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Paste Magazine [11-08-2021]

Quando chiedo al frontman Brandon Flowers e al batterista Ronnie Vannucci dei Killers quale sia stata la conversazione che ha spinto verso la creazione del loro nuovo album concettuale, Flowers porta come esempio uno sketch della serie Portlandia. “È stato come ‘Sogno degli anni 90,’ ti ricordi?” Entrambi scoppiano a ridere, e Vannucci conferma, “Mi ricordo che mi hai detto, ‘Ho bisogno che tu mi segua in questa idea.’

Ne avevamo parlato, quasi scherzando, dicendo ‘Questa situazione, mi sta davvero pesando,’ magari non proprio queste esatte parole, ma discutevamo di questo periodo,” spiega Vannucci. “Poi è arrivata quasi la fine del mondo con il COVID, e ci ha messi in una condizione surreale. Continuo a definirla così perché sembrava di stare proprio fuori dal mondo. Eri imprigionato, bloccato in questo posto con questa sensazione. Nessuno sapeva cosa stesse succedendo, solo che si doveva stare a casa. Mi ha suscitato questa sensazione e ci ha costretti in questa situazione surreale, così abbiamo deciso di prenderne spunto e per fare questo album.
Quando si parla di venerazione per i luoghi che li hanno formati, i Killers sono molto bravi nell’arte della retrospezione. “Penso che ogni volta che c’è una sorta di ricerca introspettiva, non avrebbe senso…” Vannucci si ferma quando gli chiedo di quella che suppongo sia la loro propensione a guardare al passato. “Devi guardare al passato per vedere dove stai andando, dove sei stato e pensare a dove di trovi. Sembra logico scartabellare tra i file dei tuoi ricordi,” dice impassibile, “la nostra mente cataloga e ricerca questi ricordi, quali semi hanno piantato e quali sono stati innescati, e che emozioni si sviluppano quando ci si ricorda di certe situazioni. Non è che siamo sempre—non guardiamo sempre al passato, ma siamo presenti, e parte dell’essere presenti è ricordare dove si è stati.

Se il loro secondo album, Sam’s Town, è stato un trionfante ritorno alle origini polverose di Las Vegas, Pressure Machine è un ritorno puro e viscerale a casa. Raccontato sotto le sembianze di vari personaggi, ogni canzone parla di ricordi e storie realmente accadute nella città di Nephi, Utah, dove si intrecciano racconti di disillusione religiosa, sogni spezzati, morte da scontro con un treno, e per via di fuga si intendono le “pillole di eroina.

Quando ritorno a quel periodo, ricordo che ogni giorno era una nuova scoperta,” Flowers ricorda degli anni in cui è cresciuto a Nephi. “In special modo quando qualcosa risaltava perché scioccante o triste, quei ricordi hanno preso in ostaggio parti diverse della mia memoria e del mio cuore. È stato incredibile scoprire cosa ci attendeva una volta aperta la porta.
È difficile dire se sarebbero arrivati a quella porta se non fosse stato per la pandemia, che ha bloccato i programmi del tour che li ha visti impegnati per quasi vent’anni, o senza il silenzio e gli spazi della quarantena. “Stavamo per partire in tour per Imploding the Mirage, avevamo una sessantina di concerti programmati. Era tutto pronto e poi si è bloccato, è iniziato l’isolamento e si è cominciato a parlare di quarantena,” dice Flowers. “Mi ha ricordato di quando vivevo in questa città in cui ho passato i miei anni formativi. Quando ero lì, ci vivevano probabilmente qualche migliaio di persone. Ci sono tornato con la mente e le canzoni sono iniziate ad arrivare.

Tra le canzoni si sentono narrazioni audio registrate da veri abitanti di Nephi, e dopo averle ascoltate ho supposto che abbiano fatto parte dell’idea dell’album dall’inizio, ma sembra invece che siano state aggiunte in extremis. “È stata un’aggiunta dell’ultimo secondo. Abbiamo trovato un tipo affiliato con la radio pubblica di Salt Lake City e lo abbiamo mandato a Nephi,” ricorda Flowers. “Eravamo in difficoltà a capire quali fossero le parti giuste da mettere prima di ogni canzone, perché in quel momento stavamo masterizzando l’album. Ricordo che non ero molto sicuro di volerle usare—adesso non riesco a immaginare l’album senza.” Le registrazioni vocali fanno sembrare Pressure Machine una sorta di romanzo, dove ogni canzone è un capitolo di una storia più grande. “È come se avessimo una componente audio per il documentario che stavamo facendo su un posto e tempo precisi,” dice Vannucci. “Stavamo creando una specie di colonna sonora, e ancora non avevamo la parte parlata, cioè quella più narrativa. Lo hanno fatto diventare un progetto più completo.

La band ha invertito il tipico approccio in studio per Pressure Machine, dato che Flowers è arrivato con testi già completi. “È stata … è stata una benedizione che i testi siano arrivati così,” dice Flowers ridendo, e Vannucci scherza sul fatto che di solito non è così. “È la via ideale per lavorare, ma non sempre la situazione è così facile,” aggiunge Flowers. “Sono stato davvero grato per quei due mesi in cui sembrava che arrivassero come un fiume in piena. E spero, incrociamo le dita, che si possa ripetere, qualsiasi cosa l’abbia causato.” Sembra che Vannucci abbia apprezzato entrare in studio con i testi pronti, “Abbiamo una storia che possiamo raccontare con un certo tipo di musica invece di creare musica che possa dare ispirazione ai testi. È stato bello trovarci in questa situazione, un intento già messo a fuoco, avere questi testi a cui dovevamo dare senso con la musica.

Le città natali possono essere dei posti molto strani, nonostante la familiarità, e Pressure Machine in qualche modo cattura questa dissonanza. L’album apre con West Hills, una canzone che inizia piano ma poi cresce, che mette in risalto la capacità di Flowers nell’uso delle allegorie, e che parla del carnale che incontra lo spirituale e la pericolosa ricerca della libertà di uno spacciatore. Ti tira immediatamente dentro ad un viaggio, segnato dal dolore richiesto quando si cerca di fare pace con il passato, e non ti lascia prendere fiato per le successive 10 canzoni. Lo si può sentire nel disperato desiderio di scappare non solo dalla città, ma anche dalla vita stessa, nel gentile mormorio di Terrible Thing. È anche nella realizzazione che, “Continuiamo ad aspettare che arrivi un miracolo,” in Cody, canzone tinta di grunge. E anche se la voce di Flowers è squillante e calmante nella canzone che dà il nome all’album, quando ripete, “Le farfalle non danzano in sequenza / Sembra che abbiano le ali tagliate,” sembra quasi come uno scontro.

Anche se Pressure Machine attirerà paragoni con precedenti casi studio su storie della classe operaia (ci riferiamo a Nebraska di Bruce Springsteen), dopo un’analisi più attenta, sembra molto di più come una consolidazione della musica dei Killers—una band che suona e scrive col senno di poi a cui si può arrivare solo dopo aver ascoltato ogni versione di sé stessi, e che ha trovato la propria casa nella via di mezzo tra grinta e bellezza, sinfonia e onestà.

Sarà perché di recente mi sono auto isolata nella piccola cittadina in cui sono cresciuta, un posto in cui passo le domeniche seduta su una panchina, chiedendomi se dovrei ascoltare i sermoni di mio padre sulla dannazione, e i discorsi a cena si incentrano sulle tragedie locali o l’ammirazione per chi è riuscito ad andarsene, ma come valutazione della condizione umana, ogni storia contenuta in Pressure Machine colpisce nel segno.

È facile immaginare la positiva Sleepwalker, con il suo trattato sull’ottimismo e il crescente ritmo della batteria di Vannucci nel bridge, come un momento più calmo nei concerti dei Killers dopo Somebody Told Me o una pausa meditativa prima di pezzi fissi come When You Were Young, ma a parte qualche momento, sono molto poche le canzoni fatte a pennello per i grandi palchi su cui suona la band. Quando chiedo a Flowers come pensano di aggiungere queste canzoni alla setlist, risponde, “Questo album non si presta molto alle arene e agli stadi. Sembra più da teatro, ma magari un paio potrebbero trovare il loro posto, forse ‘In The Car Outside’ o ‘Quiet Town.’

La maggior parte dei momenti più luminosi di Pressure Machine arriva per mezzo di tranquille contemplazioni sulla rinuncia ai propri desideri. Si può sentire in Another Life, quando il protagonista insiste su una realtà parallela dove le speranze sono realizzate. È anche in Runaway Horses, canzone senza tempo e strappalacrime che vede Flowers e Phoebe Bridgers duettare nei versi, “Ragazza di provincia, gela i tuoi sogni, senza pensarci due volte / Di alcuni ti dimenticherai sicuramente altri li ricorderai per sempre,” accompagnati da una chitarra acustica. Nonostante siano uno dei gruppi rock con più successo al mondo, quando cantano di sogni spezzati e difficoltà della provincia, si sente che ogni parola è vera.

Non siamo così … o per lo meno non ci sentiamo così lontani dalla vita normale. Siamo cresciuti con famiglie ed esperienze normali, e abbiamo fratelli, sorelle e cugini che vivono nei posti in cui siamo cresciuti. Non è un passato così lontano o che vediamo solo con lo specchietto retrovisore. Essere in grado di prendere spunto da quelle esperienze è il nostro lavoro, riflettere su alcune di queste cose, rendere giustizia a queste osservazioni ed esperienze. Siamo molto contenti del risultato,” dice Flowers quando gli chiedo come hanno fatto a mantenersi vicini a queste storie nonostante il loro successo. La risposta di Vannucci è leggermente più satirica: “Si tratta di dire la verità, capisci cosa intendo?” ride. “Scusami, sto scherzando, ma ci chiedi come potrebbero essere le nostre vite. È strano, vedo tutti questi nuovi artisti che sono sulla scena da un paio di anni e hanno una percezione di loro stessi che è un po’ folle e spendono un casino di soldi. Hanno come amici attori famosi. Credo che siamo una band che vuole avere a che fare con cose vere e oneste.

La guarigione può essere una cosa strana. L’anno scorso, attorno a questo periodo, ho scritto una storia per Paste incentrata su come le band rock usassero le loro piattaforme per parlare di giustizia sociale, notando come i Killers non avessero postato un quadrato nero per il Black Out Tuesday. Un mese dopo, Flowers ha detto, in un’intervista a NME, “Dobbiamo capire cosa sta ancora succedendo in America. Sì, la schiavitù è finita da un sacco di tempo, ma il razzismo sistematico esiste da quel momento. Dobbiamo fare dei cambiamenti.” Mi è sembrata una presa di posizione più contestualizzata—più reale, vera e onesta di post vaghi sui social media. Verso la fine della nostra video chiamata menziono che, come fan, leggere quella conversazione è stata curativa per me. Poi sposto il focus di nuovo a loro: Creare Pressure Machine, scavando nei ricordi più scomodi, ha portato ad una sorta di guarigione?

Credo di sì,” dice Flowers, facendo una pausa, e sento un piccolo cambiamento nel tono della voce. “Ero in terza media, due ragazzi di quinta superiore sono stati investiti da un treno, li conoscevo di vista. Ma eccomi qui, 25 anni dopo, che ancora mi commuovo ripensando a quel fatto e a quello che ha causato in città. È stata la fine dell’innocenza. È un cliché dirlo, ma è vero. È sembrato come se avesse aperto una porta per l’arrivo di altri fatti tristi legati agli oppioidi. L’ho visto come il punto d’inizio. Esplorare quei fatti e capirli può avere sicuramente un potere curativo.

Fonte // Paste Magazine

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