanno indosso pigiami ad un pezzo con disegnate ossa di scheletro. Ne indosserei uno per Halloween se non lo avessi già fatto due volte nella mia vita.

P: Sì, mi fa sentire come un super eroe. Mi piace travestirmi, mi fa sentire libera. Per alcune persone, la loro identità sta nel non travestirsi, pensano sia stupido vestirsi in un certo modo per salire sul palco. A me piace il rituale di mettermi qualcosa di speciale. Ho l’abitudine di stare troppo al cellulare nel backstage, quando mancano 45 minuti al concerto e non c’è abbastanza tempo per fare qualcosa, ma troppo per non fare niente. In quei momenti mi sento da schifo e vado a nascondermi, per cui la vestizione trasforma quel tempo perso in un compito da portare a termine. Tu cosa ne pensi del vestirsi in un certo modo per salire sul palco?

B: Sì, è stato così anche per me. Penso che venendo da Las Vegas avessimo più libertà, e ne abbiamo sicuramente approfittato. Mi piace il lato spettacolare, era una sorta di armatura per me.

P: Assolutamente. Non sono riuscita a vederti con la giacca piumata. Tira Fuori La Giacca Piumata di Nuovo 2020.

B: Avevamo appena pubblicato l’album che conteneva Human, e la gente la prendeva in giro, perché era confusa dal testo. Stranamente indossare quella giacca sul palco era come avere uno scudo. Ma ho cominciato a fregarmene e adesso è più un rituale, come hai detto tu. Appena inizio il processo di vestizione la mia mente si prepara e quello che stiamo per fare.

P: Quali sono le cose negative che dicevano sulla canzone?

B: Sono davvero orgoglioso del testo dei versi e ho sempre pensato che spiegassero bene il significato del ritornello. Per qualche motivo la gente si è concentrata sul fatto che ‘dancer’ fosse o meno plurale, o se davvero dicessi ‘dancer’.

P: Aspetta, quindi com’è?

B: È ‘dancer’.

P: Okay, per fortuna, perché mi sa che ho avuto qualche conversazione a riguardo. Ero ossessionata da quell’album. Mia mamma lo sa perché piangevo ascoltando quella canzone ogni giorno in macchina. Ma secondo me questa diatriba sul testo ha aggiunto una sorta di aura magica, perché non facevo parte delle persone adulte che recensiscono musica. Non consumavo musica con un pensiero adulto, ma con-

B: Il tuo cuore.

P: Esattamente. Cerco sempre di ascoltare molto qualcosa prima di parlarne con i miei amici. Quindi le piume per te erano un modo di dire, “al diavolo tutti, la canzone spacca, ne sono orgoglioso?”

B: Mi faceva sentire forte in qualche modo. Non so perché.

P: Voglio dire, stavi praticamente indossando delle ali.

B: Credo che avessi bisogno di qualcosa perché non mi sentivo a mio agio ad essere una persona creativa o un artista. Sentivo di dover diventare qualcun altro sul palco. Vengo da una normale famiglia della classe operaia, e all’improvviso sono sul palco e mi chiedo cosa faccio ora? Gli Strokes avevano appena spalancato le porte quando noi stavamo iniziando. La mia prima reazione è stata di fare qualcosa di simile a Julian Casablancas.

P: Si tratta di quel magico potere che gli uomini della musica hanno per rivendicare la femminilità. Se ballare sul palco ti offende, guarda tutti quelli che lo hanno fatto-Bruce Springsteen, David Bowie. Questa è una domanda un po’ strana, mi sembra di stare qui a collezionare risposte come se stessi scrivendo una tesi per un college che non sto frequentando. Tra i Bright Eyes e i 1975, la ragazzine hanno inventato molte delle mie band preferite. Anche i Killers. Ci sono alcuni dei loro ragazzi che dicono, “Beh, che cosa stupida” perché sono gelosi che le loro ragazza sia ossessionata da un bellissimo poeta. Secondo te fate parte di questa conversazione?

B: Sicuramente. Non sono stato il prodotto della mia generazione. Il grunge era all’apice durante la mia adolescenza, ma non avevo quell’astio dentro di me. Mi piaceva la musica pop. Mio fratello mi ha passato i Cars, i New Order, gli Smiths, quindi ho iniziato col piede giusto. Quando stavamo iniziando con i Killers, uno dei membri in prova era questo ragazzo 12 anni più vecchio di noi, e quindi pieno di saggezza. Diceva che bisognava attirare le ragazze ai concerti, così loro avrebbero portato il loro ragazzo, e il pubblico sarebbe raddoppiato. Aveva previsto tutto.

P: Genio.

B: L’unica cosa a cui io pensavo era scrivere canzoni.

P: È vero. Voglio dire, quando la gente cerca di screditare le band perché sono le ragazze a seguirle per prime, dico, pensa ai Beatles! I Beatles ci sono stati dati grazie alle ragazzine.

B: Assolutamente.

P: Quando ero alle superiori, facevo un sacco di conversazioni con ragazzi più vecchi di me anche di due anni che dicevano, “Ovvio che ti piace quella musica.” Mi ha sempre interessato quanto le persone possano essere sprezzanti del gusto musicale delle ragazzine. Anche nel caso di Carly Rae Jepsen.

B: Ignorano le sfumature, il talento, tutto.

P: Una cosa che mi piace è quando guardo il pubblico e vedo un uomo adulto, chiaramente lì da solo, che piange. Quali sono i personaggi ricorrenti ai vostri concerti? Perché per me sono le mamme ai festival, tipo che piange da solo, tipo che inizia a pogare per qualche motivo. E tantissime coppie che limonano. È bellissimo.

B: [Ride] Capita un po’ di tutto. Sono sedici anni dalla pubblicazione del nostro primo album, quindi ci sono fan nuovi che continuano ad arrivare, ma ci sono anche alcuni che hanno avuto figli e li portano con loro.

P: È pazzesco.

B: Succederà anche a te.

P: Ogni tanto vedo questi bambini bellissimi con i paraorecchi. Adoro vederli trascinati ad un concerto. Mi piacciono anche i tipi tedeschi che arrivano da soli con sotto al braccio una pila di vinili. Quando sono in Europa nessuno è lì con un gruppo di amici; il pubblico intero è composto da gente venuta per i fatti suoi con il suo vinile. Adesso sei con i tuoi figli?

B: Sì, ho tre figli. Gli sta piacendo stare in quarantena. Ti fa capire quanto la scuola sia una sorta di babysitter. Ma vogliono ancora stare con noi, non si sono lamentati.

P: È un’età perfetta. Sono contenta di non essere alle superiori adesso-quella strana sensazione di essere quasi un adulto, di non voler vivere con i tuoi, ma essere in trappola. Secondo me a 16 o 17 anni è l’eta peggiore per trovarsi in questa situazione. Quale sarebbe stato per te il momento peggiore nella tua vita?

B: Sono dispiaciuto per le band che stavano per entrare sulla scena. Il momento peggiore è se fosse successo quando stavamo per cominciare il nostro primo tour con i British Sea Power-sono stati concerti importantissimi per noi. Sono stati un momento di transizione e da cui abbiamo imparato molto.

P: Assolutamente. È già abbastanza difficile pubblicare musica quando la gente già ti conosce. Il mio amico Christian Lee Hudson sta per iniziare il suo Magnetic Fields tour. Ho tantissimi amici che sono rimasti bloccati. La classe media sta scomparendo, e nella mia scena significa che i musicisti della classe media stanno facendo la stessa fine-persone che hanno un lavoro normale e suonano anche. Sta diventando sempre più difficile potersi permettere di andare in tour, e le band hanno sempre più bisogno del supporto della loro etichetta. Ma guardando al lato positivo, molti dei posti che riusciranno a sopravvivere sono quelli indie.

B: Ci sarà una rinascita. Speriamo che accada. A quanti anni ti sei innamorata della musica? E cosa c’era alla radio in quel periodo?

P: Sono stata fortunata ad avere dei nerd della musica come genitori, quindi neanche mi ricordo cosa c’era alla radio. I Killers, i Bright Eyes e Elliot Smith sono alcuni dei primi artisti che ho scoperto da sola senza l’aiuto dei miei. Ma sono cresciuta ascoltando Townes Van Zandt, Tom Waits, Nina Simone, Jackson Browne. Mio fratello ha preso il nome da Jackson Browne.

B: Che figata.

P: Sì, ma credo di essermi innamorata della musica un po’ troppo presto. Quando ho aperto la prima volta bocca per cantare avevo sei anni e mia mamma ha detto, [con accento del Sud] “Diventerà famosa.” Per qualche strano motivo l’ha detto con accento del Sud. Credo mi abbia pompato con troppa autostima. E poi a 12 o 13 anni ho iniziato a scrivere canzoni, e avevo una sorta di complesso di superiorità per cui pensavo, “Sì, sono Bob Dylan. Eccomi qui.”

B: Mia mamma raccontava sempre questa storia sul mio primo giorno di lezioni, quando l’insegnante è uscita in giardino, l’ha fermata e le ha detto, “Diventerà un compositore.” Io non mi ricordo, ma se è successo davvero, probabilmente quell’insegnante lo diceva a tutti i nuovi studenti.

P: È una tattica geniale. È un modo per garantirsi che la madre continui a pagare per le lezioni.

B: Mia mamma adorava raccontare questa storia.

P: Sono stata davvero una peste con mia mamma per avermi fatto prendere lezioni di piano, non sono per niente brava. Avevo questa insegnante di piano russa talmente superficiale, e ho come il presentimento che molte delle mie paure legate al completamento di compiti, come quelli della scuola, siano probabilmente collegati a ciò. Non ero assolutamente una compositrice da bambina. Sto imparando adesso un po’ di teoria del piano, è stato il compito che mi sono imposta durante la quarantena.

B: Fai bene anche senza. A volte va bene non imparare troppa teoria.

P: Matt [Berninger] dei National-stavamo suonando qualcosa e ha suonato una nota alla chitarra e ha esclamato, “Eccola, è questa la musica che conosco.” E io ho risposto, “Cosa?” e lui, “Sì, voglio poter idealizzare i miei amici che suonano strumenti. Voglio scrivere testi e cantarci sopra, ma non voglio sapere altro, per mantenere il mistero.” Vorrei credere che sia lo stesso motivo per cui non imparo altri strumenti, ma non lo è. Semplicemente non mi piace esercitarmi. La teoria è piena di regole.

B: Secondo me confonde le idee quando hai già l’orecchio per le melodie, ma sono sicuro che ci sono persone che non concordano con me.

P: Ti piacciono i Faint?

B: Sì, erano una delle band della Saddle Creek che ascoltavamo quando abbiamo iniziato. L’album Dance Macabre era molto buono. Mi ricordo che li abbiamo visti aprire per i No Doubt al Joint all’Hard Rock di Las Vegas.

P: Rido perché conosco la storia di quando hanno deciso di fare uno scherzo ai No Doubt, e Todd [Fink] è corso sul palco nudo durante I’m Just a Girl, ed è stato arrestato.

B: Omioddio.

P: Il sindaco della città e i suoi figli erano al concerto. Adoro quanto siano totalmente fuori. Ti è mai stato fatto uno scherzo, o ne hai fatti tu ad altre band? Io ho avuto l’opportunità di farne solo alla mia band. Abbiamo fatto una coperta con la faccia gigante del nostro tecnico del suono e gliel’abbiamo messa sul letto aspettando che la notasse. Ma è uno scherzo da poco. A te è successo?

B: No, mai. Nessuno scherzo pubblico. Ma c’è ancora speranza.

P: Già, mi mancano i concerti.

B: Assolutamente. È una grossa parte della mia identità. Non so chi sono se non ho nessuno che mi guarda.

P: E poi quando torni a casa vuoi l’opposto. Voglio poter guardare qualcosa senza avere tutti gli occhi che mi guardano a loro volta.

B: Quando sono in tour non vedo l’ora di tornare a casa, non importa quanto sia bello.

P: Un mio amico giornalista musicale mi ha detto un’analogia che mi piace. È come quando tuo papà ti pizzica a fumare una sigaretta, e poi ti fa fumare un pacchetto intero. Con i tour è, “Ti piace la musica? Ti piace suonare 30 notti di seguito senza pausa? Parlare con qualcuno in Germania che ti odia? Ogni giorno?”

B: È una bella analogia. Mio papà ha pizzicato mio fratello a fumare e ha fatto proprio così. Ha funzionato.

P: Hai mai fumato sigarette? Secondo me no, considerando la tua voce. È impossibile.

B: Sì.

P: No.

B: Da giovane giocavo a golf, e mia mamma mi lasciava lì tutto il giorno, e un uomo mi dava sigari Swisher Sweet e tabacco da masticare.

P: Eri un tredicenne ottantenne. Fumo e golf.

B: Quando ci ripenso, mi da fastidio, perché ho un figlio che ha quasi 13 anni. Quando lo guardo, e penso a qualche uomo che gli dà sigarette e tabacco da masticare, lo vorrei ammazzare.

P: Beh, poi ci sono persone come Nat King Cole, che fumava milioni di sigarette, ma a me taglierebbe l’estensione vocale dalle ottave più alte a quelle più basse. Spariscono quando fumo. Lo odio.

B: Sì, non ne hai bisogno.

P: Ho un’ultima domanda. Quando dici che sparavi un sacco di cazzate, cosa intendi? Sparlavi di altre band?

B: Sì, sparlavo di altre band. Sono cresciuto idolizzando gli Oasis, che scrivevano grandi canzoni, ma dicevano anche un sacco di cazzate. Per qualche motivo pensavo che ottenere rispetto fosse parte del gioco. Ma non sono davvero così, per cui ho chiamato alcuni scusandomi. Ma ci sono anche persone di cui ho sparlato e con cui non mi sono ancora scusato. L’ho fatto con John Mayer.

P: Beh, ma forse un po’ se l’è meritato. In alcune interviste ha detto delle cose per cui lui dovrebbe scusarsi, senza ombra di dubbio.

B: Sì, ma c’è un motivo per cui non si dovrebbe fare. Eravamo in un ristorante a Los Angeles e lui è venuto a sedersi al tavolo vicino al nostro, e mi sono sentito in colpa. Mi sono avvicinato, e lui era in mezzo ad altre persone. Non era un tavolo quadrato-era tra due persone per cui non potevo parlare direttamente con lui, così mi sono rivolto alla tavolata e ho detto, “Ho detto questo su John, e me ne pento e mi dispiace.” È stato molto gentile nella sua reazione. Il mondo non ha bisogno di altra negatività.

Fonte // Interview Magazine

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