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DIY Magazine [08-2020]

Dopo quasi vent’anni di mandato all’apice dell’indie rock, i Killers ritornano con ‘Imploding the Mirage’ – un sesto album che in realtà contiene molte prime volte.

Quando i Killers sono saliti sul palco del Pyramid Stage di Glastonbury per la prima volta nel 2007, come re di quello che era allora il boom dell’indie, e con due album al primo posto delle classifiche inglesi, il debutto Hot Fuss a il seguente Sam’s Town, le cose non sono andate esattamente come avrebbero voluto. Con problemi acustici che hanno reso il loro set più un bisbiglio che uno scoppio per la maggior parte delle persone presenti, gli intrattenitori di Las Vegas hanno poi affermato di essere stati ‘scoraggiati’ dal risultato del concerto: non c’era bisogno di leggere il pensiero di Brandon Flowers, del batterista Ronnie Vannucci, del chitarrista Dave Keuning o del bassista Mark Stoermer, per sapere che c’erano degli errori da risolvere sul palco più famoso del mondo.

Passiamo all’estate dell’anno scorso e alla serata del sabato, la loro seconda occasione, che li ha portati ad ottenere ciò che sarebbe dovuto essere loro più di dieci anni prima. Non ci sono stati problemi di acustica, anzi, il set dei Killers è stato il più rumoroso di sempre al festival; recensioni a cinque stelle sono seguite ovunque poco dopo. Ma c’erano ancora incertezze nel quartier generale della band. “C’era pressione perché questo concerto è arrivato un po’ dal nulla, non c’erano album da promuovere. Che senso ha? A che serve?” si ricorda Ronnie. “Sono molto felice di come si è svolto, ma sono anche in un certo modo grato che sia tutto finito. Ancora adesso divento nervoso se ci penso. Di solito tutto accelera quando si ha un nuovo album, e si fanno concerti per promuoverlo, ma nel nostro caso lo abbiamo registrato e poi tutto è collassato, come è successo a tutti sulla faccia della terra.”

In collegamento da una roulotte situata alla base della sua proprietà in California nel mentre di una ristrutturazione, “mentre guardo gente che entra ed esce dalla carcassa della casa, e dò fastidio a tutti i subappaltatori conosciuti“, l’affabile batterista sarà anche stato colpito dalla pandemia come chiunque altro, ma la sua estate è stata sicuramente cambiata molto di più. Il sesto album dei Killers, ‘Imploding the Mirage’, è stato scritto dopo l’entusiasmo dei festival dell’anno scorso, e contiene crescendo e inni incalzanti ispirati da, e nati per il palco – adesso ci vorrà un bel po’ prima che dia i suoi frutti. Tuttavia, Vannucci e Flowers si sono in qualche modo abituati ad adattarsi ai recenti imprevisti della vita. Dopo le defezioni dal tour in supporto di ‘Wonderful Wonderful’ del 2017, ‘Imploding the Mirage’ è il primo album dei Killers a non coinvolgere tutto il quartetto. Keuning, dice il batterista, “non è stato proprio presente,” e Stoermer “c’era quando poteva, cioè non molto.”

Stanno andando avanti per la loro strada e hanno chiesto di avere la possibilità di farlo, siamo un un paese libero ma volevamo comunque fare un album,” dice. “Avevo paura che non saremmo riusciti ad avere un buon album perché così è sempre stato quando loro erano coinvolti; avevo paura di perdere questa qualità con la loro assenza. Ma così non è stato – abbiamo fatto un buon lavoro, con molte sorprese, e abbiamo coinvolto molte persone per colmare i buchi. Ma penso ancora che sia una situazione che non mi piace; vorrei che fossimo tutti ancora coinvolti, ma capisco che la vita funziona così.”

Per riempire i buchi sono arrivati i produttori Shawn Everett (Alabama Shakes, The War on Drugs) e Jonathan Rado dei Foxygen, ma i due hanno anche adottato una sorta di politica della porta aperta nell’accettazione di nuove idee. “Ci siamo detti, che facciamo ora? Io e Brandon avevamo passato molto tempo in studio assieme, ma potevamo arrivare solo fino ad un certo punto prima di non capire più niente delle nostre idee e perdere la prospettiva, che è il momento in cui diventa davvero importante coinvolgere altre persone,” Ronnie inizia a raccontare. “È a questo punto che le cose si fanno divertenti, quando si ha la libertà di sperimentare di più, di chiamare un membro dei Feeltwood Mac… adesso ci divertiamo.”

È qui che arriva il leggendario chitarrista, ora-dentro-ora-fuori, dei Fleetwood Mac, Lindsay Buckingham. “Lindsay si è presentato, e l’ho aiutato con i suoi pedali – ‘Oh, dove vorrebbe che mettessi questi, signore?’ – e poi è diventato come un membro del gruppo,” dice sorridendo. “È stato così facile che un paio di volte mi sono dovuto dare un pizzicotto e realizzare che è grazie a lui che sono un batterista e lavoro nel campo della musica.”

Eppure, anche se la vita di un Killer è spesso punteggiata da questi momenti surreali, il processo di scrittura del loro ultimo album non è stato tutte rose e fiori. In ‘Wonderful Wonderful’, Flowers ha iniziato a parlare della complessa sindrome da disordine post traumatico con cui sua moglie è stata diagnosticata; in ‘Imploding the Mirage’, è un soggetto e un processo di guarigione allo stesso tempo lungo tutto l’album. “Come esseri umani, penso che dove c’è un fuoco bisogna tenerlo sotto controllo. Se il fuoco è buono si deve aiutarlo a vivere; se è cattivo si deve spegnere. Per cui se vedi un tuo amico, o tuo fratello, nel mezzo di un fuoco, e quello in cui ti trovi tu non è più grande, allora quello che bisogna fare in questa situazione – negli ultimi due album – è di dare supporto: cercare di capire e far capire il messaggio,” spiega Ronnie. “Anche se non si tratta di suonare, ma solo stare vicino. Perché gli ultimi due album sono stati introspettivi e personali, quindi prima sono stato un amico e poi un musicista.”

Ciò non vuol dire che non ci siano canzoni grandiose come quelle per cui la band è conosciuta. È quasi crudele che ‘Caution’, imponente senza neanche sforzarsi, o le note scoppiettanti di ‘My Own Soul’s Warning’ dovranno aspettare prima di inebriare il pubblico dal vivo, ma è testamento della loro forza duratura il fatto che, nonostante i problemi personali e interpersonali, i Killers suonino ancora come il gruppo più gioioso che c’è in giro. “È questo il trucco, no?” dice ridendo Ronnie. “Trasmettere un messaggio in modo gradevole e divertente così, innanzitutto, possiamo sopportarlo noi e poi piacerà alla gente. Stiamo cercando di essere più onesti possibili, e credo che siamo dei tipi sensibili che riescono a vedere la parte negativa delle cose.”

Il prossimo anno segnerà il ventesimo anniversario dalla formazione del gruppo, quando erano dei quasi ventenni all’inizio del secolo. Con il settimo album già in cantiere (“non siamo in tour quindi tanto vale dedicarcisi“), sono sopravvissuti a quasi tutti i loro colleghi, e non mostrano segni di volersi fermare. Stanno ancora, come dice Vannucci, sforzandosi di “spingere noi stessi e la band ad un livello artistico ancora più elevato,” e sono ancora innamorati del loro lavoro – come ha dimostrato una volta per tutte il concerto sul Pyramid Stage. Quindi, qual è il segreto?

Credo sia una combinazione di fattori,” dice Ronnie pensieroso. “Voglio dire, è già stato scritto tutto. La cocaina, il whiskey, le donne – è già stato tutto scritto. E non sto dicendo che non abbiamo testato le acque da questo punto di vista, ma anche all’inizio era un’opportunità che non abbiamo preso sotto gamba. Non veniamo da famiglie agiate, stavamo tutti lavorando, per cui quando hai un’opportunità del genere – forse non te ne rendi conto nell’insieme, e anche adesso non me ne rendo conto del tutto, ma sapevamo che era un regalo e un’opportunità per cambiare la nostra vita e non avremmo rischiato di perderla per nulla al mondo. Non è una cosa che succede spesso, quindi non mandare tutto all’aria“.

Fonte // DIY Magazine

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