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The New Cue [09-08-2021]

Di solito passano dai tre ai quattro anni tra la pubblicazione degli album per i Killers. Il quartetto di Las Vegas, che è e sarà sempre un quartetto di Las Vegas nonostante Brandon Flowers non ci viva più e i membri originari, Flowers, il batterista Ronnie Vannucci, il chitarrista Dave Keuning e il bassista Mark Stoermer suonino di rado tutti assieme, scrive canzoni potenti e ha bisogno di grandi spazi in cui suonarle, durante tour che durano qualche anno. Flowers indossa vestiti creati apposta per l’occasione. È ‘The Man,’ se lo può permettere.

Hanno servito un altra portata di grandiosità con Imploding the Mirage, pubblicato l’anno scorso, ma si sono poi ritrovati con la cancellazione di tutti i concerti a suo supporto. Ma invece di stare a casa a fare la migliore imitazione di Freddie Mercury davanti allo specchio, Flowers ha iniziato a lavorare ad un tipo diverso di album dei Killers. In Pressure Machine il gruppo è più semplice e intimista che mai.

Ci sono comunque un sacco di ritornelli perché è quello che Flowers sa far meglio, ma sono più sobri e riflessivi. Per la prima volta nella sua carriera, Flowers non ha scritto cori che possano sentirsi fino alla fila Z della Phones 4 U Arena. È tutto più intimo, sbattuto in faccia. In Pressure Machine Flowers si concentra sul periodo della sua vita da adolescente, quando la sua famiglia si è trasferita a Nephi, in Utah. È un coinvolgente documento dell’America delle cittadine. Adesso Flowers vive a 140 Km a nord di Nephi, a Park City. Ha parlato con Niall via Zoom da casa sulla sorprendente origine dell’album.

Hey Brandon. Come passi le giornate in questo periodo?
Beh, ho appena finito di autografare 11.000 inserti di CD. Ci ho messo qualche giorno! Cerchiamo di mantenere un programma piuttosto stabile. Qualsiasi cosa mi occupi, faccio in modo di essere a casa per cena e poi guardiamo Lost.

Lo stai guardando per la seconda volta?
Sì, ma è la prima volta per i miei figli. Non riesco a credere quanto mi sia dimenticato.

Non mi ricordo niente oltre la seconda stagione.
La terza è ottima.

Qual è il verdetto dei bambini? È invecchiato male?
Solo qualche scena con il fumo nero, può sembrare fatto male, ma il resto regge ancora bene.

Magari lo riguarderò anch’io. Com’è parlare già di un nuovo album? Deve essere la prima volta che accade, a parte forse tra il primo e secondo album?
Sì, i primi due erano ravvicinati ma erano comunque a due anni di distanza. Questa è la prima volta. Mi sentivo molto preparato a parlare di Imploding the Mirage, non so se mi sento preparato abbastanza per parlare di Pressure Machine!

È solo perché ti piace tantissimo dire la frase “Imploding The Mirage”.
Ah, è vero che hai preso in giro il titolo! È un gran bel titolo.

Non l’ho preso in giro, ho solo detto che mi divertivo a dirlo ad alta voce! Imploding… the… Mirage… Quand’è stata l’ultima volta che hai imploso il miraggio?
Beh, non l’abbiamo mai suonata dal vivo! Non abbiamo ancora suonato una nota di quell’album per un pubblico, una cosa folle.

Com’è stato per te, da frontman esuberante quale sei, non poter salire sui palchi di mezzo mondo lo scorso anno?
Hahah! È stato difficile. Adesso sono a mio agio a stare a casa e fare il papà, ed è una situazione che amo. Ma un’altra parte della mia identità è stare sul palco. Fortunatamente ogni tanto ci viene chiesto di fare un concerto virtuale, o qualche specie di esibizione, e questo mi ha costretto a tenere la voce allenata e a stare in forma. Vado ancora in palestra, quindi credo che sarò pronto.

Pressure Machine è un album così intimo, musicalmente parlando, se paragonato a quello che avete fatto in passato. Sarebbe stato lo stesso se il tour non fosse stato cancellato?
No, non sarebbe proprio successo. È come se le canzoni esistessero già perché praticamente mi sono cadute in braccio, e credo che fossero solo ricoperte dal tipico sound dei Killers, che è piuttosto rumoroso. C’è una certa pressione che ci portiamo addosso quando facciamo un album, perché pensiamo sempre alle persone che ci vedranno nelle arene e negli stadi. Questo spinge verso un certo tipo di sound. Quando tutto è stato fermato a causa del Covid, queste canzoni, che altrimenti sarebbero state troppo tranquille, hanno avuto la possibilità di essere sentite.

Hai fatto resistenza all’inizio?
Avevo sicuramente un po’ di apprensione perché sono anch’io colpevole di voler creare canzoni importanti, che si ascoltano alla radio, è un po’ l’eredità dovuta all’ascolto di interviste a Bono da piccolo! Voglio che le persone si sentano come Don’t Look Back in Anger fa sentire me, quindi solitamente non facciamo canzoni austere senza fronzoli, è una cosa su cui nemmeno discutiamo. All’inizio ero nervoso ma poi ho iniziato a capire di quanto fossi orgoglioso dei testi e ho iniziato a seguire questa direzione.

Fammi capire questo inizio.
Poco dopo aver finito Imploding the Mirage, ho scritto una canzone intitolata Boy, che in realtà non farà nemmeno parte dell’album. Era un’esplorazione del tempo che ho passato in questa cittadina in cui sono cresciuto, ma poi non sono riuscito ad abbandonarla dal punto di vista mentale. Ogni volta che iniziavo a mettere giù dei versi, scrivevo di ricordi di quel posto, esperienze e dicerie. E alla fine mi è stato chiaro ciò che stava succedendo e ho deciso di abbandonarmi alla corrente.

Suppongo che tu ci abbia vissuto da adolescente, quindi parliamo degli anni che rimangono nella memoria e che plasmano la personalità.
Sì, e ogni giorno c’è qualcosa di nuovo e senti di poter raggiungere qualsiasi obiettivo. Allo stesso tempo però succedevano fatti scioccanti che nessuno si aspettava. Mi sono ritrovato a ripensare soprattutto a ricordi derivanti da fatti scioccanti o tristi, e quindi pieni di emotività. Sono rimasto sorpreso di quanta influenza avessero ancora su di me dopo 25 anni.

Sei tornato a Nephi mentre scrivevi?
Sì, e mi sono anche circondato di foto, mi sono immerso in essa. Mia sorella ancora ci vive e noi siamo a 1 ora e 20 minuti di macchina.

Lungo tutto l’album ci sono molti spezzoni audio degli attuali residenti a Nephi, che parlano della loro vita e di com’è vivere là. Come li avete ottenuti?
È stata una decisione dell’ultimo minuto. Shawn Everett stava parlando di un episodio del podcast The American Life, in cui vengono intervistate delle persone che entrano in un ristorante di una piccola cittadina. Ha detto che era il suo episodio preferito, perché c’erano semplicemente persone che parlavano della loro vita e di com’è una giornata in questa cittadina. Stavamo già masterizzando l’album quando abbiamo mandato qualcuno della radio pubblica di Salt Lake City a Nephi per intervistare un po’ di gente. Così quando stavamo decidendo la sequenza dell’album stavamo ancora cercando di trovare il posto giusto a questi intermezzi di persone che parlano. Lo rendono più ascoltabile e ti saturano dell’atmosfera della città.

Hai imparato qualcosa da questo processo di creazione di un viaggio concettuale nella tua infanzia?
Credo che l’aspetto più profondo sia quanto dolore avevo ancora in me per quello che è successo a queste persone. È stato un po’ uno shock per me, è stato quasi una catarsi parlarne. So che è un cliché nel mondo della musica, ma è una cosa diversa dal solito, perché non si tratta di essere mollato da una ragazza, si tratta di una tragedia accaduta quando ero in terza media e per cui non pensavo di essere ancora triste. È stato davvero interessante provarlo. Quando ci vivevo, il 90% della popolazione era mormone, una statistica difficile da battere. E così quand’ero bambino giudicavo le persone che andavano contro la religione. Queste stesse persone sono poi quelle che mi sono rimaste più impresse, questi emarginati e disadattati che io consideravo come cattivi. Ripensandoci adesso con la maturità dell’età adulta, provo molta più compassione per loro e per le scelte che hanno fatto.

Deve essere stato un processo molto difficile da affrontare.
Sì. Mio padre ti potrebbe raccontare di fatti che si ricorda. Ha 77 anni e mi stupisco sempre di quanti dettagli e quante cose si ricordi. Magari è così per tutti o forse è una caratteristica che ho ereditato da lui, ma sono rimasto piuttosto stupito di quanto mi ricordassi e quanto io non sia cambiato da quei tempi.

È tornato Dave Keuning per questo album.
La porta è sempre rimasta aperta. È venuto per un paio di sessioni a Las Vegas. Abbiamo iniziato In a Car Outside da uno dei suoi riff di chitarra e poi Pressure Machine ha questa bellissima parte che portato lui. Queste cose in passato succedevano molto più spesso, lo sentivo suonare qualcosa e poi io scrivevo le parole e così nasceva una canzone. È stato bello farlo di nuovo.

…ma avete perso Mark Stoermer.
Giusto!

Quanto è difficile trovarvi tutti assieme?
Beh, Mark è stato molto cauto con il Covid.

Ok, mi sembra giusto.
Lo è stato così tanto che anche se facevamo sempre test e indossavamo le mascherine, non sarebbe comunque venuto.

Grazie Brandon, che cosa hai in programma per il resto del giorno?
Andrò a Las Vegas oggi. È il mio sedicesimo anniversario di matrimonio.

Ah wow. Hai passato il sedicesimo anniversario di matrimonio parlando con me, che brutta cosa. Congratulazioni.
Robe da matti no? 16 anni. Wow.

Ti lascio festeggiare questo giorno.
Va bene.

Fonte // The New Cue

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